Impossibile dimenticare il diritto all’oblio. Il dibattito rispunta ciclicamente: è giusto permettere agli utenti di cancellare per sempre le proprie tracce disseminate in rete? Anche Internet, in altri termini, deve dimenticare? L’Unione Europea non ha dubbi: «Voglio dire chiaramente che le persone devono avere il diritto di ritirare il loro consenso al trattamento dei dati», ha affermato il commissario alla Giustizia, Viviane Reding. Prima di precisare che «l’onere della prova» deve essere in capo a chi li tratta, e non ai cittadini. In sostanza, devono essere questi ultimi ad avere il controllo esclusivo dei propri dati, a meno che le aziende non dimostrino che sia necessario trattenerli.

Così prima dell’estate l’Unione avanzerà un pacchetto di proposte per la revisione della direttiva per la protezione dei dati destinato, in primo luogo, ai social media. E a Facebook, in particolare, che dovrà rivedere le impostazioni predefinite riguardo alla privacy delle proprie centinaia di milioni di utenti, che attualmente devono intervenire manualmente per impedire, piuttosto che consentire, la diffusione dei propri contenuti. Cioè niente meno che 25 miliardi di immagini, video, testi e link al mese. Policy meno arbitrarie, maggiore armonizzazione delle leggi degli Stati membri, rinforzo delle authority e rispetto della legislazione europea, a prescindere da dove siano localizzati i server del servizio utilizzato, sono altri punti della proposta in esame.

L’intento è chiaro: accorciare la memoria della rete per fare in modo che qualche parola o immagine scomoda, magari dettata da un momento di rabbia, non comprometta una relazione o una carriera. Una preoccupazione fondata, dato che negli Stati Uniti tre aziende su quattro si servono di ricerche online nella selezione dei candidati, e che sette reclutatori su dieci affermano di avene rifiutati a causa di ciò che hanno trovato in rete. In linea di massima, quindi, perché no. Tuttavia la vicenda è molto più complessa. Come spiega Peter Fleischer in un post che ha fatto il giro della rete, infatti, è impossibile abbozzare un buon quadro legislativo in mancanza di una struttura teorica capace di distinguere i concetti tra loro relazionati ma distinti che sono spesso troppo frettolosamente ricondotti sotto l’ombrello del diritto all’oblio.

Fleischer, responsabile globale per la privacy di Google, precisa che quelle espresse sul suo blog siano opinioni personali, e non dell’azienda. Ma le distinzioni che propone non sono di poco conto. È diverso, infatti, chiedersi se debba essere in grado di cancellare un contenuto pubblicato da me o uno che mi riguarda, ma pubblicato da altri. Nel primo caso ci sono pochi dubbi, argomenta Fleischer: il ripensamento deve essere contemplato. Il problema semmai si pone quando si voglia passare dal rimuovere il contenuto dalla propria bacheca al rimuoverlo del tutto dalla rete. Perché i computer, molto banalmente, non funzionano come il cervello umano. E costringerli a dimenticare non è possibile.

Il secondo caso, dunque, è più complicato, perché coinvolge la libertà di espressione di chi intende parlare di me. Fleischer è piuttosto scettico sull’opportunità di dotare ogni cittadino del diritto di chiedere che contenuti siano rimossi in nome dell’«oblio». Perché «sempre più la privacy è utilizzata per giustificare la censura». Che in passato si serviva dell’istituto della diffamazione, minacciata o perseguita. Ma che oggi può essere estesa grazie alle richieste di rispetto della privacy, che non comportano, per essere soddisfatte, la violazione del criterio di verità.

I problemi sono molteplici: se anche mettessimo una scadenza temporale ai nostri contenuti immessi su un sito x, che cosa impedirebbe a qualcuno di copiarli su un sito y dove tale scadenza non è prevista? Se approvassimo un «diritto all’oblio», che cosa ne seguirebbe per i dati in possesso delle piattaforme che li veicolano? E se qualcuno dovesse condividere un contenuto da me postato e poi rimosso, e volessi imporgli di rimuoverlo a sua volta, chi dovrebbe decidere quale sia la soluzione corretta? Le piattaforme? Una legge?

Questioni su cui si discute appassionatamente sulla mailing list del Centro Nexa per Internet & Società. «Non penso che la soluzione sia l’eliminazione pura e semplice delle informazioni, anche ammesso che la si riesca tecnicamente ad ottenere», scrive Vittorio Bertola, ingegnere, esperto di rete e candidato sindaco a Torino per il Movimento 5 Stelle. «Penso piuttosto che sia opportuno affrontare il problema da un diverso punto di vista; da una deontologia più stringente per chiunque faccia informazione, giornalista o blogger che sia».

«È meglio una società trasparente che può ricordare tutto o una società che dimentica?», si chiede Alessandro Mantelero, docente del Politecnico di Torino, «Personalmente non aborrisco la prima ipotesi, ma a condizione della completezza ed esattezza delle informazioni». E Stefano Quintarelli, decano degli informatici italiani, solleva un dubbio: «Un dato pubblicato non vuol dire che sia di pubblico dominio». Come a dire: se non ho concesso i diritti di utilizzo per i miei contenuti, restano miei. E dunque intervenire per bloccarne la diffusione non è un atto di censura. Il dibattito è aperto, e dal suo esito potrebbe dipendere niente meno che il futuro delle nostre identità in rete.