di SIMONA BONFANTE – “E’ difficile qualsiasi discussione seria su temi della giustizia se non è preceduta dalle dimisssioni di Berlusconi”.
Così Massimo D’Alema, l’uomo che notoriamente non ha più alcun incarico nel partito nelle liste del quale è stato eletto in Parlamento. Lo stesso D’Alema che, ai tempi della Bicamerale, con Berlusconi non solo discuteva ma, sostanzialmente,  concordava. La sinistra, d’altra parte, al solo annuncio della riforma aveva già detto di no, preventivamente.
«Esamineremo i testi e faremo le nostre valutazioni senza pregiudizi». Così, invece, Benedetto Della Vedova. Opposizione pure lui, ma di un altro tipo, evidentemente.

È stato obiettato da alcuni che la giustizia non è una priorità nazionale, che quella di Berlusconi è solo un’ossessione interessata, un diversivo, un attentato alla democrazia. La preoccupazione degli italiani – opinano costoro – è l’economia, il lavoro. Vero, sacrosanto. Primum vivere. Tuttavia qui parliamo delle regole, delle forme della democrazia. Della separazione dei poteri che, della democrazia appunto, rappresenta l’assioma. Il pane lo si aveva anche con il Duce. Finito il pane, la fame ha cominciato a reclamare libertà.

La giustizia non è (solo) una issue. È l’assiomia del regime democratico. Lo stato di diritto, la certezza e cecità del diritto. I confini del potere, e il potere dei contro-poteri di opporre un argine agli abusi. Berlusconi, con i suoi pessimi spin doctor, la sua insopportabile inadeguatezza, il suo democraticamente incompatibile conflitto di interessi economico, dunque democratico, hanno provveduto a farne invece un tema politico divisivo, personalizzato. Fare una riforma costituzionale secondo i crismi sanciti dalla Costituzione stessa, però, non significa affatto voler demolire la Costituzione né voler abbattere la democrazia.

Lo scambio epistolare abusivamente intercettato da quelle jene (in senso buono, s‘intende) de Il Giornale offre invece della corporazione (nell’accezione “nobile” del termine, s’intende anche qui) una rappresentazione tutt’altro che edificante, affatto rassicurante, a dir la verità.
Il sistema giudiziario italiano ha sparigliato le regole democratiche già prima, a prescindere, al di sopra ed al di là di Berlusconi. La corporazione – nell’accezione nobile, va da sé – si è fatta partito, sindacato di casta. Ha preteso di combattere battaglie politiche con armi che nessun partito avrebbe potuto mai sfoderare: il potere di inquisire, costringere alla condizione di imputato, dunque rimuovere dall’arena della competizione democratica, un avversario politico. E non ci riferiamo affatto qui solo al Presidente del Consiglio, del quale certo non sfugge l’eccesso di attenzione riservatagli dal potere giudiziario.

Un magistrato è il depositario di una responsabilità esclusiva costituzionalmente sancita: ha il potere  di privare della libertà un qualunque altro cittadino. Utilizzare quel potere, arbitrariamente,  per rimuovere l’avversario politico, ecco, questo sì che, più che attentare alla Costituzione, ne sancisce il de profundis.