di SIMONA BONFANTE – La scorsa estate il tema del 150esimo dell’Unità nazionale era già nell’aria. Ne parlava, per lo più, il Presidente Napolitano, con sofferta preoccupazione per il ritardo, il disinteresse, la colpevole inerzia con cui il governo aveva predisposto le celebrazioni, impegnandosi in alcunché di simbolicamente significativo. Ne parlavano – lamentandosi a lora volta – gli illustri componenti del comitato per le celebrazioni. Ricordo il professor Galli Della Loggia, tra gli altri.

Durante le feste comandate, noi terroni, per default, una puntatina nella Terronia d’origine la facciamo. La scorsa estate, si parlava del 150esimo anche lì. Se ne parlava però con argomenti e toni insolitamente anti-mainstream. La tesi in voga era che, a noi terroni, l’unità aveva portato solo rogne. Che sotto i borboni eravamo ricchissimi e modernissimi: un’avanguardia di prosperità. A sostegno, venivano riassunte le teorie svolte in alcune opere di recente pubblicazione, tra le quali “Terroni”, fortunato saggio di Pino Aprile. Che personalmente non ho letto – né quello, né la pluralità di altri studi a quello concettualmente affini. Il libro di Aprile, però ho avuto l’ardire di regalarlo a mio padre. Il quale ha apprezzato, talmente tanto da averne fatto una specie di personale codice interpretativo della contemporaneità. Quella terrona, s’intende.

Se siamo poveri – è convinzione del mio papà – è perché i piemontesi (sineddoche di ‘italiani non borbonici’) ci hanno depredato. Se siamo sottosviluppati è perché gli eredi dei summenzionati piemontesi, temendo di venire stracciati dalla nostra egemonica competitività, ci hanno soffiato le risorse unitarie alle infrastrutture dedicate per farsele loro, al Nord, le infrastrutture.

Nutro simpatia per il neo-borbonismo di ritorno. Per mio padre – e per quelli generazionalmente inattivi come lui – è un viagra per l’orgoglio d’appartenenza negato. Effetto riscatto, simbolico ed inoffensivo.  Il suggestivo filone storiografico, tuttavia, impazza anche tra i meno agées dei miei conterronei, tra quelli cioè per i quali rintracciare nella storia le cause della propria marginalità ha come un potere anestetico. Siamo poveri, sottosviluppati, non abbiamo prospettive né una gran voglia di costruircele. Però un tempo eravamo grandi. E se non lo siamo più – né più con l’ultra-centenario andazzo cui siamo ormai accostumati avremo l’opportunità di ridiventarlo – le nostre buone ragioni le abbiamo. Dell’unità siamo vittime. Eravamo protagonisti, egemoni, vincenti. Il risorgimento ci ha reso marginali, irrilvenati, sconfitti. Possibile? Possibile. Ci dis-uniamo? Beh, quello no. Idee alternative, voglia di riscatto? Non esageriamo. E allora? E allora, niente. Godiamoci la festa: uffici chiusi, scuole chiuse…ma sì, dai, prendiamoco almeno gli aspetti positivi.
Buona unità a tutti!