– Due assassini sono riusciti ad introdursi nel recinto che proteggeva l’insediamento ebraico di Itamar, in Cisgiordania, verso le 9 di sera, senza essere visti dalla sorveglianza locale. Hanno atteso, come belve in agguato, un momento in cui le vittime erano indifese, poi, verso le 10,30 di sera, un’ora e mezza dopo che erano entrati nel villaggio, sono penetrati nella casa. E hanno ammazzato tutta la famiglia Fogel.

Prima sono entrati nelle stanze dei bambini e hanno trovato Yoav (11 anni) e il fratellino Elad (4 anni). Li hanno pugnalati. Yoav è morta subito, Elad è riuscito a sopravvivere, gravemente ferito. Poi hanno ammazzato la loro mamma, Ruth. Infine hanno fatto irruzione nella stanza dei genitori, dove hanno pugnalato a morte il padre, Rabbi Udi Fogel, insegnante nella scuola religiosa di Itamar e la figlia più piccola Hadas, di appena 3 mesi. Il padre è stato poi trovato nel letto, in un lago di sangue, abbracciato alla sua piccola nell’ultimo, estremo, tentativo di proteggerla.

Il “lavoro” è stato completato alle 11, quando gli assassini hanno abbandonato la casa, lasciando vivi due bambini. Perché non li hanno trovati ed evidentemente avevano fretta di andarsene. La figlia maggiore, una ragazzina di 12 anni, era fuori casa, fortunatamente per lei. Tornata, attorno a mezzanotte, si è insospettita dal fatto che nessuno le rispondesse alla porta e da evidenti tracce di fango nei pressi dell’uscio. Allertato, il vicino di casa Rabbi Ya’akov Cohen, è riuscito ad aprirle la porta ed è tornato a casa. Ma subito dopo è piombato di nuovo fuori, per strada, scosso dalle urla della ragazzina.

E’ stata lei a vedere per prima la scena del massacro a casa sua. I servizi di sicurezza e i soccorsi sono stati avvertiti solo allora. Elad Fogel era ancora vivo, quando è stato assistito dai paramedici. Ma anche per lui non c’è stato più nulla da fare: è spirato poco dopo. Cinque morti. Una famiglia distrutta. Gli assassini sono ancora a piede libero.

Per Israele il massacro è uno shock e uno scandalo. Lo scandalo è la lentezza dei servizi di sicurezza. Come mai due uomini armati sono penetrati a Itamar? Come hanno potuto restare nel villaggio per almeno due ore senza essere visti, massacrare una famiglia intera e poi scappare? Giusto per chiudere le porte dopo che i “buoi” erano già scappati, il giorno successivo al massacro i soldati dell’Israeli Defence Force hanno stabilito check-point attorno alle cittadine palestinesi di Nablus, Awarta e Burqa, da dove, probabilmente, arrivavano gli assassini. Ispezioni sono state condotte anche a Sanur e Zababdeh, ma i colpevoli non sono stati ancora trovati.

Assieme ai pattugliamenti di polizia ed esercito è iniziata anche l’ondata di protesta. Duecento coloni ebrei hanno marciato su Awarta, lanciando pietre contro le case dei palestinesi, prima di essere dispersi dalla polizia israeliana. Altri coloni si sono radunati su una collina vicina a Itamar per proclamare unilateralmente la costruzione di un nuovo insediamento. Il sacrificio di Yoav, Elad, Ruth, Udi e Hadas è visto dai coloni come il simbolo di una battaglia giusta a cui non si deve rinunciare: non cedere alla violenza dei terroristi, ma andare avanti.

Per rispondere alla crescente ira popolare, il governo Netanyahu ha annunciato la costruzione di altre centinaia di unità abitative negli insediamenti in Cisgiordania. Costruire case: non proprio una vendetta sanguinosa.
Ed è proprio questa la natura del conflitto e la causa prima dell’eccidio. I coloni sono odiati perché costruiscono, perché abitano, perché colonizzano terre in cui, secondo i palestinesi, non dovrà più vivere nemmeno l’ombra di un ebreo.

Quella contro i coloni è una guerra puramente razzista, non una lotta contro uno Stato, le sue forze armate e le sue istituzioni, bensì contro uomini, donne, anziani, bambini ebrei. Eppure la comunità internazionale ha iniziato a ragionare con il loro (palestinese) metro di giudizio. Costruire case e abitarle, agli occhi delle cancellerie occidentali, è diventato il “principale ostacolo al processo di pace”.

E’ inutile negarlo: i coloni ebrei che vanno ad abitare questi insediamenti sono diventati sinonimo di “falchi” ed “estremisti” nella stampa più politicamente corretta. In quella più politicamente scorretta, sono semplicemente “criminali”. E’ in atto da decenni un’opera di disumanizzazione di questa gente, laboriosa e religiosa, che ha l’unica colpa di voler proseguire il sogno sionista: quello di trasformare il deserto in un giardino.

I cinque corpi senza vita dei membri della famiglia Fogel ci fanno ricordare che anche i coloni ebrei sono esseri umani. Ma, come sempre, purtroppo per il popolo ebraico, provocano compassione solo quando sono morti. Oggi sono tutti uniti nella condanna del massacro. Ma già c’è qualcuno (come il ministro palestinese Riyad al Maliki) che semina dubbi sulla paternità palestinese del quintuplice delitto.

C’è già qualcuno che lascia intendere che la colpa sia comunque degli ebrei. Non solo in Palestina. Su Il Manifesto, il giorno dell’eccidio, si leggeva: “La strage rompe la relativa calma degli ultimi mesi, ma col cosiddetto ‘processo di pace’ fermo perché Tel Aviv vuole andare avanti indisturbata nella colonizzazione. Negli ultimi giorni però, proprio attorno a Nablus, i palestinesi avevano denunciato ripetute aggressioni da parte dei coloni della zona, nazionalisti religiosi molti dei quali immigrati dagli Stati Uniti”. Notare come vengono usate le parole e come vengono scelti i dettagli. Ci sono tutti gli estremi per vedere il demonio nelle vittime: gli Stati Uniti (potenza imperiale), il nazionalismo religioso, la colonizzazione aggressiva.

Qualcuno non è riuscito a trattenere il proprio entusiasmo per l’uccisione di questi “demoni”, anche nel momento più atroce della scoperta del massacro. Subito dopo la diffusione delle prime notizie, un’unità delle Brigate Martiri di Al Aqsa, dedicata al terrorista Al Mughniya, ha rivendicato “l’eroica azione” di Itamar. Forse più per motivi di sicurezza, che non per sincero rincrescimento, il comando delle Brigate Al Aqsa (che fanno capo a Fatah, dunque il partito del “moderato” Abu Mazen) ha rinnegato la rivendicazione e ha condannato il massacro.

A Gaza, la gente è scesa per strada a festeggiare la morte dei cinque “odiati coloni”. Ma Hamas ha dovuto emettere, subito dopo, un ipocrita comunicato in cui si afferma che “uccidere i bambini non rientra nella politica di Hamas”.

Domani o dopodomani finiranno anche queste ipocrisie. Ricomincerà la solita demonizzazione dei coloni cattivi. E qualche testa calda, interpretandola alla lettera, deciderà ancora di “fare giustizia” uccidendo tre bambini, la loro mamma e il loro papà.