– Anche un’analisi sommaria del progetto di riforma costituzionale presentato il 10 marzo dal governo – la “riforma epocale” della giustizia, secondo il suo ispiratore – conferma l’esigenza di discutere laicamente delle innovazioni proposte, senza immotivati entusiasmi per il fatto che questa si presenta, nominalmente, come una “rivoluzione liberale”.

Una norma – a mio avviso – fortemente problematica, che dovrà essere attentamente valutata, è il nuovo secondo comma dell’art. 101 Cost., che recita: “ I giudici costituiscono un ordine autonomo ed indipendente da ogni potere e sono soggetti alla legge”.

Per esaminare tale norma, è necessario il richiamo alla classica tripartizione dei poteri (legislativo; esecutivo; giurisdizionale) elaborata, in età moderna, da Montesquieu, e così sintetizzata in modo eccellente: “Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti. Perché non si possa abusare del potere, occorre che il potere arresti il potere”.

Della nuova norma potrebbe darsi una lettura minimale: la stessa si limita a precisare quanto già esistente (che oggi i magistrati siano anche un ordine non è in discussione); ma non vi è chi non veda l’inutilità della norma, se avesse solo tale portata.

In realtà, a mio avviso, la norma è realmente dirompente, se si valuta attentamente la formulazione testuale, correlata ad altre norme del progetto: infatti, i giudici (e non i magistrati) sono qualificati come “ordine” indipendente non da “ogni altro potere” (il che avrebbe confermato la tripartizione che ha animato la Carta Costituzionale oggetto di modifica), ma “da ogni potere”: si può quindi ipotizzare che, con tale nuova formulazione, il potere giudiziario non sia più connesso alla funzione giudiziaria.

Conferma di tale tesi sembra trarsi dal nuovo art. 102, ove viene precisato che i giudici ordinari (ora distinti dai pubblici ministeri, che restano magistrati, ma non sono un ordine autonomo ed indipendente) non esercitano più la “funzione giurisdizionale” (come nella vecchia formulazione), ma solo la “giurisdizione” (non si comprende, quindi, il magistrato pm cosa eserciti).

Non è certo questo il luogo per dibattere di tale argomento (la norma pare richiamare la teoria del filosofo del diritto Hans Kelsen, secondo il quale l’unica distinzione giustificata sarebbe quella tra creazione ed applicazione della legge, mentre la distinzione, nell’ambito di quest’ultima funzione, tra giurisdizione e amministrazione, non troverebbe giustificazione alcuna): non nascondo però una forte preoccupazione per il possibile venir meno di un potere giudiziario (anche limitato ai soli giudici) chiaramente distinto e distante dal potere esecutivo.

Quanto alla separazione delle carriere, ammetto di non essere ad essa pregiudizialmente contrario: penso però, in linea di principio, che la riduzione di autonomia della pubblica accusa dal potere legislativo (che detterà i criteri per l’esercizio dell’azione penale – nuovo art. 112 Cost.) e dal potere esecutivo (l’affidamento al Ministro della Giustizia della funzione ispettiva – nuovo art. 110 Cost.), che emerge dal disegno complessivo del progetto, non garantisca tutti i cittadini, ma solo i più potenti.

Alla luce dello sdoppiamento dei Csm., e della modifica della composizione, pare inoltre assolutamente inutile affidare ad una Alta Corte (art. 105 bis) la decisione dei procedimenti disciplinari dei magistrati, che ben potrebbe essere assegnata ai nuovi Consigli Superiori.

Riguardo all’inappellabilità delle sentenze “nei casi previsti dalla legge” (c.9 art. 111), il principio, ove declinato nel senso ipotizzato dal premier, sarebbe in contrasto con il secondo comma del medesimo art. 111 Cost., che sancisce la piena parità delle parti: pertanto, ove la legge (come preannunciato dal Governo) impedisse tout court al pm di impugnare le sentenze di primo grado di proscioglimento, la norma sarebbe incostituzionale. In termini sostanziali, tale norma porterà ad una abrogazione “di fatto” dell’assoluzione “dubitativa”: in caso di dubbio, il giudice di primo grado certamente condannerà!

Quanto alla modifica in punto di responsabilità civile dei magistrati, la norma è in parte inutile (anche a Costituzione invariata, già oggi sarebbe possibile – anzi, auspicabile – provvedere con legge ordinaria) ed in parte errata (non può essere foriera di responsabilità la sola attività correlata alla privazione della libertà personale).

Ad avviso di chi scrive, una scelta di tal tipo dimostra che il Governo non ha nessuna intenzione di provvedere davvero su tale materia, malgrado lo Stato sia sotto procedura di infrazione da parte della Commissione Europea.

Infine, la disposizione transitoria di cui all’art. 17 del progetto pare frutto di evidente svista: limitare ai soli processi penali pendenti l’inapplicabilità dei principi contenuti nella legge (e, quindi, dichiarando applicabile ai giudizi civili il principio di cui all’art. 113 bis, c.1) lede con tutta evidenza l’art. 3 della Costituzione, principio fondante dell’ordinamento.

Concludendo, il progetto pare un insieme di norme pericolose (sulla tripartizione dei poteri), inutili (sull’Alta Corte e sulla responsabilità civile) o non direttamente incidenti sulla funzionalità del sistema giustizia: può essere questo il senso più profondo di una riforma costituzionale? Ciascuno si dia la risposta che preferisce: quale sia la mia, credo si intuisca….