La guerra e le palingenesi orwelliane della politica

- Guardare la politica italiana con un minimo di distacco – quel tanto che basta per astrarsi dal botta e risposta giornaliero tra le le varie forze politiche – è sempre un esercizio interessante. In particolare osservare come mutano nel tempo le posizioni su tematiche fondamentali e per molti versi simboliche fornisce un effetto surreale e straniante.
Come in “1984”, il capolavoro di George Orwell, il superstato di Oceania cambiava di volta in volte le proprie alleanze militari, così destra e sinistra, berlusconiani e antiberlusconiani, si riposizionano e spesso si scavalcano vicendevolmente in un eterno gioco delle parti.

Com’è stato possibile, del resto, che coloro che fino a pochi anni fa guardavano con sospetto a bandiere, inni ed altri simboli patriottici e che sfilavano contro “la guerra senza se e senza ma” il 17 marzo fossero in piazza a cantare a squarciagola l’Inno di Mameli avvolti in un tripudio di tricolori? E che solo due giorni dopo passassero dalle parole ai fatti applaudendo la partecipazione dell’Italia ad un’offensiva militare contro uno stato sovrano?
Dal Partito Democratico non si levano voci di preoccupazione per possibili vittime civili dei bombardamenti, né si chiede di circoscrivere il più possibile i confini dell’operazione – è più facile che se ne lamenti il carattere tardivo e che si accusi il governo di debolezza e di tentennamenti.
Certo i comunisti duri e puri prendono le distanze, ma la loro posizione questa volta resta marginale: un tributo alla tradizione e all’ideologia, ma non più l’anima profonda di una grande mobilitazione popolare.
Quel popolo della sinistra che risponde compatto ad ogni chiamata alle armi ideologica e che solo pochi anni fa riempiva l’Italia di bandiere arcobaleno oggi se ne resta in congedo e segue in pantofole le breaking news della guerra dal televisore di casa – come quell’Italia borghese che si gustava l’avanzata delle truppe di Bush nei tg di Fede.

L’atteggiamento della sinistra italiana è particolarmente clamoroso, ma certo anche il centro-destra ha modificato nel tempo in modo disinvolto i propri orientamenti strategici.
Solo pochi anni fa quando si parlava di politica estera in Forza Italia sembrava battere un cuore atlantista e sinceramente idealista, con Berlusconi, in vena neocon, a tessere le lodi dell’intervento americano contro Saddam e dell’esportazione della democrazia nel mondo. In breve tempo questa visione ha lasciato il passo ad un’altra animata principalmente da considerazioni spicce di realismo politico – una “concretezza” che portava fino a poche settimane fa a fare il tifo per la “stabilità” di Gheddafi e che oggi conduce il governo ad imbarcarsi in una guerra che non sente propria essenzialmente per non “perdere il treno”.

Nei fatti, chi fino a pochi anni fa aveva granitiche certezze sul fatto che non esistono guerre giuste, oggi si batte a favore di un intervento “doveroso”. Chi vedeva biechi interessi economici dietro qualsiasi conflitto oggi si convince della possibilità di una guerra democratica e disinteressata.
E viceversa parecchi tra i sostenitori di centro-destra della presenza italiana in Iraq oggi sono assaliti da ogni genere di dubbi, sull’efficienza, sull’utilità e sulla stessa “moralità” dell’uso della forza contro un altro paese – e recuperano le medesime armi polemiche usate a suo tempo dall’altra sponda come denunciare “l’ipocrisia di intervenire nello stato A quando si chiude un occhio anzi due nei confronti delle violazioni dei diritti umani negli stati B, C e D”.

In fondo se gli scenari di democrazia bloccata della Prima Repubblica facevano sì che – tutto sommato – su alcune questioni (come le alleanze politiche e militari) le forze politiche consolidassero nel tempo delle identità abbastanza definite, la democrazia dell’alternanza della Seconda Repubblica ha inevitabilmente generato una situazione più fluida, attenuando le differenze  politiche e  programmatiche e consentendo ad entrambi i poli la possibilità di misurarsi con le responsabilità di governo e di opposizione.
E’ in questo contesto che le parole d’ordine diventano sorprendentemente intercambiabili – e destra e sinistra possono imbracciare alternativamente qualsiasi vessillo: che si tratti della “nazione”, della “patria”, della “pace”, dell’”esportazione della democrazia”, della “diplomazia parallela”, dell’”atlantismo”, della “realpolitik”, del “filoarabismo” e così via.

Come in “1984” i nostri partiti capovolgono la loro posizione politica, ma allo stesso tempo restano sempre inesorabilmente nel giusto. Abbiamo forse mai visto dei leader ammettere di aver commesso errori madornali di valutazione storica?
Nella distopia orwelliana il Grande Fratello assicurava un tale livello di perfezione morale attraverso la riscrittura continua della storia che di volta in volta veniva modificata per giustificare come il Partito avesse ragione ed avesse sempre avuto ragione. Nell’Italia di oggi non è certo possibile modificare il passato con la  stessa sistematica scientificità, ma in fin dei conti non è neppure necessario.
Supplisce in questo senso lo scarso spirito critico degli italiani pronti a digerire ogni salto mortale, in parte per  loro scarsa memoria “storica” ed in parte maggiore per la loro conclamata disponibilità a giustificare comunque la propria parte politica ed a comprendere le necessità strategiche che impongono di ricollocarsi di volta in volta per meglio lottare contro la parte avversa.
C’è qualcuno che può pensare che se in questi anni Berlusconi si fosse posto in netta contrapposizione nei confronti di Gheddafi al punto da prendere l’iniziativa per un’azione militare volta a scalzarlo, Bersani e la sinistra lo avrebbero lealmente sostenuto? Non ci troveremmo più probabilmente ad assistere a colossali manifestazioni pacifiste ed antiimperialiste come quelle che hanno osteggiato il coinvolgimento italiano nelle operazioni di peacekeeping in terra irachena?
E similmente c’è qualcuno che può pensare che se l’evoluzione della politica italiana non avesse premiato così la Lega “padanista”, ma invece avesse plebiscitato ad esempio la Destra “nazionale” di Storace, in questi giorni avremmo trovato davvero tanti progressisti con in mano il tricolore?

Le idee vanno e vengono. L’unica cosa che conta, proprio come nel romanzo di Orwell, è il principio della “guerra permanente”, nel nostro caso della “guerra civile permanente” in cui purtroppo questo paese sembra trovarsi perfettamente a suo agio.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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