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Il liberalismo del ‘fatti i cazzi tuoi’, cioè il qualunquismo

– Liberale. Una parola che tutti usano; in molti si definiscono liberali o affermano di avere un atteggiamento tale.
Liberalismo. Un modo di pensare e di essere che tutti citano. Liberalismo di su, liberalismo di giù, di qua e di là.
Molti usano queste parole a vanvera, molti con cognizione di causa ed alcuni solo ed esclusivamente per farla franca, guastando termini che derivano dal latino liber (libero), di etimologia incerta, così come è incerto l’uso e l’abuso che molti politici italiani ne fanno.  Quindi, siamo  sicuri di conoscere il significato di “liberale” e di “liberalismo”?

Bene, provo a scrivere un articoletto che si pone, velleitariamente, il fine di spiegare cosa voglia dire liberale e liberalismo nella filosofia politica. A proposito del pensiero liberale Benjamin Constant scriveva che: “vi è una parte dell’esistenza umana che resta necessariamente individuale e indipendente, e che è, di diritto, fuori da ogni competenza sociale. La sovranità non esiste che in maniera limitata e relativa. Dove inizia l’indipendenza dell’esistenza individuale, là si arresta la giurisdizione di questa sovranità”

Partiamo da un presupposto. Di liberalismi, nella storia delle dottrine politiche e dei loro pensatori, se ne trovano molti, e ben diversificati; in un famoso studio, ne si contano quindici.
La logica comune, imprescindibile,  a tutte le diverse formule è l’idea che la funzione fondamentale dello stato sia quella di garantire i diritti degli individui che, anche quando non sono decisamente ancorati ad una legge naturale o razionale, anche quando non preesistono allo stato e compaiono e si trasformano nelle logiche della storia e della contemporaneità, hanno sempre e comunque un primato rispetto alle scelte della politica e alle decisioni della “democrazia”. Costituiscono, quindi, un limite alla politica e un vincolo (fatto di diritti inalienabili) che le decisioni democratiche devono comunque rispettare.

Vi sono posizioni liberali (Hayek e Gray) che ritengono che una società libera possa formarsi anche, addirittura, in assenza di democrazia, e che vedono questa più come una minaccia che come garanzia per la tutela e la promozione delle libertà. Poi ve ne sono altre (Rawls) che accolgono pienamente la democrazia, ne fanno il luogo di coltura dei valori liberali, lasciando da parte le riserve liberali contro di essa.

Analoghe differenze si incontrano quando ci si riferisce agli assetti economico-sociali: da un lato si collocano coloro che, come Hayek e Nozick, ritengono che la giusta distribuzione della ricchezza sia data dalla competizione regolata dei soggetti sul mercato – all’opposto si situano i pensatori liberali che ritengono che l’accesso ai più importanti beni sociali, in misura più o meno egualitaria, sia tra i diritti che devono essere assicurati a tutti.

In altre parole, tra i pensatori liberali troviamo a un estremo coloro che difendono l’inviolabilità dei diritti di proprietà e la legittimità delle sole transazioni di mercato, e all’altro estremo coloro che inseriscono tra i diritti irrinunciabili una certa quota di beni sociali, da garantirsi a tutti anche a scapito e danno dei più abbienti. In termini teorici si può definire, con un apparente paradosso, liberalismo socialista (Van Parijs) quel liberalismo che considera il diritto a determinati beni e dotazioni come un diritto fondamentale di libertà, che dovrebbe prevalere in linea di principio sulle decisioni democratiche.

Come vediamo il liberalismo non è un assioma, non è un significato piatto, ma è una dottrina dinamica, data tra una dialettica tra ipotetici opposti, ma riconducibile, sempre, ad una tesi comune. La tesi del primato e della centralità dei diritti, visti come limite a ciò che lo stato o la democrazia possono imporre ai cittadini. Poi vi saranno liberalismi che si inverano nella democrazia e liberalismi che non lo fanno. Liberalismi aperti alle esigenze di tutti e liberalismo che considerano il “tutti” come un tradimento dei diritti del singolo individuo.

