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Bengasi cadrà, ma non sarebbe stato un intervento militare a ‘salvare’ la Libia

– La Libia brucia tra le fiamme di una cruenta guerra civile che vede, da una parte, i fedelissimi sostenitori del “cane pazzo”, dall’altra, i rivoltosi affamati di libertà (le tribù, i riformisti, i giovani, una grossa fetta della popolazione civile). Questi ultimi – dopo un iniziale exploit – stanno perdendo inesorabilmente terreno, schiacciati dalla spietata avanzata delle forze fedeli al rais; un’onda verde che tra pochissimo travolgerà Bengasi, capitale della rivolta.

Molti hanno invocato (sicuramente per sincero amore democratico) la necessità di un intervento armato per fermare l’inarrestabile marcia del rais e proteggere i ribelli; sarebbe l’unica possibilità di risolvere la “questione libica”, evitando un eccidio e assicurando stabilità politica (democratica) nel paese. Io non credo che questa strada sia nè realistica nè corretta.

La situazione è terribilmente complessa: il Medio Oriente sta attraversando una fase completamente nuova e inedita. C’è chi è arrivato a etichettare gli attuali avvenimenti della fascia maghrebina come la caduta del  “Muro di Berlino africano”  – paragone abbastanza azzardato. Non bisogna dimenticare che stiamo assistendo a rivolte negative; si è combattuto, si è lottato, si è protestato, si è versato moltissimo sangue. Ma si è fatto tutto questo solo per allontanare i tiranni, solo per essere un poco più liberi. Manca un disegno organizzatore, un “after tomorrow” che tracci (anche genericamente) ciò che seguirà alla caduta dei padri-padroni.

E’ certamente possibile (specie in paesi molto “occidentalizzati” come l’Egitto) che vengano gettate le fondamenta di un sistema rappresentativo molto vicino alla democrazia moderna vigente in Europa. Ma non è affatto scontato che sia questa la reale domanda dei rivoltosi; combattere contro l’oppressione dei tiranni e volere più libertà non comporta automaticamente il volere più democrazia e il combattere per un sistema di governo liberal-democratico.

Basti pensare alle dinamiche della rivolta egiziana e di quella libica (che sta attraversando in questi giorni le sue fasi più difficili e convulse); non abbiamo avuto un contrasto tra esercito e popolazione, bensì una lotta di popolazione ed esercito (o perlomeno, una parte di esso) contro il tiranno; e non è nemmeno casuale che in Egitto il potere risieda totalmente nelle mani dei militari.

D’altronde, la linea seguita della democrazia è sempre spezzata; essa non è mai retta e/o inequivocabile. Spesso sono necessari decenni (se non secoli) perché un popolo possa tradurre in modo chiaro e comprensibile l’ideale democratico, abbracciando appieno tutti i suoi risvolti. Non è affatto impossibile che i paesi del Maghreb siano a rischio di un “reflusso” autoritario e quindi facilmente ri-assoggettabili a governi militari, populismi o a nuove dittature fondate sul panem et circenses. E’ un rischio possibile e concreto. Come è assai probabile (specie in queste ore) che la rivolta fallisca tragicamente.

La spina dorsale della “rivoluzione” (tribù a parte) è costituita da giovani studenti, o comunque da individui dotati di una cultura discreta; certamente poveri, disperati, affamati, incerti. Ma è da questo che hanno trattato la loro immensa forza; dal merito non riconosciuto, dallo spazio che un regime soffocante e liberticida non poteva loro fornire, dalla libertà comunicativa negata o sottoposta a censura.

Sono giovani che si sono coordinati scambiandosi mail e chattando; insomma, con la pura forza di Internet. Senza il fondamentale apporto del Web e della (pur grezza) idea di “libertà” che è riuscito a veicolare, sarebbe molto difficile immaginarsi il Cario, Tripoli, Tunisi, Teheran e Bengasi come le vediamo oggi. Anche Gheddafi lo sa: anche se la rivolta libica fallirà (ed è molto probabile) e la coraggiosa Bengasi cadrà avvolta dalle fiamme, qualcosa è cambiato (non solo dal punto di vista internazionale). Per sempre.

In queste ore tragiche, in cui il “cane pazzo” si avvicina sempre più a Bengasi (e cioè, alla vittoria finale) non possiamo distogliere l’attenzione da questo fatto: l’errore più grave sarebbe quello di un intervento militare americano od europeo; la democrazia non è esportabile con la canna dei fucili. Intervenire direttamente in una situazione precaria come quella della Libia equivarrebbe a connotare la rivolta (anche inconsapevolmente e con le migliori intenzioni,  ma si sa: di buone intenzioni è lastricato l’inferno) come un “piano occidentale”.

