di MARIANNA MASCIOLETTI – “Cane pazzo”. Così Ronald Reagan definì – in maniera abbastanza azzeccata, bisogna dire, viste le sue prodezze – il dittatore della Libia Muammar Gheddafi, in questi giorni tornato più che mai al centro dell’attenzione sui media occidentali.

Il Re dei Re, bisogna ben dirlo, di scheletri nell’armadio ne ha parecchi. Anzi, vista l’accondiscendenza (meglio sarebbe, forse, dire “deferenza”) con cui i Paesi occidentali, Italia in prima fila, l’hanno trattato fino – letteralmente – all’altro ieri, di tenerli nell’armadio non ne ha neanche bisogno, a dire il vero. E’ abituato a esporli come vuole, quando vuole, ché comunque nessuno, tra noi furbacchioni avvezzi alle raffinatezze della realpolitik, si scandalizza più di tanto.

O almeno, eravamo veramente in pochi a scandalizzarci prima che in Libia, come in tutto il Maghreb, esplodesse la rivolta, e prima che il Colonnello ritenesse opportuno massacrare i ribelli in maniera talmente cruenta e talmente sfacciata da rendere impossibile il far finta di non sapere e doverosa almeno una presa di distanza.

Adesso, nelle ultime ore, la situazione è precipitata: Francia, USA e Gran Bretagna hanno dato un ultimatum a Gheddafi.
Non sappiamo cosa succederà domani, come andrà avanti la questione nei prossimi giorni; quel che è certo è che un intervento militare dell’Occidente, dato per improbabile fino a pochissimo tempo fa, è diventato ora una possibilità quanto mai realistica.

Le opinioni in merito, naturalmente, sono le più varie: ci sono quelli che lo auspicavano già da tempo, quelli che tuttora rimangono contrari e quelli che, come il nostro stimabile ministro degli Esteri, sono passati in poche settimane dall’elogiare la “stabilità” (sic) della dittatura del Colonnello al mettere a disposizione uomini e mezzi per combatterlo.

Le argomentazioni contro l’intervento militare (lasciando stare, per carità di patria, quelle leghiste e considerando solo quelle degli autonominatisi Veri Pacifisti) sono le più varie; in Italia, si sa, qualunque decisione venga presa trova sempre un nutrito gruppo di detrattori che gridano il loro “no” senza peraltro, nella maggior parte dei casi, fornire un’alternativa.

Fu così al tempo della guerra in Iraq: tra milioni di persone orgogliose delle loro bandiere arcobaleno e della loro inerzia, solo pochi si impegnarono seriamente per una possibile soluzione incruenta della questione (tra quei pochi, per quel che vale, c’era anche chi scrive).

I pacifisti dell’epoca, nel gridare il loro no, si spesero senza risparmio.
Sventolarono incessantemente le proprie colorate bandiere (un rapporto segretissimo, divulgato recentemente da Wikileaks, rivela che qualcuno di loro, nella coraggiosa opera, arrivò perfino a slogarsi un braccio); gridarono a gran voce di essere pacifisti “senza se e senza ma”, affrontando con animo lieto le difficoltà derivanti dal fare a meno, nella vita quotidiana, di queste due utilizzatissime congiunzioni (un effetto positivo fu che molti smisero di dire “ma però” e “se sarei”); fecero perfino dieci chilometri di passeggiata nel centro di Roma, impresa che provocò ad alcuni, non forniti di scarpe adeguate, dolorose vesciche ai piedi, guarite comunque – sempre secondo Wikileaks – con l’applicazione di appositi cerotti.

Cotale e cotanto dispiego di forze non parve impressionare George W. Bush e i suoi alleati, che – sulla base di rapporti quantomeno traballanti su presunte armi di distruzione di massa presenti in Iraq – decisero di attaccare comunque il regime di Saddam Hussein.

Le armi di distruzione di massa, a quel che sappiamo, non le hanno ancora trovate; c’è però da dire che anche lo stesso Saddam, vista la quantità di persone uccise dal suo regime, come arma di distruzione di massa è stato abbastanza letale, e che gli orrori perpetrati dal suo establishment – non dissimili peraltro da quelli libici – spinsero molti a rimproverare gli USA non per aver dato inizio alla guerra, ma per non essere intervenuti prima e per aver addirittura sostenuto, nel passato, il dittatore.

Ma, comunque, per i pacifisti di allora i morti per mano americana “pesavano” molto di più di quelli uccisi da Saddam; anche oggi, a proposito della Libia, troviamo chi, nonostante tutto, continua a pensare che sia meglio lasciar massacrare i ribelli dai loro connazionali, vuoi mettere come soffrono meno se non vedono la bandiera a stelle e strisce mentre muoiono fucilati o bombardati.

E poi, insomma, chi saranno mai questi ribelli? Siamo sicuri che siano tanto meglio dei governativi? Chi gliel’ha fatto fare a ribellarsi con le armi quando potevano tirar fuori striscioni e bandiere e dar vita ad un colorato happening pacifista e nessuno si sarebbe fatto male?

I nostri “senza se e senza ma”, ricordiamolo, non si sono mai preoccupati gran che di Gheddafi, anzi, alcuni, per il suo antiamericanismo e “antisionismo” sfegatato, ne avevano persino stima. E hanno continuato a stimarlo, o comunque a non preoccuparsi eccessivamente dei suoi crimini, fino a pochissimo tempo fa. D’altronde, per molti di loro, se sul campo di battaglia non appaiono gli americani o gli israeliani (naturalmente nella parte dei cattivi) significa che non esiste battaglia di cui doversi preoccupare.

