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Sulla riforma della Giustizia il Governo continua a sbagliare obiettivo

– Da anni Silvio Berlusconi ribadisce la necessità di riformare profondamente la giustizia.
Non passa giorno che non faccia almeno un riferimento alla volontà di cambiare profondamente un sistema pieno, a suo avviso, di manchevolezze e distorsioni.

Il 10 marzo scorso il Guardasigilli Alfano ha presentato un disegno di legge di riforma radicale dell’intera macchina della giustizia, una riforma che lo stesso Presidente del Consiglio ha definito “epocale”. I punti salienti del DDL riguardano separazione delle carriere tra PM e giudici, CSM diviso in due (uno per i PM ed uno per i giudici), Alta Corte di disciplina esterna al CSM, principio di responsabilità civile dei magistrati, eliminazione (o attenuazione) del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale.

Si intuisce già da questi pochi elementi come non si tratti tanto di una riforma della giustizia quanto di un pesante intervento sull’ordinamento giudiziario. Non vi è un solo riferimento al processo, alla sua funzionalità, alla giurisdizione penale in genere. Tutte le proposte presentate dal Governo riguardano, direttamente o indirettamente, la struttura dell’organizzazione giudiziaria. Come questo possa migliorare il processo penale, rendendolo più veloce ed efficace, risulta difficilmente comprensibile.

Per raggiungere risultati davvero efficaci sarebbero ben altri i punti sui quali intervenire, punti che presentano anche l’innegabile vantaggio di non necessitare di una riforma costituzionale, procedimento quest’ultimo estremamente complicato, all’esito del quale sarebbe comunque possibile proclamare un referendum, che a sua volta avrebbe un esito obiettivamente incerto.

Si rende sempre più necessaria una riforma organica del codice di procedura penale.
Si potrebbe, ad esempio, partire da un’incisiva modifica delle impugnazioni, eliminando il divieto di reformatio in peius. In base a questo principio (assente in quasi tutti gli altri ordinamenti giuridici occidentali), ad oggi, il giudice di secondo grado, in caso di impugnazione del solo imputato, non potrà mai emanare una sentenza più grave di quella di primo grado. Un meccanismo di questo tipo rappresenta una delle cause principali che intasano il nostro processo penale, poiché favorisce ed incentiva l’imputato a presentare sempre appello. Il nostro sistema giudiziario, come qualsiasi altro, è in grado di sopportare un certo numero di cause e non di più: aumentarle a dismisura contribuisce solo a renderlo più lento e farraginoso.

Indispensabile sarebbe poi una radicale riforma delle notificazioni degli atti. La scelta dovrebbe orientarsi verso la completa informatizzazione delle notifiche. Questo non solo consentirebbe un ingente risparmio di denaro (niente più personale in giro per l’Italia a consegnare materialmente nelle mani degli avvocati i vari atti processuali) ma soprattutto di tempo: tutto potrebbe farsi tramite l’invio di email ad indirizzi di Posta Elettronica Certificata (PEC) da affidare ai difensori. Questa sarebbe una modifica a costo zero dagli effetti immediati e concreti; chissà come mai, però, nella proposta di riforma del Governo non se ne trova traccia.

 

 Sarebbe poi auspicabile pensare alla figura del cancelliere. Da anni ormai non viene fatto un concorso pubblico per questa figura e tutti quelli attualmente in forza nei vari tribunali stanno via via andando in pensione. La cosa non è di poco conto e ha conseguenze dirette sulla lentezza dei processi, poiché, quando in un’udienza viene a mancare il cancelliere, il giudice non può che disporre un rinvio.

Sempre sotto il profilo del diritto processuale penale, sarebbe utile una completa rivisitazione dei riti alternativi, quale ad esempio il patteggiamento. Il nuovo codice di procedura penale del 1989 aveva puntato molto su questi meccanismi che, nell’idea del legislatore, avevano il compito di alleggerire la macchina della giustizia diminuendo il numero di processi.

Purtroppo questi riti hanno completamente fallito il loro scopo; le motivazioni sono tante, ma una delle principali e senza dubbio rappresentata dalle successive norme che hanno completamente smontato e depotenziato questi meccanismi. Le recenti leggi, ad esempio, hanno ridotto sensibilmente i tempi di prescrizione e reso i riti alternativi non più appetibili. Nessun imputato sceglierà un rito come il patteggiamento se l’alternativa è proseguire il proprio processo in un lunghissimo dibattimento che sicuramente sfocerà nella prescrizione.

