Intervenire in Libia. Se esiste ancora l’Occidente

di PIERCAMILLO FALASCA – Mentre l’Occidente valuta l’opportunità di far seguire un vertice ad un altro vertice, o di usare un certo avverbio piuttosto che un altro nei documenti ufficiali, le forze fedeli a Gheddafi avanzano verso Bengasi, preparandosi a cingere la città d’assedio. Se accade e se il Colonnello dovesse infine prevalere, assisteremo inermi al riconsolidamento rocambolesco di un regime autoritario che sembrava agonizzante. Cosa ha permesso il ribaltamento della situazione, quali dinamiche hanno innescato la risurrezione di Gheddafi? S’era forse usata troppa fretta nel giudicare l’andamento delle guerra civile? Probabilmente sì.

Stati Uniti ed Europa sono incappate in un’illusione fatale: che bastasse la loro moral suasion a liquidare il regime gheddafiano, che la primavera araba fosse destinata – quasi deterministicamente – al successo, sul modello est-europeo. Al contrario, senza un supporto esterno, le rivoluzioni e i moti di liberazione raramente hanno un esito favorevole.  E i partigiani libici rischiano oggi di soccombere.Questo è ciò che accade quando l’America si astiene dall’esercizio della sua leadership globale, sosteneva ieri il Wall Street Journal. Questa è la conclusione inevitabile delle chiacchiere europee, aggiungiamo noi.

La diffidenza nei confronti dei rivoltosi, di cui sappiamo oggettivamente poco, fa da schermo a quanti sono passati dalla becera legittimazione di Gheddafi, in nome di una realpolitik malintesa (dovrebbe esserci differenza, scriveva l’Economist, tra l’engagement con un regime da cui compriamo risorse vitali e l’endorsement del suo satrapo), ad un goffo prudentismo. La scarsa conoscenza delle forze politiche in campo avrebbe invece richiesto – e ancora richiederebbe – un maggior attivismo occidentale, affinché tra i ribelli prevalgano le componenti laiche e moderate.

L’interdizione aerea (la no fly zone), che dovrebbe impedire all’esercito regolare libico di usare l’aviazione contro i ribelli, sarebbe certamente un atto di quasi-guerra, avendo Gheddafi a disposizione una contraerei di molto più potente di quella di cui disponeva Saddam. Ma più passano i giorni e più essa rischia di diventare inefficace, acclarata ormai che la superiorità dell’esercito lealista è anche terrestre.

Ci sono oggi tre domande cui i governi occidentali dovrebbero rispondere. La prima: è interesse dell’Europa e dell’America l’archiviazione di Gheddafi? Seconda: siamo o non siamo convinti dell’importanza di una Libia guidata da un governo più affidabile – e rispettoso dei diritti umani – per la stabilità del Mediterraneo e per una gestione più serena dei flussi migratori e degli scambi energetici? Terza domanda: consideriamo un dovere delle società libere schierarsi sempre e comunque contro le dittature truculente?

Se la risposta è negativa, conviene sedersi in poltrona e guardare con più o meno gusto la partita libica. Se la risposta alle tre domande é invece positiva, se cioè riteniamo che la Libia vada accompagnata verso una sana modernizzazione, sia per interesse occidentale che per rispetto dell’umanità, allora è giunto il momento di considerare un intervento militare Nato. A partire dall’imposizione ad horas dell’interdizione aerea, ma senza escludere bombardamenti chirurgici di obiettivi strategici gheddafiani.

Quanti invitano – come il governo Berlusconi, fino a ieri amico intimo del leader libico e oggi contrario alla no fly zone – a battere le strade del ‘dialogo’, dovrebbero spiegare quali siano in concreto gli ingredienti di tale pacifica soluzione. Meno chiacchiere, per favore: se Gheddafi entra a Bengasi ci sarà solo lo sterminio dei ribelli, magari lento ma inesorabile. Se ciò avverrà, l’Occidente avrà definitivamente smarrito il suo senso storico e politico. L’Italia, in particolare, pagherebbe a caro prezzo la ‘restaurazione’ di Gheddafi. E sarebbe responsabile – per la seconda volta in cento anni – delle sofferenze del popolo libico.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

5 Responses to “Intervenire in Libia. Se esiste ancora l’Occidente”

  1. Simona Bonfante scrive:

    la seconda domanda: ” siamo o non siamo convinti dell’importanza di una Libia guidata da un governo più affidabile – e rispettoso dei diritti umani – per la stabilità del Mediterraneo e per una gestione più serena dei flussi migratori e degli scambi energetici?” ovvio che sì: ma quale governo – possibile o anche solo prefigurabile nella Libia multi-tribale di oggi, senza leader politici adeguatamente riconosciuti tali – al momento può darci questa garanzia?

  2. donato scrive:

    Cioè fatemi capire dopo l’Iraq e il tutt altro che pacificato Afghanistan vorreste aprire un nuovo fronte di guerra?

  3. Piercamillo Falasca scrive:

    Simona: credo che il non intervento assicuri che la Libia al 100% produrrà instabilità…

  4. Gianluca scrive:

    Non credo che il non intervento assicuri che la Libia produrrà instabilità , è certo che l’Occidente ha fatto una valutazione della crisi libica con una superficialità disarmante, ha sperato di eliminare Gheddafi appoggiando i ribelli organizzati (da chi?) armati (da chi?) e ha dato x spacciato il leader libico, senza conoscere la realtà locale, ma credendo e facendo credere al mondo quello che più faceva comodo per imbastire il dopo Gheddafi (petrolio e annessi). Le rivoluzioni le guerre devono essere vinte sul campo e non a parole.

  5. Mino Gallazzo scrive:

    La crisi libica non ha niente a che vedere con quello che è successo in Egitto e Tunisa: la Libia ha 7 milioni di abitanti con la pancia piena, l’auto nuova e un vitalizio statale. In Egitto e Tunisia la gente era alla fame oltre che repressa oltre ogni sopportazione. In Libia si è trattato fin dall’inizio di una resa dei conti tra tribù e non di una rivoluzione di popolo come negli altri due Stati nordafricani. Militari contro militari non forze speciali contro dimostranti disarmati. A cosa ci servirebbe aiutare a detronizzare il leader di un regime autoritario per sostituirlo con qualche altro capo tribù a lui ostile ma probabilmente non più democratico, fra l’altro gli stessi che già altre due volte dal 1969 hanno cercato di sovvertire l’ordine costituito libico e per due volte (oggi forse per la terza) sono stati schiacciati dal colonnello, ma questo oggi fanno tutti finta di averlo dimenticato.

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