Tutt’a un tratto, però, Gheddafi ha commesso la più grande sciocchezza della sua vita. Cioè?

Ha lanciato missili su Lampedusa? Pfui, no, bazzecole, l’ha fatto per scherzo, l’ha detto pure Andreotti.

Ha insultato l’Italia in tutti i modi possibili e immaginabili? No, beh, e che vuoi che sia, per loro è anche meglio, loro di essere italiani “si vergognano”.

Ha fatto sparare ad un peschereccio italiano, senza nemmeno pensare poi a chiedere scusa? Eh, ma non bisogna giudicare in modo affrettato, si sa. E comunque la motovedetta gliel’abbiamo prestata noi, orsù, vergogniamoci tutti insieme di essere italiani.

E poi, peraltro, siamo sicuri che quelli del peschereccio – già colpevoli di uccidere poveri pesciolini indifesi per sacrificarli alla voracità di criminali non ancora convertitisi al veganesimo – rispettassero tutti i requisiti di tutela dell’ambiente? E della flora? E della fauna? E delle alghe? E delle specie rare? E di quelle comuni?

No, Gheddafi, per quanto riguarda i pacifisti all’amatriciana (di soia), poteva stare tranquillo per tutta la vita. Ma a un certo punto, com’è come non è, ha commesso un irrimediabile passo falso: ha cominciato ad entrare in intima amicizia con Silvio Berlusconi. Più che diventargli amico, in effetti, s’è lasciato amare un po’, ma sia come sia, tanto è bastato ai nostri tutti d’un pezzo per gridare all’orrore, allo scandalo, all’abominio.

Ci sarebbe da domandare, così, di passata, come mai D’Alema e Amato accolti dal Colonnello “come vecchi amici” (cit. Repubblica) invece non erano abbastanza abominevoli, però forse rischieremmo di andare fuori tema.

Insomma, mentre da queste parti ce n’eravamo accorti da tempo, che il Re dei Re non fosse proprio un amico raccomandabile, ai pacifisti nostrani la molla non è scattata finché non l’hanno visto insieme al loro nemico giurato, il Cav. nazionale.

Da quel momento, Gheddafi ha avuto i giorni contati. E’ diventato bersaglio di terribili strali d’indignazione, di infuocati editoriali, forse anche – Wikileaks dà la notizia come non confermata – di qualche sventolio di bandiere arcobaleno. Roba da far scappare a gambe levate chiunque, come i lettori capiranno, ma il Colonnello ha sfoderato un inatteso coraggio ed è rimasto ben saldo al suo posto.

Adesso, però, quando pare che la gravità dei crimini compiuti dal regime libico l’abbiano capita tutti (perfino l’ONU, per dire), quando l’Occidente ha finalmente preso posizione con chiarezza contro i massacri di civili e minaccia azioni militari, i pacifisti si dividono.

Ci sono quelli che continuano a rimanere tutti d’un pezzo, senza se e senza ma, contrari ad intervenire in Libia, perché l’imperialismo, perché l’Italia ripudia la guerra, perché i civili innocenti (che, come dicevamo, ad essere bombardati da Gheddafi invece se la godono un mondo), perché “è la loro cultura”. Fuori dal mondo, più cinici dei sostenitori della realpolitik, pilateschi, d’accordo, però coerenti con ciò che hanno sempre sostenuto.

Ci sono invece altri che, duri e puri come pochi all’epoca di Saddam, oggi invocano a gran voce il bombardamento a tappeto della Libia, l’uccisione di Gheddafi, la liberazione di Tripoli, insomma, sembra che abbiano proprio voglia di vedere una guerra in piena regola. E pare che stavolta non li vogliano, i nomi di chi ha mentito, di chi ha parlato di una guerra giusta.

Uno li guarda, se li ricorda avvolti nella bandiera arcobaleno nel 2003, strabuzza gli occhi, si gratta la testa, poi però – è un impulso insopprimibile – cerca di capire.

E capisce un paio di cose. La prima, che la sinistra nostrana deve sempre, fisiologicamente dividersi tra chi è di sinistra e chi è ancora più di sinistra, e che la divisione, potenzialmente, può replicarsi all’infinito (questo Wikileaks probabilmente ancora non lo sa, ma glielo diciamo noi, entusiasti di collaborare); la seconda, che forse per convincerla – rectius, per convincerne almeno una parte, quella non abbastanza di sinistra – a prendere le distanze chiaramente e definitivamente dal regime cubano bisognerebbe mandare Berlusconi a stringere amicizia con Fidel Castro.

Ad ogni modo, da queste parti non possiamo che rallegrarci del fatto che sempre più persone, in Italia, prendano atto se non della necessità, almeno dell’opportunità di un intervento militare in Libia.

Però, però… alla sinistra animalista (o meglio, a quella parte della sinistra animalista che non è abbastanza di sinistra da non volere l’intervento in Libia, lo so, Julian, è complicato, poi te lo spiego meglio) non glielo dite, mi raccomando, che Gheddafi è un “cane pazzo”.

Date retta. “Cane” no. Altrimenti è probabile che ce li ritroviamo a raccogliere le firme per salvarlo, povero cucciolo.