Un regime rimane al potere sino a che possiede forza e consenso (fattori interdipendenti); quando siffatti elementi vengono a mancare, il regime crolla. Tale crollo può essere violento, dolce, improvviso, graduale ma è sempre e comunque inevitabile. Non sta ad un altro Stato decidere in modo del tutto arbitrario quando esso debba avvenire e infilare un piede nella porta dell’autodeterminazione di un popolo. Da un punto di vista più squisitamente giuridico, la guerra è l’antitesi del diritto; nel faro del diritto internazionale non possiamo dimenticare (o cancellare con un colpo di spugna) il principio di autodeterminazione dei popoli e della domestic jurisdiction. Un intervento militare diretto, motivato da ragioni politiche, per quanto nobili,  sarebbe antitetico rispetto a questi principi.

Questo non significa certo che l’Occidente sia stato obbligato “dal diritto” ad assistere passivamente agli eventi, senza fare sostanzialmente nulla, se non dividersi, rimanendo immobile, sulle strategie da adottare.  Avrebbe potuto – per cominciare –  riconoscere immediatamente i neo-costituiti comitati dei rivoltosi (come ha fatto solo la Francia) e assicurare loro presenza e voce nelle riunioni internazionali, aprire tavoli diplomatici, disporre piani di accoglienza per i numerosi profughi, fornire aiuti umanitari di ogni tipo, disconoscere e isolare definitivamente (senza tentennamenti frattiniani) la satrapia di Gheddafi e la sua legittimità politica, anche sul piano economico e commerciale e perfino utilizzare strumenti militari – come quelli che avrebbero dovuto assistere l’imposizione di una “no fly zone” – volti a salvaguardare la popolazione civile e non combattente dai bombardamenti di massa dell’esercito “regolare”, secondo  modalità che sarebbero potute, sia dal punto di vista giuridico che politico, passare al vaglio del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

In realtà non si è fatto nulla di questo, ma si è in parallelo vagheggiato un intervento militare internazionale finalizzato a deporre Gheddafi e a sostituire al suo governo quello degli insorti. Massimo supporto, nessuna ingerenza. Questo è difendere i diritti umani. Ora è troppo tardi. Si è speso troppo tempo in tentennamenti e paure, anziché addivenire in tempi brevi a una forte, unica e decisa azione politica contro Gheddafi. Si è preferito un silenzio pilatesco (e vergognoso) nei momenti cruciali della crisi. Ma sostituire a un silenzio assordante le vuote urla di un intervento militare non è assolutamente accettabile.

Intervenire nell’universo tribale della Libia creerebbe una voragine, un caos, un ecatombe, una vera e propria sospensione del diritto internazionale; con strascichi terribili e tremendi; un nuovo Iran e un nuovo Iraq (solo, più violento ed ambiguo sul piano “valoriale”). In ultima analisi: non sta a noi decidere se i sogni di libertà libici avranno o meno un seguito.

La consapevolezza della insostenibilità di un interventismo politico-militare spregiudicato e indipendente da qualunque ragione di diritto non cancella la sofferenza e il dolore per l’immagini che abbiamo visto e, ancora, vedremo. La coerenza con le regole del diritto internazionale non è un alibi pilatesco. E’ la salvaguardia dell’unico quadro istituzionale che può assicurare e salvaguardare il progresso politico dei paesi che oggi accarezzano il sogno democratico, tutelandoli dalle ingerenze arbitrarie di altri stati.


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

5 Responses to “Bengasi cadrà, ma non sarebbe stato un intervento militare a ‘salvare’ la Libia”

  1. Andrea Benetton scrive:

    Secondo l’intelligence israeliana gli USA hanno deciso di intervenire … http://www.debka.com/article/20772/

  2. speriamo sia vero!

  3. Marco Galliano scrive:

    L’ONU ha approvato una mozione (troppo tardi!) che prevede il divieto di sorvolo e “tutte le misure necessarie per proteggere i civili”.
    Spero che questo serva a impedire il massacro di civili a Bengasi.

  4. Michele Dubini scrive:

    Speriamo Marco…e speriamo che non ci sia un intervento militare a stelle e striscie.

  5. lodovico scrive:

    Gheddafi é come Berlusconi: bisogna abbatterlo. Le parole di Napolitano, del PD, di Di Pietro sono chiare: alla guerra.
    La Magistratura anche questa volta troverà nell’intervento piena corrispondenza con i dettati dei nostri “padri” costituenti. Quelli americani, odiati per tanti anni, ma democratici anche se un poco guerrafondai.

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