Come finirla coi garantisti ‘stop and go’

da Il Secolo d’Italia del 16 marzo 2011 – C’è una paradossale giustizia nel fatto che sia il Cav. a finire inchiodato alla teoria del “delitto d’autore”, secondo cui – per dirla in breve – uno zingaro è un ladro non perché ha rubato, ma perché è uno zingaro. C’è infatti una certa somiglianza tra il preconcetto che identifica immigrazione e criminalità e quello, altrettanto popolare, che interpreta criminologicamente lo straordinario vitalismo berlusconiano e la sua sensibilità alla seduzione femminile.

Il Cav., a chi gli rimproverava il pregiudizio, spiegava come fosse pur vero che, tra gli stranieri, molti erano gli irregolari e tra gli irregolari molti i delinquenti. Ora contro il Cav. c’è chi, simmetricamente, spiega che tra le sue amiche ci sono troppe stipendiate e tra le stipendiate troppe mignotte. Il che però non fa di ogni amica del Cav. una mignotta, né del Cav., di per sé, un utilizzatore finale – vergogna a chi lo dice.

E uguale vergogna al Cav. che diceva: «Meno immigrati significa meno criminalità». E quando lo diceva? Giusto un anno fa, quando la “grande riforma” non era in agenda, la politica della giustizia era asservita a quella della sicurezza, i garantisti meritavano l’ingiuria di buonisti e il governo era ancora intento ad inventare reati, aggravanti e pene “eccezionali”. Pochissimi mesi fa – per dire della solidità della cultura garantista del PdL – alcuni esponenti della falange del Cav. tentarono perfino di resuscitare il reato di mendicità, abolito da più di un decennio.

Ma torniamo a bomba. Per molti, Berlusconi è colpevole perché è Berlusconi. Il che rende difficile distinguere l’ombra del colpevole dall’oggetto della colpa. Delle cose che dice e che fa, ormai è il pregiudizio a sovrabbondare il giudizio, tra quanti lo sostengono o l’avversano, e nelle onde mediatiche che amplificano i sentimenti e rafforzano i preconcetti del “pubblico”.

Ciò accade per i suoi processi, seguiti con ossessiva e inflazionistica attenzione, così presenti nell’immaginario comune da diventare essi stessi immaginari, disancorati dalla realtà di diritto e di fatto, a cui pure sia l’accusa che la difesa popolare si appellano. La stessa paranoia psico-politica presta alle proposte del Berlusconi-premier una realtà in cui la verità del giudizio – anche in politica, soprattutto nella politica, di cui il processo diventa metafora – anticipa quella della prova, mentre la ragione e il torto sono presupposti, dalle “parti” in causa, alla loro dimostrazione.

La proposta di riforma costituzionale sui temi della giustizia, con la folle discussione che ne è seguita (magistralmente condotta dal Cav. sui binari della follia), è un esempio da manuale di questa sindrome paranoica. Intendiamoci: non esiste, a mio avviso, alcun dubbio sulla ragione per cui il premier ha scelto oggi di accelerare sulla “grande riforma”, dopo un decennio passato a bighellonare tra un garantismo di governo e un giustizialismo di lotta, a seconda che ci fosse da salvare un soldato Ryan dell’inner circle berlusconiano, o da combattere – con durezza ovviamente “esemplare” –  un mostro della fantasia popolare: l’islamico, il clandestino, il violentatore, il pedofilo…

Quella del Cav. è una fretta che non origina da un’urgenza interiore, ma dell’esigenza politica di contrapporre – in vista di un calendario processuale fitto e periglioso –  l’immagine del riformatore a quella del puttaniere o del corruttore, quella del martire a quella dell’imputato. E’ una scelta intelligente, che intelligentemente Giuliano Ferrara gli ha suggerito, consapevole di come, per resistere sul piano del consenso, Berlusconi avrebbe dovuto chiudere la stagione delle leggi fatte in casa e della manomissione normativa dei codici come prosecuzione, con altri mezzi, della propria strategia processuale, e al contrario affrontare a viso aperto lo scontro nelle aule di giustizia, lì sfidando, anche politicamente, i propri accusatori.

Poiché le azioni si giudicano dagli effetti, e non dalle intenzioni, di cui sono largamente lastricate anche le vie infernali della politica, non guardare a cosa in quella riforma c’è – e potrebbe essere – scritto, ma solo a chi e quando e come ha provveduto a scriverlo, è un errore grossolano di ottusità e di conformismo. Questo, come è ovvio, se non ci si vuole iscrivere al partito del “Forza Tonino”, a cui – per dire come sono complicate le cose – il Cav. degli albori propose di mettersi in società politica, ma se, al contrario,  si vuole  contendere a Berlusconi l’immeritato monopolio del garantismo e non regalarglielo per i prossimi decenni e, magari, alla memoria.

Berlusconi sul garantismo va provocato, incalzato, inseguito, anche per impedire che alla fine, nel pentolone della riforma, ci finisca tutto e il contrario di tutto. Come avvenne con le famigerate leggi ad personam, di cui, in una logica garantistica, non era tanto censurabile la finalizzazione opportunistica, ma il fatto che le norme “buone”, concepite per salvare gli amici, venissero per cattiva coscienza e demagogico riguardo alle ragioni della giustizia risarcite da norme “cattive” – e disprezzabilissime – destinate ad aggravare la situazione di migliaia di senza nome, recidivi, rovinati, abbonati alla detenzione e quindi, vista la realtà delle galere italiane, alla delinquenza. Come se – a dirla tutta – il garantismo fosse il lusso che le persone perbene si possono pagare e quelle “permale” non si possono permettere.

Ciò non vuol dire concedere al disegno di legge Alfano complimenti che non merita, intriso com’è di ambiguità furbette e della pretesa di dire troppo o troppo poco e di lasciare troppo ampio margine di “interpretazione” alle leggi ordinarie chiamate ad applicare i nuovi dispositivi costituzionali. La prima impressione è che, per correggere una situazione di eccessiva autoreferenzialità dell’ordine giudiziario, si giunga ad un modello che intende il principio della separazione dei poteri in senso gerarchico, con una supremazia del legislativo sul giudiziario.

Nel corso dell’esame della proposta di legge bisognerebbe fare in modo che all’illusione tecnocratica, che ha appestato la sinistra italiana e consumato le sue energie libertarie e che affida ai giudici la salvaguardia dell’equilibrio costituzionale, non si sostituisca una, ugualmente mortifera, tentazione giacobina – e, per eterogenesi dei fini, berlusconiana – che consegna la salute della nazione alla piena libertà delle assemblee elettive, le quali rispondono solo al “popolo sovrano”.

Bisognerebbe insomma fare in modo che, a un eccesso che s’intende correggere, non corrispondesse un eccesso uguale e contrario. E forse è perfino possibile farlo, se non ci si consegna all’Aventino dell’indignazione e se Berlusconi, com’è verosimile, quando la “grande riforma” non gli servirà più, non la suiciderà, come usa fare con i ferrivecchi della sua politica.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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