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Evviva l’ideologia, cioé la modernità

– I linguaggi sono una metafora del momento storico, economico, culturale di una società. Lo sono da sempre, lo sono per statuto. E la politica, da sempre, si adegua ai linguaggi sociali, identificandosi in essi. La politica diventa metafora sociale anche e perché di volta in volta si identifica e adopera i linguaggi che la società esprime.
In molti credono, però, che un linguaggio politico serio, compiuto, a tutto tondo, non possa che essere un linguaggio ideologico. Personalmente sono assolutamente d’accordo. Ma un momento. Che cosa vuol dire ideologia?

Per alcuni ideologia è sinonimo di contrapposizione, ovvero, Bianco/Nero, Amico/Nemico, Vero/Falso. Ma quando mai. Così si confonde il concetto di contrari semiotici ed antropologici (la cultura umana come sistema di semi di significato binari), con quello di ideologia. Ideologia è ogni nostro atto! Ciascun punto di vista. Anche bere un caffè, fumare sigarette, andare al cinema, accarezzare un bambino, usare la penna piuttosto che il computer, sono atti ideologici. Ideologia è: avere, esprimere, far condividere idee, condividere. Ideologia è immaginario.

Qualche tempo fa, durante una lezione universitaria, vedo e ascolto uno studente che suppergiù dice queste frase: “dobbiamo fermare la reazione borghese!” e poi, a seguire, dal fondo dell’aula una studentessa che si alza e gli fa un duro rimbrotto inzeppato di parole quali: “stalinista”, “dittatura”, “Ungheria” .

Per un attimo, come in un film, mi sono sentito ringiovanito di trent’anni, come fossi in una macchina del tempo, mi sono sentito trasportare in un’altra epoca, ho sentito odori e sapori di qualcosa, di un mondo andato, che a ben dire si potrebbe definire modernità.
Ah, che bella cosa la modernità
! Quando tutto era ben chiaro e definibile, quando le identità erano dure e fisse come stampelle, quando il mondo e la cultura del mondo erano categorizzati in generi, netti e rigidi, come gli stoccafissi in pescheria. Ve li ricordate i generi della modernità? Erano raggruppati in repertori fissi e distinguibili per opposizione reciproca.

Tutto era sostanzialmente chiaro
: il dramma era dramma, il quiz era quiz, il telegiornale era telegiornale, la pubblicità era pubblicità, l’italiano era italiano, la donna era donna, il bambino era bambino, il farmacista era farmacista, lo juventino era juventino, l’operaio era operaio, l’intellettuale era intellettuale. Con chiarezza, nitore, certezza e, mediante semplicità di leggibilità, le identità  erano metaforizzate in sorta di specie animali riconoscibili dal colore e dalla lunghezza del pelo.
Se si realizzava un’inchiesta sulla droga il senso delle domande era sempre un po’ questo: “Scusi, lei, in quanto drogato, appartenente alla categoria dei drogati, che risposta ci dà, a nome di tutti i drogati, sul perché i drogati si drogano?”

Poi, come d’incanto, la modernità è venuta meno. Grandi narrazioni condivise hanno perso il loro mordente, grandi miti hanno smesso di brillare come stelle in un cielo immobile, certezze ideologiche si sono sconnesse e son venute giù come impalcature sbullonate di tubi Innocenti, le dissolvenze hanno preso il posto del nitido, le identità hanno intrapreso lunghi e complessi fenomeni di ibridazione, i generi si sono incrociati, poi si è passati ai trans-generi che non possono essere definiti ma solo osservati nella loro modificazione continua, tutto si è impastato, i pensieri forti hanno lasciato il posto a pensieri deboli, tutto ciò che sembrava assolutamente e geneticamente immobile ha iniziato a fluidificarsi.

La cultura ha d’improvviso sfondato la modernità con un big bang filosofico. Le idee e le contrapposizioni di principio, come in una centrale atomica dei testi, hanno subìto una sorta di fissione che le ha rimodellate, riformulate e accorpate. Son venuti al mondo i mutanti ideologici! D’improvviso nel film western sono comparsi i dischi volanti, il ricco e il povero si sono vestiti allo stesso modo. Si approda alla contemporaneità.

Con termine da trovata pubblicitaria la si è definita post-modernità. E con essa i suoi critici: Jameson l’ha definita epoca in cui vi è “la comparsa di un nuovo genere di piattezza o mancanza di profondità, un nuovo tipo di superficialità”,  Baudrillard  come epoca de “la fine del lavoro. (…) La fine della dimensione lineare del discorso. La fine della dimensione lineare dei beni. La fine dell’era classica del segno”, e l’ha inoltre interpretata un po’ come fosse la fine della realtà. Ma non è vero, la realtà non finisce. Piuttosto si giunge ad una nuova realtà, in cui le idee non sono più geometriche, piane, ma negoziali e osmotiche.  Ma cosa diamine c’entra tutto questo con l’ideologia, e con il discorso fatto dai due ragazzi all’università? C’entra.
I due studenti, buffamente, sono un reperto della modernità. Di una modernità che cessa la sua spinta propulsiva e la sua ragion d’essere negli Anni Settanta. Una modernità che identificava l’ideologia nella contrapposizione. Era il punto di arrivo di un processo storico, economico e simbolico, che negli anni settanta si smembra e si dissolve con la dissoluzione della guerra fredda, delle vecchie forme della produzione industriale, con il superamento di una serie di idee pretendevano di leggere una società nuova con presupposti filosofici, ideali, prodotti e formulati in una società non più esistente.

Questo modernariato ideologico, in Italia, incredibilmente, è ancora visibile in certi discorsi e in certe prese di posizione che ancora “incrostano” il nostro linguaggio politico.
Durante una lezione alla domanda “che cosa è l’ideologia?” la maggior parte degli studenti hanno risposto con esempi quali “comunismo”, “fascismo”. Gli studenti non hanno mai colpe, sono sempre un prodotto altrui. In questo caso il prodotto di una certa politica che invece di applicare la contemporaneità dei linguaggi di una società in modificazione continua, rimane ferma ad una artrosi culturale che non permette di abbandonare forme di anacronismo lessicale e terminologico.

Dovrebbe ormai essere chiaro a tutti che gli Anni Settanta, gli anni della fine della modernità, sono passati da quasi tre decenni. Bisognerebbe smetterla di cercare di interpretare i nuovi corpi sociali con abiti vecchi, usciti da armadi che tutti speriamo che i tarli ci portino via. Quando gli studenti, invece di rispondere che ideologia significa “comunismo e fascismo” risponderanno che ideologia significa “sistema di idee”, “punto di vista sulle cose del mondo”, “immaginario condiviso” o altre cose del genere, finalmente, potremo esser sicuri del fatto che il linguaggio politico si è definitivamente lasciato alle spalle gli Anni Settanta.
Questo è lo stato delle cose. Poi, che il contemporaneo sia migliore del moderno, è ancora  da dimostrare.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

One Response to “Evviva l’ideologia, cioé la modernità”

  1. lodovico scrive:

    nelle univerità si studia e si affronta il problema della complessità. questa si presenta come un possibile paradigma post-newtoniano.E’un qualcosa di completamente diverso e di difficile immaginazione.E’ una riscoperta della varietà della realtà che una volta si pensava di ricondure a poche e fondamentali leggi, di cui si intuiva il fine o lo scopo. Ora di nuovo dobbiamo cercare di interpretare la realtà in un nuovo modo e questo é assai difficile ma resta la certezza che il contemporaneo è meglio del moderno.

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