Giustizia: la riforma è necessaria, ma non adeguata

– “In definitiva, così come annunciata la riforma della giustizia pare sia vissuta come la battaglia finale, anche se l’augurio è di essere smentiti dai fatti, perché si ha la piena consapevolezza che qualunque sarebbe il suo esito, alla fine avremmo un’Italia peggiore, più cattiva e ingiusta.” Così ci pronunciavamo in occasione delle pirotecniche anticipazioni del Presidente del Consiglio sulla epocale riforma della giustizia. Ora che il disegno di legge costituzionale è stato varato dal Consiglio dei Ministri, abbiamo il piacere di constatare che il nostro augurio si è in parte realizzato.

Infatti, per unanime giudizio, non si tratta di un provvedimento ad personam, e ciò – insieme al ritiro dal ddl sul c.d. processo breve della disposizione transitoria e all’impegno di partecipare alle udienze del Premier – rappresenta un oggettivo miglioramento del quadro politico. Inoltre, il ddl costituzionale è una buona base di partenza per una seria riforma della giustizia italiana.

Questo, ovviamente, non significa che non vi siano aspetti problematici; d’altronde, nessun provvedimento del genere ne potrebbe, almeno all’inizio, essere privo. Certo sono fondate le obiezioni per le quali si potrebbe trattare solo di un fumoso bluff, o che ci vorrebbe ben altro per la giustizia, ma nel primo caso, per restare nell’ambito della terminologia pokeristica, il bluff si va a vedere e, nel secondo,  siamo immuni dal morbo del “benaltrismo”.

Per brevità, in questa sede, ci soffermeremo su tre trasversali aspetti problematici concernenti:
1.    il potenziale vulnus all’autonomia e indipendenza della magistratura;
2.    la costituzionalizzazione di un atteggiamento di sfiducia istituzionale;
3.    la necessità di ripristinare, anche solo politicamente per ora, l’originario grado di rigidità costituzionale.

1. Malgrado le anticipazioni più preoccupanti (revisione delle modalità di funzionamento della Corte costituzionale e Consiglio inquirente presieduto dal Guardasigilli) non facciano parte del testo, lascia fortemente perplessi la previsione del rapporto paritario tra membri togati e laici sia dei due Consigli sia dell’istituenda Corte di disciplina.

La modifica dell’attuale riparto del CSM (due terzi togati e un terzo laici) appare addirittura in contraddizione con il dichiarato intento di limitare le funzioni dei due Consigli a “le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti e le promozioni nei riguardi dei giudici ordinari e dei pubblici ministeri”, vietando loro l’adozione di atti di indirizzo politico.
Ciò può comportare un grave vulnus all’indipendenza e autonomia delle due magistrature a causa dell’estensione dell’area di influenza politica, destinata verosimilmente a tradursi in una più capillare invadenza partitica negli organi di autogoverno e, a fortiori, nella Corte di disciplina. Per inciso, si osserva che la previsione di un unico organo di disciplina con due distinte sezioni, giudicante e inquirente, confuta la necessità logica di dare vita a due separati Consigli, in luogo della più ragionevole, ed economica, soluzione di un unico Consiglio con due sezioni.

Ma ancora più importante è evidenziare che la stessa esistenza di un organo costituzionale esclusivamente dedicato all’azione disciplinare potrebbe essere causa, per un naturale bisogno di autolegittimazione, di un suo esercizio generoso. Anche la previsione del sorteggio come unico e generale mezzo di scelta della componente togata lascia esterefatti per la sua grottesca comicità. È chiaro che l’intento è quello di contrastare la politicizzazione  correntizia, ma non pare né possibile vietare il diritto dei magistrati di scegliere i loro rappresentanti negli organi di autogoverno e, addirittura, nel collegio disciplinare tra quelli ritenuti più idonei per l’assolvimento di funzioni costituzionalmente rilevanti; né utile la previsione di uno strumento che produrrebbe effetti perversi, sia per l’ovvia considerazione che il sorteggio naturalmente determinerebbe una alterazione della rappresentanza delle varie componenti dell’ANM, sia per il rischio di incrementare ulteriormente il peso della componente laica nell’ipotesi di sorteggio di membri togati poco autorevoli o rappresentativi.

Vi è, infine, la questione della responsabilità civile che così come è formulata non può essere condivisa, poiché, paradossalmente rispetto al suo intento egualitario, è un’applicazione scorretta del principio di eguaglianza, il quale “non vale solamente per parificare situazioni irragionevolmente discriminate”, ma anche per evitare l’ “arbitraria parificazione di situazioni differenti” (Morrone).

Ed è difficilmente contestabile che le attività di interpretazione di norme di diritto e di valutazione del fatto e delle prove – il proprium della funzione giurisdizionale in senso lato, che ricordiamo essere anche una funzione fondamentale dello Stato – giustifichino una disciplina speciale – che non è sinonimo di indulgenziale – rispetto a quella prevista per i funzionari e gli impiegati.

Le possibili conseguenze potrebbero essere un maggiore conformismo acritico della giurisprudenza agli orientamenti prevalenti, bloccando uno dei principali fattori di sviluppo giurisprudenziale, e la riformulazione in campo penalistico del brocardo latino “in dubio pro reo” in un burocratico “in dubio pro iudice”, soprattutto con riferimento agli indagati/imputati eccellenti. Ciò non significa che non sia necessaria una maggiore effettività della disciplina vigente, la quale, è bene ricordare, è vero che prevede in prima battuta la responsabilità dello Stato, ma è anche vero che l’azione di rivalsa nei confronti del magistrato è promossa dal Presidente del Consiglio!