Ciò che caratterizza, comunque, tutti i liberalismi “sani” , è il porre a fondamento della convivenza sociale individui dotati di diritti. Diritti che vengono considerati innati, inalienabili o inviolabili nel senso che gli individui non potrebbero rinunciare a essi neanche se lo volessero.  Il principale tratto del liberalismo, quindi, è la convinzione che le leggi pubbliche abbiano come fine quello di tutelare i diritti indisponibili degli individui, cioè di assicurare a essi una sfera protetta dalle intrusioni sia da parte di altri individui, sia da parte dei poteri politici.

Ma attenzione! Che questi principi nella nostra congiuntura politica e morale siano sviliti, distorti e massacrati al punto tale da giustificare “il fare tutto a prescindere da qualunque cosa”, come se la libertà dovesse prescindere non solo dalle leggi, ma da qualunque forma di controllo e sanzione sociale per essere considerata tale e pienamente rispettata… ecco, che questo liberalismo strabordi nella furia ideologica del “fatti i cazzi tuoi” dimostra che in realtà quello “liberale” è solo il travestimento politico del più gretto, antico e italianissimo qualunquismo, che peraltro è politicamente agnostico, visto che, nella sua storia, non ha rinunciato ad avere anche travestimenti socialisti o di sinistra.

Poi, entrando in un certo specifico, se il valore del diritto dell’individuo viene prostrato secondo logiche particolaristiche (come è nelle leggi ad personam, ma anche nella tolleranza ad personam, riservata a chi se la può permettere –  e agli altri no), abbiamo l’indice della fogna etica e culturale nella quale si è tirato il nostro paese. Il liberalismo tutela l’individuo sì, ma individuo come soggetto e oggetto di diritto, uguale, in questo, a tutti gli altri, non in quanto Uno, Io-e-solo-io, insofferente delle norme e delle leggi e della loro offensiva “uguaglianza”. Uno è solo Dio. E non è in terra.

La morale è: che usino le parole liberale e liberalismo solo coloro che ne conoscono il significato e, sopratutto, rispettandolo.

P.S. Per scrivere questo articolo ho inserito citazioni letterali da studi di Stefano Petrucciani, filosofo della politica che ho avuto il piacere di conoscere durante la realizzazione di un documentario sul ’68 realizzato per la Rai, in occasione del quarantesimo anniversario di quella data-simbolo. L’unico che la Rai abbia prodotto. C’era la paura di raccontare il ’68.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

13 Responses to “Il liberalismo del ‘fatti i cazzi tuoi’, cioè il qualunquismo”

  1. Pietro M. scrive:

    Come in Italia Berlusconi riesca a farsi passare per “liberale” non è un mistero: il liberalismo non sappiamo cos’è. Chiunque sia contrario ai gulag può dirsi liberale in questo Paese, tanto elastica è la nozione che abbiamo di libertà. Ci accontentiamo di molto poco. Siamo così abituati ad ingannarci, del resto, che chiamiamo “liberali” le nostre istituzioni politiche.

    Purtroppo la parola “libertà” è stata ridefinita tante volte che è impossibile parlare di “liberalismo” e pensare di essere compresi.

    Leggo a volte che viviamo in “democrazie liberali”, altre che la libertà è morta da almeno un secolo. Entrambe le persone che me lo dicono si dicono liberali, ed entrambe i giudizi mi sembrano erronei. Di certo però lo Stato e la politica non sono mai stati così potenti, e le scelte collettive non possono che espandersi a danno delle scelte, e dunque dell’autonomia decisionale, degli individui. Io oggi sono servo della classe politica per metà del mio tempo al lavoro.

    Io, a differenza di alcuni liberali ecumenici, toglierei coloro che non hanno una visione circoscritta del ruolo del politico (inteso come scelta collettiva, e dunque in senso restrittivo) dal novero dei liberali, perché è impossibile distinguerli dai socialisti: come minimo, la diffidenza nei confronti della politica – anche e soprattutto se democratica – è fondamentale per il liberalismo “vero” (è una questione di definizioni, per me possiamo anche chiamarlo in un altro modo). Definizione per definizione, meglio non usare un termine che genera confusione senza prima averlo definito convenzionalmente in un certo modo.

