– Nella moderna cultura politica la libertà è all’ultimo posto nella gerarchia dei valori.

Nessuno si pone mai alcun quesito riguardo la libertà, e non appena si scopre una nuova bella parola d’ordine politica, subito viene messa davanti alla libertà nella scala delle “preferenze sociali”. Questo è stato chiaro nel recente dibattito sulle quote rosa, ma in realtà si tratta di una cosa così frequente che la domanda dovrebbe essere “dov’è che non è evidente?”

La libertà è il diritto di decidere quali fini perseguire con i propri mezzi. Questo si contrappone ad ogni tentativo di eterodirezione dei fini, e ad ogni tentativo di espropriazione dei mezzi: il rapinatore che chiede il portafogli, lo Stato che impone le tasse, il prete che obbliga a non morire, l’egalitarista che costringe a ridistribuire, il razzista che difende la segregazione, l’antirazzista che costringe al melting pot.

Il liberale vuole una società dove chi usa la violenza contro il prossimo sia punito; tutti gli altri vogliono usare la forza pubblica per costringere gli altri ad essere ciò che non vogliono essere e a fare ciò che non vogliono fare. Essere liberale significa anteporre la libertà e la responsabilità dell’individuo alle buone intenzioni (che notoriamente lastricano strade che è meglio non percorrere) degli ingegneri sociali.

La legge di cui parliamo probabilmente non avrà grandi conseguenze: creerà solo rendite di posizione per le donne che vorranno entrare nel management delle aziende, e fomenterà il pregiudizio che le donne-manager stanno lì grazie alla legge e non alle loro capacità (con danno di chi sta lì per i suoi meriti). Essa non chiarisce infatti secondo quali criteri le donne verranno scelte (noi abbiamo ahimé già qualche idea, visti i precedenti), né assicura che queste abbiano alcuna voce in capitolo o che ne abbiano nei settori di loro competenza.

Il problema da analizzare è quindi la mentalità, non, per una volta, le (probabilmente irrilevanti) conseguenze. È la mentalità che pone la libertà in fondo alla scala dei valori, invece che in cima, ed è pronta a fare un passo indietro ogni qual volta c’è una nuova parola d’ordine, mischiata a qualche dato che si suppone scientifico, a giustificare l’ennesima limitazione della libertà individuale.

Vogliamo una società libera? Bisognerà convenire che non si può fare a meno del diritto contrattuale: ogni limitazione di questo allontana dall’obiettivo finale, trasformando il diritto privato in una branca del diritto amministrativo, consentendo ai nostri “rappresentanti” di mettere il naso in ogni nostro affare, obiettivo, o passione.

Vogliamo una società libera? Piantiamola con l’uso della legislazione per strategie di palingenesi morale ed intellettuale della società: non è quello lo scopo del diritto, tranne che nei paesi totalitari. Non è un caso se l’uso della legge per questi fini è l’essenza delle democrazie totalitarie studiate da Jacob Talmon, le cui origini risalgono al giacobinismo di Robespierre e del suo vate Rousseau.

Vogliamo una società libera? Evitiamo di cadere nella trappola di usare la scorciatoia della creazione per mezzi legislativi di rendite di posizione, e consentiamo alle persone di migliorarsi moralmente per scelta individuale e non per imposizione coercitiva dall’alto, ad opera dei professionisti delle buone intenzioni imposte a mano armata tramite la brutalità della legge.

Un conto è rimuovere le barriere all’ingresso che impediscono alle donne di fare carriera (come accadeva fino a trent’anni fa per accedere alla magistratura), un conto è dire quante donne devono sedere nei singoli tribunali e nelle singole Corti d’appello. Sta tutta qui la differenza.

Vogliamo una società libera? Cominciamo col partire dal presupposto che la scelta morale è individuale, e la vita morale è personale, e che la coercizione deve avere il solo scopo di difenderci dalle imposizioni altrui, non di imporre agli altri le nostre preferenze riguardo come ci si dovrebbe comportare con gay, donne, giovani e stranieri. Chissà poi perché, come diceva Ayn Rand, la minoranza più minoritaria di tutte, l’individuo, non è mai difesa da nessuno.

Vogliamo una società libera? Usciamo dalla strategia di breve termine di protestare debolmente e poi accettare compromessi ogni qual volta si ha paura di sembrare “cattivi” ad andare contro pillole di coercizione statale edulcorate dagli “alti ideali” di cui i politici sono i più grandi produttori mondiali (anche se non sono in genere in grado di realizzarli effettivamente).

Forse la libertà è un ideale che ha un po’ più valore di quanto si ritenga di norma. Forse chi vuole imporre una riduzione della libertà individuale non deve potersela sempre cavare solo con una dichiarazione di buone intenzioni o invocando a sproposito il principio costituzionale di ragionevolezza.

C’è bisogno di compromessi per correggere una stortura? Si faccia, cum grano salis, ma non si dimentichi che la libertà individuale è sistematicamente coartata e compressa dalla politica, senza che mai si levi un grido di dolore per la riduzione degli spazi di autonomia individuale, e che la libertà sembra in genere essere tollerata solo perché fa aumentare la base imponibile.

Se vogliamo uscire dallo statalismo della legislazione corporativa e della lotta per i privilegi legali a difesa del proprio “particulare” e a danno del resto della società che caratterizza la nostra cultura politica e avvelena la nostra vita sociale, occorre recuperare la nozione liberale di libertà dalla naftalina in cui la democrazia contemporanea l’ha riposta e chiedersi almeno ogni tanto cosa ne è della libertà quando la politica decide questo o quell’altro.