– Ha ragione chi sostiene che abbiamo tradito la Libia. Aveva ragione chi sosteneva, nel 2008, che avessimo tradito la Nato. In parole povere: abbiamo fatto uno dei nostri soliti giri di valzer.

E’ questa la filosofia di politica estera dell’Italia? Un precedente illustre c’è: la Triplice Alleanza. L’Italia vi entrò a far parte, assieme a Germania e Impero Austro-Ungarico, nel 1882, perché offesa dall’occupazione francese della Tunisia (corsi e ricorsi della storia), che allora ci interessava moltissimo.

L’alleanza fu molto longeva, quasi quanto quella Atlantica: durò fino al 1914. Fino a quando, cioè, Germania e Impero Austro-Ungarico si trovarono a dover combattere una guerra su larga scala in Europa. Allora la guerra (quella per cui l’alleanza era stata stipulata) ci separò. Ci riservammo il diritto di restare neutrali. Poi di decidere da che parte stare. Infine, nel 1915, di optare… per il “nemico”, cioè per l’Intesa.

Fu una scelta saggia, col senno di poi. Ci schierammo dalla parte delle democrazie occidentali (sorvolo sulla Russia zarista) e alla fine risultò essere anche la scelta vincente.Attualmente non ci troviamo di fronte a scelte tanto epocali. L’Italia è membro dell’Alleanza Atlantica dal 1949. Da allora ci siamo permessi meno giri di valzer, così tipici della nostra diplomazia. Tuttavia, in questi due anni, un piccolo giretto ce lo siamo concessi, anche se pochi se ne sono accorti. Nel 2008 abbiamo firmato un Trattato di Amicizia e Cooperazione con la Libia, vantato come un prodigio di realpolitik. Esso contiene ben tre articoli che ci vincolano ad un patto di non-aggressione con il regime di Tripoli.

Articolo 3: “Non ricorso alla minaccia o all’impiego della forza”. “Le Parti si impegnano a non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte o a qualunque altra forma incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite”.

Articolo 4: “Non ingerenza negli affari interni”: 1. “Le Parti si astengono da qualunque forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte, attenendosi allo spirito di buon vicinato”. E il comma 2, soprattutto. “Nel rispetto dei principi della legalità internazionale, l’Italia non userà, né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia e la Libia non userà, né permetterà, l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro l’Italia”.

Articolo 5, “Soluzione pacifica delle controversie”: “In uno spirito conforme alle motivazioni che hanno portato alla stipula del presente Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione, le Parti definiscono in modo pacifico le controversie che potrebbero insorgere tra di loro, favorendo l’adozione di soluzioni giuste ed eque, in modo da non pregiudicare la pace e la sicurezza regionale ed, internazionale”.

Ora: va bene firmare un accordo di partenariato, per il petrolio, il gas e per regolare il flusso di migranti nel Mediterraneo. Ma questi tre articoli del Trattato ci hanno quasi fatto passare, allora, per traditori della Nato. E adesso per traditori della Libia.

A due anni dalla ratifica di quel patto di non-aggressione, lo stesso governo che lo ha firmato, oggi, ha messo a disposizione degli alleati occidentali “l’uso dei propri territori”. Non solo: non abbiamo rinunciato alla “ingerenza diretta negli affari interni” nella Libia, ma abbiamo mobilitato anche i nostri aerei. Noi possiamo sempre dire che il regime di Tripoli ha violato in modo massiccio l’Articolo 6 dello stesso Trattato: “Rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali”. Ma non è una novità: il regime di Gheddafi viola sistematicamente i diritti umani dei suoi cittadini da 42 anni, da quando ha preso il potere con un golpe militare. E’ anche difficile argomentare che il governo di Gheddafi non esista più: esiste ancora e, per ora, l’Italia non ha ancora riconosciuto ufficialmente il governo alternativo, quale è il Consiglio Nazionale di Transizione.

Contrariamente all’attivismo pro-intervento di un Sarkozy e di un Cameron, il nostro, fra i governi europei, è stato uno dei più riluttanti a condannare la repressione di Gheddafi (uno degli ultimi a farlo, prima di Obama, comunque). E anche uno dei più cauti ad approcciare il Consiglio Nazionale di Transizione. Il colpo di reni dell’esecutivo a favore dell’intervento è stato tanto repentino da spiazzare la stessa stampa più vicina al governo. Infatti quasi tutti i media italiani sostengono la necessità di intervenire, salvo gli opinion maker di centro-destra che restano contrari o quantomeno perplessi.

Insomma, abbiamo fatto il nostro solito giro di valzer. Ma almeno, come nel 1915, abbiamo fatto la scelta giusta. Non è detto che sia quella vincente. Non è detto che l’azione della coalizione dei volenterosi sia destinata a piegare Gheddafi. Ma almeno sappiamo di essere dalla parte del mondo libero, contro un dittatore fra i più spietati di questo pianeta. Per di più, contro un tiranno che si è sempre orgogliosamente proclamato anti-italiano e che, ogni volta che ha potuto, ha ricattato tutti i nostri governi.

La guerra, dunque, oltre che giusta, rientra nell’interesse nazionale italiano. Non è vero che ci stiamo sacrificando per gli interessi francesi e inglesi: se Gheddafi cadesse, anche noi ci libereremmo da un peso immenso. Di sbagliato, in questa vicenda, c’è solo il nostro passato: la nostra realpolitik di breve periodo, il nostro sbilanciamento a favore di una “Amicizia” con un nemico dichiarato. Adesso, tutte queste cose, ce le siamo dovute rimangiare. Quanta fiducia potremmo ispirare, d’ora in avanti, nei governi e nei regimi con cui andremo a trattare? Chi crederà al pezzo di carta che andremo a firmare assieme a loro?

Questa vicenda potrebbe avere dei risvolti positivi. Forse impareremo a non farci troppi amici fra i nemici dichiarati dell’Occidente, sapendo che, prima o poi, è facile arrivare alle mani con loro. Forse impareremo a non essere troppo allineati a Putin, che, appena l’altro ieri, paragonava la risoluzione Onu a un richiamo per le Crociate, facendo il coro con Gheddafi e col suo linguaggio da jihadista. Forse impareremo a non fare trattati di amicizia e cooperazione con Alexandr Lukashenka, dittatore della Bielorussia, il prossimo che aspira a entrare in rotta di collisione con l’Unione Europea. Forse impareremo a non approfondire troppo la nostra partnership con Assad, dittatore della Siria, prossimamente in rotta di collisione con Israele e con il suo stesso popolo.

Ma lo impareremo veramente?