    “Quando le parole perdono il loro significato, il popolo perde la sua libertà”, pare abbia detto Confucio. La libertà come la intendo io è un’idea non esprimibile nella Neolingua politica italiana contemporanea: quando Sartori parla di libertà, intende una cosa diversa da ciò che intendo io, che ho invece un’idea più hayekiana/misesiana/rothbardiana della stessa, che non può prescindere dalla libertà economica ed è quindi danneggiata dai “diritti positivi”.

    Non sono necessariamente per lo Stato minimo, ma lo Stato attuale è un abominio da tagliare secondo me almeno per due terzi, e finché da “libero al 50% non passerò almeno ad essere “libero all’80%” (col rimanente 20% del PIL si possono produrre beni pubblici a volontà, e anche aiutare i più deboli, anzi, sono quasi certamente troppi) continuerò a detestare la politica, strumento di “spoliazione universale” attraverso la quale “tutti pensano di vivere a spese degli altri” (Bastiat).

  2. MauriLIB scrive:

    “Fatti gli affari tuoi” è invece l’unico liberalismo che esiste. Il resto è fuffa. E non è non è una frase di Rothbard (Dio ne conservi sempre la memoria).

    La disse Gesù oltre duemila anni fa – Pensa alla trave nel tuo occhio prima di togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo vicino -.

    ‘Fatti gli affari tuoi’ genera in sequenza, ‘vivi e lascia vivere’ (la tolleranza) e ‘aiutati che Dio t’aiuta’ (la responsabilità delle tue azioni).

    Questo, è nient’altro, è il liberalismo, che parla a ‘me’ e a ‘te’, non dice mai ‘noi’. La ‘nostra’ comunità, i ‘nostri ideali’, la ‘nostra direzione’, il ‘nostro bene’, la ‘nostra morale’, il ‘nostro mercato’, le ‘nostre aziende’, i ‘nostri eserciti’, le ‘nostre guerre’, … il ‘vostro lavoro’ … e le ‘nostre tasse’!

  3. lodovico scrive:

    Il problema dei liberali, stanti i doveri, gli obblighi,i diritti costituzionali o i diritti universali dell’uomo, é la libertà:questa per definizione deve valere per tutti. Ogni uomo può fare a meno del diritto-dovere di votare ma non può fare a meno della libertà di votare. Nell’esercizio delle libertà nei confronti altrui nasce il concetto della responsabilità: ovvero non privare l’altro delle sue libertà.
    Nel presupposto di una società aperta, per dirla con Popper, esistono molte diverse soluzioni al problema di agire rispettando l’altrui libertà, importante é sapere che sono fallibili. Per questi motivi si può esser liberali con diversi gradi e sensibilità ai problemi quotidiani,anche i liberali sbagliano.

  4. Pietro M. scrive:

    MauriLIB: una società di gente che “si fa gli affari suoi” muore al primo paradosso del prigioniero che incontra. Per cooperare, accordarsi, concordare, convivere, contrattare, pacificare, mediare serve la capacità di vivere in società, non basta “farsi i fatti suoi”, e nessun liberale ha mai detto o pensato una cosa del genere.

    Poi certamente staremmo in un mondo migliore senza persone che giustificano ogni politica con le loro ferali buone intenzioni notoriamente lastricanti strade da non percorrere, ma questo è un altro discorso.

  5. MauroLIB scrive:

    @PietroM. Lo Stato dovrebbe dovrebbe occuparsi di ‘pochissime’ materie. Prime fra tutte la tutela dei diritti di proprietà e la pubblica sicurezza.

    Proteggi la proprietà e lascia ai cittadini il libero scambio. Davvero nessun liberale l’ha mai detto? E io che credevo che Von Mises fosse un liberal/liberista. Boh, forse l’ho studiato e non ho capito nulla … :)

    Scherzi a parte. Ma veramente si può credere che basti il rito delle elezioni per definire democrazia l’Europa o gli USA? Dove la casta politici/banchieri centrali stampa denaro contraffatto a copertura di debiti sempre nuovi che i nostri figli non riusciranno mai a pagare?