2. Anche ammettendo che tutte le soluzioni indicate siano nel merito le più idonee e corrette, non si capisce perché alcune disposizioni debbano trovare collocazione nella Carta fondamentale. È stato già evidenziato che tecnicamente la responsabilità civile dei magistrati può essere disciplinata dalla legislazione ordinaria, cosa che peraltro già avviene. E lo stesso potrebbe dirsi per la responsabilità disciplinare e il divieto di adottare atti di indirizzo politico da parte dei Consigli,  demandandone il compito più propriamente alle leggi attuative dei Consigli, con l’espunzione dell’inutile Corte di disciplina.

Ma in questo caso, l’“ordinarizzazione” della Costituzione sembra avere lo scopo di introiettare nel tessuto valoriale del nostro ordinamento un atteggiamento di sfiducia verso l’intera magistratura, che raggiunge il suo apice nella previsione di criteri legislativi per l’esercizio obbligatorio dell’azione penale. Ma ciò in via di principio già avviene per mezzo della selezione dei fatti penalmente rilevanti e, soprattutto, della scelta del relativo trattamento sanzionatorio. In verità, quindi, pare che si sia scelto lo strumento sbagliato per un giusto fine, ossia quello di arginare un possibile sviamento politico della funzione giudiziaria, per il quale si ritiene fondamentale il ripristino di un adeguato e rinnovato filtro costituzionale.

3. Il Presidente della Camera, commentando la riforma, ha sostenuto che “la Costituzione può essere modificata. Il problema è se cambiarla a colpi di maggioranza”. Quest’ultima affermazione ci permette di evidenziare un dato troppo spesso negletto. Come è noto, l’art. 138 cost. prevede che la legge di revisione possa essere approvata in seconda deliberazione con:
–    la maggioranza assoluta, che comporta l’ipotesi di un eventuale referendum confermativo;
–    i due terzi, con la sua immediata entrata in vigore.
Ma è bene evidenziare che questo meccanismo è stato ideato avendo unicamente come riferimento il sistema elettorale proporzionale, il quale anche se non espressamente previsto, faceva parte del patto costituzionale (Perna).

Al riguardo, le riforme elettorali “maggioritarie” (in senso atecnico), in mancanza di una corrispondente revisione dell’art. 138 cost., hanno finito con l’indebolire il grado di rigidità del nostro testo costituzionale. Infatti, la sovra-rappresentazione parlamentare causata dal premio di maggioranza tende a ridurre il vincolo della maggioranza assoluta ad un gravoso onere procedurale, svuotato, però, del suo significato politico: la riconducibilità della revisione costituzionale alla maggioranza assoluta del corpo elettorale. Ecco perché, pare davvero necessario che sia compiuto il massimo sforzo concretamente esigibile affinchè si raggiunga un consenso parlamentare più ampio della maggioranza governativa, coinvolgendo almeno in parte le opposizioni, e archiviando la deprecabile prassi – avviata dal centro sinistra con la riforma del Titolo V, ma proseguita dal centro destra con la Grande Riforma respinta in via referendaria – di cambiare, o tentarvi, la Costituzione a colpi di maggioranza.

In conclusione, se le forze di maggioranza manterranno l’impegno di ricercare seriamente un proficuo dialogo con le opposizioni (che presuppone quindi la modificabilità del testo, pur nel rispetto delle sue linee fondamentali, peraltro condivisibili) quest’ultime hanno il dovere di dare il loro contributo, nel rispetto dei distinti ruoli, nella consapevolezza che la Costituzione è un patrimonio comune, che va preservato da interventi anche involontariamente demolitivi, come rischia di fare questo testo se non opportunamente emendato.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

One Response to “Giustizia: la riforma è necessaria, ma non adeguata”

  1. giancarlo scrive:

    Non sono tecnicamente preparato ad affrontare il tema…ma come cittadino sono responsabile ,come tutti, della nostra nazione e quindi mi sento nel diritto di esprimere come “fruitore” un giudizio in merito.Di riforma della giustizia se ne parla da tempo immemore…e sempre tutti i tentativi sono falliti.Un’ipotetico partito dei giudici si è via via saldato con areepolitiche e insieme hanno sempre condotto azioni mediatico politiche che hanno stoppato le migliori intenzioni di riforma.Nonostante l’Europa ci condanni per il nostro sistema giudiziario,per le lentezzee abusi…la risposta è sempre stata negativa e nel migliore dei casi con la scusa del ….non è il momento.Strano che dal nostro sistema giudiziario non arrivino proposte ,ma solo aumento di posti e soldi…guarda caso….Credo che ogni persona di buon senso sa che non basta vincere il concorso per essere ognisciente e moralmente ineccepibile….nessun unto del Signore,ma persone che fanno un lavoro alcuni nel modo migliore,altri nel peggiore.Come nelle Università gli ordini di controllo della magistratura totalmente corporativi sono assolutamente inefficenti…La responsabilità civile è sacrosanta….Ma secondo i nostri organi giudiziari la maggioranza è santa e martire di fronte al sistema…..Tutte le volte che Ingroia e magistrati del suo calibro fanno politica …ricordano i martiri Falcone e Borsellino..martirizzati quando parlavano..santificati ora che non possono più parlare…..Ogni legge è migliorabile…ma non cerchiamo con scuse di bloccarla per soddisfare il lato politico delle nostre perversioni.

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