– Abbiamo festeggiato, abbiamo ascoltato i discorsi ufficiali, abbiamo discusso dell’Italia e del suo essere e non essere. Difficilmente troverete nel mondo un paese in cui per diverse settimane le forze politiche e sociali si scontrano sull’opportunità di dedicare un giorno dell’anno alle celebrazioni di un momento simbolico qual è stato il centocinquantesimo anniversario della costituzione dell’Italia come Stato unitario e indipendente.

Semmai, avremmo potuto discutere sulla data scelta per le celebrazioni: cosa accadde esattamente il 17 marzo 1861? Quel giorno il neonato parlamento italiano, che si era riunito per la prima volta a Torino nel mese di febbraio, approvò la seguente legge:

Articolo unico – Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Da Torino addì 17 marzo 1861“.

Senza nemmeno modificare la sua numerazione dinastica, come altri sovrani avevano storicamente fatto all’atto di assumere la corona di un’entità statuale più grande e nuova e come aspramente gli fece notare la sinistra parlamentare, Vittorio Emanuele sommò ai suoi numerosi titoli quello di Re d’Italia, sancendo l’annessione (peraltro decretata l’anno prima dai plebisciti tenutisi negli Stati pre-unitari) dei nuovi territori al vecchio Regno di Sardegna. Insomma, l’unificazione della penisola e la nascita del regno d’Italia furono fenomeni “a trazione settentrionale”: non a Napoli o a Palermo, ma a Milano e nei territori sotto dominio asburgico si gridava “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia”, in funzione anti-austriaca; la prima guerra d’indipendenza, che negli anni 1848-1849 oppose il Regno di Sardegna all’Impero Austro-Ungarico, ebbe inizio dopo le Cinque Giornate di Milano; l’elitè di governo dei primi decenni unitari fu piemontese e settentrionale, con la graduale coptazione al potere di alcune personalità meridionali.

Se non avessimo passato il tempo a giustificarci e quasi scusarci tra noi di essere italiani, con la Lega Nord pronta a interpretare l’improbabile ruolo dei vinti e degli occupati, avremmo potuto sfruttare l’occasione del 17 marzo per discutere un po’ di più sullo “stato della nazione”, come usano dire gli americani, dibattendo sul futuro di un Paese che, dopo decenni di crescita, sperimenta un lento ma evidente declino economico, sociale e culturale. Le “disunità” italiane – le cinque principali fratture: quella territoriale, quella generazionale, quella tra i generi, quella tra i vecchi e i nuovi italiani, infine quella tra società e sistema politico – non sono il frutto di un passato importante ma lontano, quanto di un presente caratterizzato da una classe politica poco coraggiosa, incapace di alzare lo sguardo oltre il quotidiano. La rinnovata moda anti-risorgimentale, a Nord come a Sud, è una consolazione per chi non vuol guardare i problemi dell’oggi con gli occhi di un pragmatismo responsabile, con gli strumenti delle riforme possibili, con il coraggio delle proprie scelte.