 

 Fondamentale sarebbe anche un intervento generale e sistemico di depenalizzazione, vera, di molti reati.
Anche solo considerando che attualmente, nel nostro ordinamento, un biglietto d’autobus non pagato giustifica un processo penale con tutti i gradi di giudizio (primo, secondo e Cassazione), si comprende come un sistema strutturato su queste premesse non possa che arenarsi miseramente.

Sarebbe dunque  auspicabile una seria depenalizzazione, operata in maniera “chirurgica”, intelligente, che senza dubbio alleggerirebbe il carico della giustizia penale italiana. Il Legislatore invece, soprattutto negli ultimi anni, si è mosso esattamente nella direzione opposta, aumentando a dismisura alcune categorie di illeciti penali tipici di alcune fasce sociali e indebolendo, spesso in maniera irreversibile, le sanzioni verso gravi fenomeni di criminalità (basti solo pensare al diritto penale dell’economia).

Quelle appena citate sono solo alcune tra le tante proposte che si potrebbero prendere in considerazione per un’autentica riforma della giustizia. Come già detto, si tratta di riforme a costo zero e molto più facili da concretizzare perché si muovono tutte sul piano della legge ordinaria.

 

 Ma nella riforma costituzionale della giustizia non c’è nemmeno una di queste ipotesi. Non che le proposte avanzate dal Governo siano tutte completamente sballate; anzi, su molte sarebbe comunque utile aprire un dibattito in grado di coinvolgere tutti gli operatori del settore. Il problema è che si tratta di modifiche inutili se prima non si decide di intervenire sui principali istituti del processo penale.

In altre parole: anche se, paradossalmente, la riforma dovesse andare a regime già da domani, la situazione resterebbe esattamente la medesima, i processi continuerebbero ad essere drammaticamente lenti ed i tribunali sommersi dai procedimenti penali.

Stiamo perdendo, insomma, l’ennesima occasione di intavolare una discussione davvero utile per il Paese.


Autore: Luigi De Santis

Romano di nascita, è convinto che le condizioni del diritto e del processo penale siano ottimi osservatori per testare lo stato di salute di una società e che persino l’Italia meriti un sistema giuridico autenticamente liberale. Concorda pienamente con chi ha sostenuto che “il diritto non è accademia : è vita e, se il suo studio non appassiona, significa che non vi è interesse per le vicende umane”.

2 Responses to “Sulla riforma della Giustizia il Governo continua a sbagliare obiettivo”

  1. stefano scrive:

    Non sono affatto d’accordo con questo articolo.
    Abolire “reformatio in peius” mi fa pensare all’esito di un esame universitario, quando lo studente rifiuta il voto consapevole che la prossima volta potrebbe andar peggio.
    L’informatizzazione delle notifiche, a naso, mi pare più una questione burocratica che da riforma della Giustizia.
    D’accordo con le depenalizzazioni anche se l’ultima volta che non ho pagato il biglietto dell’autobus me la son cavata con la multa e nessuno m’ha denunciato, quindi mi sfugge l’esempio.
    Sui vantaggi del patteggiamento, mi sembra palese che investire soldi in avvocati per anni e anni sia peggio che affrettare tutto, quindi mi pare che la convenienza a patteggiare rimanga.

    Una “riforma della Giustizia” implica proprio (in teoria) una riforma della struttura della Giustizia, mentre quello che viene qui proposto è una serie di modifiche al procedimento, si parla cioè di due cose diverse, non alternative.

    Sono invece molto d’accordo con i punti di questa riforma: attenuare l’obbligatorietà dell’azione penale (finalmente!), separare le carriere di pm e giudici (finalmente!), separare il Csm (finalmente!), introdurre una seria e diretta responsabilità civile per i magistrati che sbagliano (finalmente!).

    Da ultimo, il sistema (giudiziario) è pieno di manchevolezze e distorsioni non a “suo avviso” (di Berlusconi) ma ad avviso di molta gente: ad esempio di tutti quelli che votarono, in massa, a favore della responsabilità civile per i giudici. Mi dispiace per l’autore e per Libertiamo, ma io dico che era ora!

  2. inutile scrive:

    E cosa si dice delle dichiarazioni della Bongiorno contro la responsabilità dei giudici?
    Non era un vecchia battaglia di Della Vedova? Venduta anche questa in onore del Finismo anti-berlusconiano?

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