    Moneta senza alcun valore che periodicamente deve essere sostenuta (solo momentaneamente) azzannando la casa, le proprietà e i risparmi messi da parte col sudore e il lavoro da ogni singolo cittadino?

    Ma quand’è che i sudditi (quali nient’altro siamo) capiranno che lo Stato è ‘intrinsecamente’ un Leviatano che può solo autoperpetuarsi a spese dei singoli? Davvero si può pensare che andare al voto ogni cinque anni sia la condizione necessaria e sufficiente per dirci cittadini liberi?

    Ci lascino liberi. Ci diano una moneta vera e non carta straccia e vedrai che la ricchezza rifiorirà. E basteranno pochissime tasse per garantire l’aiuto ‘vero’ a chi ne ha veramente bisogno.

    Gary North, allievo di Rothbard, scrisse – Hanno ammazzato il denaro, e dove muore il denaro muore la gente -.

    Purtroppo se capissimo questi concetti non saremmo più sudditi ma uomini liberi e responsabili.

  6. Pietro M. scrive:

    Non vedo alcun legame tra ““Fatti gli affari tuoi” è invece l’unico liberalismo che esiste.” e quanto dici su Mises.

    Che questa massa di irresponsabili imbecilli che governa il mondo in nome della “democrazia corporativa” (io faccio questa legge se tu mi porti tot voti) di cui non capisco neanch’io come si possa andar fieri sia un pericolo per la nostra società non lo metto in discussione, ma è un altro punto.

  7. MauroLIB scrive:

    Caro PietroM, l’opera che è considerata forse la ‘summa’ del pensiero di Von Mises s’intitola L’Azione Umana (l’avrai letta immagino, altrimenti te la consiglio perchè procura veramente un godimento intellettuale).

    La tesi che vi è dimostrata è che l’economia non è una scienza quantitativa che si può ridurre a formule ed equazioni per il semplice motivo che l’intero motore si muove a causa dell’insieme dei comportamenti dei singoli individui soggetti all’imprevedibilità delle cose umane.

    Nessuno, tantomeno lo Stato, può sostituirsi all’individuo nel capire cos’è meglio per il proprio interesse. Una volta tutelato con le leggi nella sua proprietà privata e nella sua sicurezza personale, per impedire aggressioni e violazioni, il singolo deve essere messo in grado di farsi ‘gli affari suoi’ come meglio crede e come meglio gli riesce.

    Questa tesi non è un inno alla legge della giungla o del più forte. Così viene presentata dai ‘progressisti’ ladri di futuro che governano il mondo . E’ proprio il contrario!

    Poche leggi ferree e in pochissime materie, il resto lo fanno gli esseri umani liberi perchè, come disse, B. Franklin, – In una Nazione libera, l’onestà e la cooperazione, convengono -.

    Meno Stato vuol dire meno tasse, più libertà, più legalità, più ricchezza (e più risorse per i veri svantaggiati).

    ‘Farsi gli affari propri’ può sembrare controintuitivo, anche la Relatività lo è, cionondimeno aveva ragione Einstein. Pochi gli credettero all’inizio, solo perchè avevano paura delle parole.

    Noi liberisti e liberali che ci confrontiamo su questi blog, no. Ne sono certo!

    :)

  8. Massimo74 scrive:

    @MauroLIB
    Eccellente post,io non avrei saputo esprimermi meglio.
    L’azione umana è certamente una delle opere più geniali scritte da Von Mises,un vero capolavoro che dovrebbe essere fatto leggere a tutti quei cialtroni pseudoliberali che oggi ci rappresentano in parlamento.

  9. grano scrive:

    @MauroLIB
    Che io sappia, l’approccio “Fatti gli affari tuoi” viene classificato come “anarcoliberalismo”.
    Suona bene, ma espone gravemente la collettività ed il mercato stesso al rischio della sopraffazione da parte di pochi, che abbiano un concetto per così dire “esteso” del perimetro dei “propri affari” e, in assenza di controlli e di controllori (autorizzati inevitabilmente a “farsi gli affari altrui”), sfruttano il laissez faire totale per conquistare una posizione privilegiata da cui poi impongono il “fatti gli affari miei”.
    Il “fatti gli affari tuoi”, preso alla lettera, è perfetto per favorire l’avvento di oligopoli ed oligarchie.

