di DIEGO MENEGON – Il reattore Fukushima 1 è in funzione da 40 anni. Doveva essere disattivato a febbraio, ma il governo giapponese ha deciso di prolungare il suo ciclo di vita di dieci anni.

In questi giorni, le prime tecnologie del nucleare per uso civile, concepite negli anni ’50 del secolo scorso, sono sottoposte alla prova di un terremoto di dimensioni inattese in un Paese a forte rischio sismico. In Giappone sono attivi oltre cinquanta reattori nucleari; in tre di questi, tutti collocati nello stesso sito nucleare, si sono verificati dei malfunzionamenti ed è stato dichiarato lo stato di emergenza. Le autorità hanno reagito al pericolo rappresentato dall’esposizione della popolazione a livelli di radiazione sopra la norma decidendo di evacuare un’area compresa nel raggio di 20km dalla centrale.
L’edificio esploso a Fukushima, le cui immagini hanno girato il mondo, non conteneva combustibili fissili; il nocciolo del reattore che li contiene è sotto controllo.
Un portavoce del governo ha dichiarato che attualmente nei reattori viene immessa acqua di mare per frenare l’aumento della temperatura all’interno del nocciolo. Il peggioramento dello stato del sistema elettrico rende tuttavia difficile il costante ed efficace funzionamento dei sistemi di sicurezza.

Il cataclisma ha tolto la vita a circa diecimila persone, ma già l’attenzione è rivolta al danno sull’ambiente e agli effetti nel lungo periodo sulla salute della popolazione.
L’intero sistema infrastrutturale è messo a dura prova dallo tsunami e dalle scosse del terremoto. Alcune centrali idroelettriche sono state danneggiate e noi Italiani possiamo ben comprendere il timore che accada qualcosa di simile a quanto è accaduto nel Vajont.

L’ingegnere Rod Adams ha tracciato un primo bilancio delle conseguenze dello tsunami e del terremoto sull’ambiente e sulla salute, in cui si dichiara pressoché certo che le misure adottate a Fukushima per stabilizzare il sistema faranno rientrare l’allarme senza conseguenze. La contaminazione radioattiva sarà contenuta e localizzata in specifiche aree dell’impianto, non interessando quindi le aree abitate circostanti.
Secondo Rod Adams, il vero danno all’ambiente deriverà dal rilascio di combustibili e sostanze inquinanti da parte di veicoli e industrie nell’area sommersa dallo tsunami.

La strumentalizzazione di una tragedia rappresenta il modo peggiore di fare politica. Piegare i fatti all’ideologia offende le vittime e distorce la realtà, inducendo all’errore l’opinione pubblica e i governi.
A quanti intendono utilizzare i fatti di cronaca di questi giorni per influenzare l’opinione pubblica ed alimentare un sentimento antinuclearista in patria, sarebbe il caso di ricordare la dura realtà: ogni infrastruttura civile, per quanto utile al progresso e alla stessa incolumità delle popolazioni, può, seppur raramente, essere teatro di una catastrofe. A Middletown, nel Connecticut, nel febbraio 2010 l’esplosione in una centrale termoelettrica ha causato la morte di cinquanta persone. L’anno prima in Russia un incidente in una centrale idroelettrica ha tolto la vita a sessantasei persone; decine di tonnellate di olio dei trasformatori si sono riversati sul fiume Yenisei. In questo contesto, nella triste conta delle vittime, il nucleare rimane la tecnologia più sicura.

I tentativi di strumentalizzazione si spingono a cercare analogie tra il caso giapponese e quello italiano, analogie che, però, si rivelano abbastanza improbabili, principalmente per due motivi.

In primo luogo, il ritorno all’atomo, se sarà compiuto, porterà in Italia tecnologie di ultima generazione, più sicure, che, come prevede la delibera CIPE in materia, rispettino standard di sicurezza superiori a quelli garantiti dalle centrali attualmente in funzione negli altri paesi.
In secondo luogo, il confronto non è opportuno se si pensa a come il rischio sismico sia senza dubbio più elevato in Giappone che in Italia, dove non si è mai registrato un terremoto di magnitudo 9.

Inoltre, nel nostro Paese esistono aree, per quanto circoscritte, non a rischio sismico. Sarà quindi compito dell’agenzia per la sicurezza nucleare individuare i criteri per la scelta dei siti, tenendo conto, per l’appunto, di questo rischio.

Certo, rimane da chiedersi per quale motivo un Paese abituato a sentir fremere la terra, a cavalcioni tra due placche terrestri in perenne movimento, abbia disseminato il proprio arcipelago e continui ad investire in impianti di produzione di energia da fonte nucleare.