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Magistrati in (anti-costituzionale) guerra mediatica

– Ho un amico magistrato. Si occupa di civile. Tipo pragmatico, politicamente agnostico. Corporativo quanto chiunque operi in un contesto professionale ordinativamente definito. Corporativo, insomma, quanto un qualunque insegnante, giornalista, politico, metalmeccanico…che quando parla del suo mestiere parla di qualcosa che vive e conosce dall’interno.

Di questo amico, per dire, ho sempre registrato la patente disapprovazione per le dis-funzioni deontologiche che affliggono la sua professione. Il fatto ad esempio che per far carriera non si possano non adire le vie politiche ovvero militare in una delle correnti dell’Associazione, e all’interno di essa farsi ‘notare’; che se un collega ha l’attitudine a non lavorare, facendo sì che sulla sua scrivania si accumulino cause su cause, e che di conseguenza ciascuna di essa si protragga nei tempi ‘lenti’ sovente lamentati, ebbene ha piena facoltà di farlo. Che se invece un magistrato ha voglia di dedicarsi a che le cause di sua competenza abbiano un ciclo di vita ragionevolmente civile per i cittadini che ne sono coinvolti, ovvero mettersi sotto per fare in modo che le cose procedano come è sacrosanto diritto del cittadino pretendere, ebbene può farlo, consapevole però che cotanta dedizione non avrà il minimo impatto (positivo) sul suo destino professionale, poiché per far carriera – appunto – nella disfunzionale organizzazione corporativa è necessario avere doti diverse da quelle prescritte al buon magistrato: occorrono qualità politiche, ambizioni mediatiche. Se hai le une e le altre, la carriera in magistratura la fai. Se fai solo il tuo lavoro, se fai solo procedere speditamente le cause, ma non sei anche un ‘affiliato’, ebbene la carriera non la fai.

Ora, questo amico magistrato mi illustrava con allarme le sue perplessità sulla semplicistica immagine propagandata dal Ministro della Giustizia per illustrare ai cittadini la razionale sensatezza della responsabilità della funzione. Se un medico sbaglia, paga. Se il magistrato sbaglia – opina il Ministro – paga invece lo Stato. La eventuale rivalsa dello Stato sul magistrato, poi, non sarà mai significativa al punto da costituire un deterrente alle violazioni deontologiche compiute dal reo.

Il problema che questo amico ha provato a rappresentarmi, però, è che il nostro ordinamento riconosce al giudice un certo grado di discrezionalità. Una discrezionalità ordinamentale, quindi, cioè strutturale all’esercizio stesso della professione. Dunque – argomentava l’amico – o tu legislatore mi togli del tutto il potere discrezionale. Oppure predisponi un sistema universale e per default di sanzioni, ovvero una procedura di verifica ex post dell’operato del magistrato, capace di riconoscere e punire il dolo in maniera conforme alla gravità del dolo stesso e delle relative conseguenze – materiali e immateriali – sul cittadino che ne è stato vittima.

Insomma: o tu Stato fai il datore di lavoro, così come già fai il reclutatore, assumendoti tu le conseguenze delle tue scelte – giuste o sbagliate – rispetto ai tuoi dipendenti. Oppure ridefinisci natura, ruolo e poteri della funzione – a cominciare dal recruiting. Se il magistrato è singolarmente responsabile a cospetto del cittadino, ebbene egli non può operare in un contesto costituzionale e normativo che gli conferisce un potere discrezionale di cui l’errore (ma anche il dolo, la svogliatezza, l’intenzionale asservimento del ruolo all’interesse…) è fisiologica componente. Io magistrato – osserva l’amico – devo avere un deterrente strutturale, ordinamentale, a non commettere leggerezze o abomini atroci – come il pronunciamento di sentenze giuridicamente forzate da ragioni (politiche, di simpatia, di interesse…) che con la mia funzione di amministratore del Diritto non hanno nulla a che fare. Ma non posso agire in un ordinamento che mi attribuisce discrezionalità e che al contempo pretende di non farsi causa delle fisiologiche conseguenze.

La questione è suggestiva. La sottopongo al lettore, come pura riflessione post-domenicale, rinviandolo per una più saggia e competente trattazione alle puntuali e certamente più appropriate argomentazioni dei giuristi di Libertiamo. Uno fra tutti, Giacomo Canale.  Resta un problema.
Il magistrato che agisce come soggetto politico titolato a dare indirizzo e forma alla legislazione proposta o vigente travalica i confini del proprio ruolo costituzionalmente sancito. Il magistrato che non passa giorno che non sia in Tv – come ospite di talk show, o protagonista di manifestazioni politiche – travalica i confini del proprio ruolo costituzionalmente sancito. Il magistrato che, in rappresentanza dell’Associazione nazionale dell’ordine di appartenenza, si pronuncia in merito alla legittimità politica degli a lui ‘terzi’ altri poteri costituzionali, travalica i confini del proprio ruolo costituzionalmente sancito. Resta questo problema, e non è un problema da poco.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

2 Responses to “Magistrati in (anti-costituzionale) guerra mediatica”

  1. Piccolapatria scrive:

    Chi tocca la corporazione dei magistrati è come toccasse i fili dell’alta tensione: muore!

  2. GrazianoP scrive:

    Scusi Simona, o io non ho capito niente oppure la linea de pensiero del suo amico mi pare demenziale: siccome tu Stato mi dai un certo grado di discrezionalità allora ne rispondi tu se io uso la stessa discrezionalità in modo da causare un danno. Mi sembra assurdo. Sarebbe come dire: siccome io sono un citrtadino di uno stato libero (più o meno) allora la responsabilità delle mie azioni non è mia ma dello stato che mi ha lasciato la libertà. Invece se sono un cittadino, per dire, cubano, allora è solo colpa mia se mi comporto male. Boh???

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