  10. MauroLIB scrive:

    Anarco-capitalismo per l’esattezza.

    Che mi ricordi, l’applicazione più vicina all’anarco-capitalismo (relativamente al concetto di libertà individuale) fu l’America di Jefferson e di Andrew Jackson. Comunque sono d’accordo con te se intendi che l’anarco-capitalismo rothbardiano è una teorizzazione ‘ideale’.

    Si tratta di usare di usare questo ideale, così almeno faccio io, come unità di misura dei provvedimenti politici. Se vanno in quella direzione li condivido altrimenti li avverso.

    Tutto ciò che implica creazione di debito pubblico, emissione di carta moneta, aumento del prelievo fiscale, incentivi, aiuti a questo o quel settore (tipo cinema e kultura per capirci), manipolazione dei tassi d’interesse, lo combatto. E ci metto pure la guerra. Se lo Stato non potesse finanziare la guerra col debito puublico la eviterebbe con tutti i mezzi perchè gli costerebbe troppo tassare i cittadini al 90%, non verrebbero mai più rieletti. Puoi capire che salvo ben poco …

    Poi, ad essere precisi, anarco-capitalismo non vuol dire assenza di Stato, vuol dire Stato Minimo. Ci vogliono le leggi e lo Stato che le fa rispettare. Non farti fuorviare dalla parola ‘anarco’.

    Che dici, non ci farebbe bene una bella e tosta cura dimagrante di Stato e burocrazia? Ma bella tosta però …

  11. grano scrive:

    Sulla cura dimagrante posso essere d’accordo, sul fatto che debba essere necessariamente “bella tosta” molto meno (immaginando che cosa MauroLIB intende con “bella tosta”) e comunque non “tutta e subito”.
    Guardo con fortissimo sospetto lo “Stato Minimo”. Mi sembra l’estremo opposto dello Stato Massimo di stampo comunista e, come noto, gli estremi alla fine si toccano: sia nello Stato Massimo sia nello Stato Minimo alla fine prevalgono i più prepotenti (spacciandosi per i “migliori”, come un certo Libertyfighter che bazzicava siti liberali).
    Inoltre ridurre la pressione fiscale rispetto al livello raggiunto in Italia ed in generale in Europa mi sta benissimo, ma non credo proprio che in determinati settori si possa ragionevolmente fare a meno dell’intervento pubblico. Tu hai citato la cultura (che si chiama così ed è una cosa nobile). Ecco, una cultura interamente mantenuta è una pessima idea, ma una cultura tutta privatizzata perderà quasi sicuramente pezzi importanti. Idem per sanità, istruzione etc., per non parlare, appunto, della guerra: respingo l’idea stessa di trovarmi con un governo costretto a fare determinate scelte di sicurezza nazionale perché ha budget zero per la Difesa.

  12. Alberto Cervi scrive:

    Sussidiarietà.
    Basta che nella organizzazione del “pubblico” si adotti bene questo principio ed ecco che l’individuo liberale può usare tranquillamente il “noi”.

  13. MauroLIB scrive:

    Non funziona. Non può funzionare se lo Stato non è il minimo indispensabile.

    Se così non è abbiamo due alternative. Sperare che gli amministratori pubblici siano ‘poco disonesti’, oppure creare una massiccia regolamentazione che imponga loro mille pali e paletti per non farli deragliare. E poi, naturalmente, una specie di polizia dedicata a controllare passo passo la congerie di amministratori per far rispettare le regole.

    Spendere i quattrini guadagnati da altri (le tasse), anche con le migliori intenzioni, è intrinsecamente fonte di arbitri, ruberie, scorciatoie e sprechi. Mettere in piedi un sacco di leggi e regolamenti è ‘intrinsecamente’ causa di corruzione e malaffare.

    Bisogna ridurre al minimo queste due fonti negative. Ripeto, poche leggi e poco Stato (soprattutto in economia), e solo là dove serve (difesa, ordine pubblico, protezione dei cittadini). Ne guadagna l’economia e la libertà che, ultimamente e dovunque, non mi pare stiano messe proprio bene.

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