– (ATTENZIONE: l’autrice fa considerazioni politiche a partire dalla trama del film, quindi l’articolo contiene spoiler sull’evoluzione della storia narrata)

Esce in questi giorni nelle sale italiane il film indipendente americano “I ragazzi stanno bene”: la regista Lisa Cholodenko affronta i temi delle unioni omosessuali, dell’inseminazione artificiale e del diritto dei figli concepiti in provetta a conoscere i genitori biologici.

Il cast d’eccezione – Julianne Moore, Annette Bening, Mark Ruffalo – mette in scena con grande perizia e ritmo una credibile storia dei nostri tempi. La pellicola è in apparenza molto liberale, una celebrazione dei diritti di ciascuno, del superamento degli schemi tradizionali: e invece no, a ben guardare non proprio. E anzi mette in luce, forse involontariamente, il più grande rischio connesso alla pur buona passione per l’autenticità e la trasparenza delle scelte esistenziali: che diventi un fondamentalismo come tanti, e pertanto un po’ violento, dimentico dell’empatia.

La vicenda è questa. Nic e Jules sono due donne sposate tra loro da circa vent’anni, e incontrano difficoltà che non conoscono genere e orientamento. Jules ha rinunciato alla carriera per crescere i due figli avuti da un donatore di sperma anonimo; soffre un po’ la disattenzione della moglie, concentrata troppo sul suo lavoro di chirurgo. Tutto sommato, però, i sentimenti sono saldi e la barca non affonda.

La situazione si complica quando la figlia maggiore, compiuti i diciott’anni, decide che vuole conoscere il padre biologico. Senza dire nulla alle due madri telefona alla clinica dov’è stata concepita, chiedendo di incontrare l’uomo. È Paul, un ristoratore scapolo e ingenuamente gaudente: accetta con qualche imbarazzo ed entra nella vita della giovane e del fratello adolescente. Loro finiscono per presentarlo a Nic e Jules.

Sulle prime le donne vedono con diffidenza quest’uomo che non ha finito l’università, rivendica con orgoglio d’essersi fatto da sé, ama le motociclette veloci e non sembra proprio un buon esempio per due ragazzi della borghesia medio-alta avviati verso i migliori college. Ma, complice il desiderio di Jules di avviare un’attività imprenditoriale per cui Paul offre la propria collaborazione, si sviluppa lentamente un’amicizia.

E fin qui tutto bene. La coppia lesbica è normale, non una caricatura da film porno. I figli sono due ragazzi normali, con i problemi tipici della loro età, non due spostati che si chiedono dal mattino alla sera perché non hanno un padre e una madre. Gli obiettivi, i sogni, le liti e i rimproveri sono quelli di tutti. La curiosità della ragazza per le proprie origini suona genuina, la reazione inizialmente preoccupata di Jules e Nic altrettanto. Il processo di avvicinamento tra padre biologico e figli cresciuti da altre persone è rappresentato in maniera verosimile: non immediato, non lineare, ma non tragico. Insomma si afferma che le dinamiche degli affetti sono semplicemente umane, non proprie di un certo modello di relazione. Evviva.

Tutto, però, prende una brutta piega quando Jules e Paul, complice la vicinanza quotidiana, iniziano una relazione. Anche questo non stupisce: l’orientamento sessuale, specie per le donne, non è per forza scolpito nella pietra. Non sempre. Lei, che a casa si sente trascurata, gode delle attenzioni e della ritrovata passione, pur vivendo con grande conflitto la necessità di mentire alla moglie. Lui invece s’innamora. A un certo punto Nic scopre la tresca. E il film si trasforma in un incubo conservatore.

Pianti, recriminazioni, discussioni. Jules pianta in asso Paul. Lui telefona disperato dicendole che la ama e che possono farcela; lei chiude la comunicazione e getta sbuffando il cellulare sul divano. Poi procede a un edificante mea culpa di fronte a figli e moglie, spiegando che il matrimonio è una cosa difficile, che lei ha ceduto alla pressione e alle tentazioni, ha sbagliato, è pentita, intende impegnarsi di nuovo completamente. Anche Nic ammette i propri errori, promette che darà più tempo a Jules.

Paul prova a passare a salutare un’ultima volta i ragazzi, che in fondo sono anche figli suoi. Lo attende alla porta Nic, furiosa, che nell’originale lo chiama interloper: un intruso, come un ladro nella notte. Se vuoi una famiglia, lo ammonisce duramente, creane una tua e non dirottare quelle altrui. Con un po’ di fatica, le due donne si riconciliano; e vissero tutti felici e contenti.

E il povero Paul? Ha avuto quello che si merita, avendo osato sfidare l’istituzione matrimoniale. E visto che non è sposato, nemmeno ha la consolazione di aver riscoperto i veri valori della vita; che si arrangi. Notoriamente, la qualità di “essere umano” è confinata a chi sia socialmente integrato da ogni punto di vista: in questo caso, la famiglia nucleare (boom) derattizzata, ad elevato livello di istruzione e reddito, con mutuo congiunto e tanto sforzo profuso nella cura di figli che non frequentano cattive compagnie e non si drogano.

Abbiamo così concluso che si sdoganano le coppie omosessuali facendole andare al Family Day insieme a quelle eterosessuali. Sicuramente un passo di emancipazione, ma forse si poteva fare in un modo un filo meno conformista. Anche perché l’integralismo cattolico almeno ha il dovere della compassione, l’integralismo liberal spesso se ne dimentica. Con questi risultati.