Tanta politica in Rete, ma poca democrazia in Rete

– Mentre il mondo dibatte se l’uso dei social media possa essere decisivo o meno per permettere ai dissidenti di combattere i regimi, da quello cinese agli esempi più recenti in Tunisia, Egitto e Libia, in Italia si diffonde una strana sensazione di stasi. O, peggio, di stagnazione. Potrebbe darsi sia una impressione di chi scrive. E del resto, un’analisi esaustiva e fondata su dati affidabili non è possibile, quando si parli di una realtà multiforme, transitoria e così brutalmente massificata. Tuttavia l’impressione c’è: nel nostro Paese la forza d’urto dei social media come catalizzatori del cambiamento sociale, se mai c’è stata, si sta smarrendo.

Qualche esempio si può portare. Il più eclatante è quello del Popolo Viola. Dopo il successo della manifestazione nata su Facebook e tenutasi a piazza San Giovanni a Roma il 5 dicembre 2009, non si è parlato che di divisioni. Gruppi locali contro pagina nazionale, accuse reciproche di protagonismo e leadership autoritaria, manifestazioni volute da alcuni e rinnegate da altri. Un disastro. Non che questo abbia impedito al movimento, se così si può chiamare, di ritagliarsi un proprio spazio sulla stampa, promuovere eventi con migliaia di partecipanti in modo distribuito e capillare, anche con un certo grado di coordinazione e successo. Tuttavia i toni trionfalistici dei giornalisti e dei commentatori che vi avevano visto «la meglio gioventù» hanno lasciato il posto a una serie di «ma anche» di veltroniana memoria e di pure e semplici recriminazioni che descrivono adeguatamente il mutato stato d’animo.

E infatti le più recenti manifestazioni, da “Se non ora, quando?” a quella del 12 marzo in difesa della Costituzione, non hanno fatto parlare con altrettanto entusiasmo della capacità di cambiamento dei social network su cui sono state più o meno organizzate. E non hanno aggiunto nulla al modello inaugurato dal Popolo Viola. L’incantesimo sembra essersi rotto. In parte per la struttura del mezzo, troppo dispersivo e frenetico per consentire di dare la giusta rilevanza e stabilità ai post più importanti. In parte perché ci sono troppe pagine per troppi argomenti, spesso dimenticate nel volgere di qualche settimana. In altri casi, poi, la coesione e l’unità di intenti non ha prodotto i risultati sperati. Le oltre duecentomila firma raccolte da Valigia Blu, e trasportate simbolicamente da Arianna Ciccone nelle sedi Rai, non hanno portato ad alcuna rettifica sul telegiornale di Augusto Minzolini, che aveva erroneamente identificato assoluzione e prescrizione per l’avvocato David Mills. Eppure in questo caso l’intento era ben più delimitato e realistico rispetto alla richiesta di dimissioni del Cavaliere. Non è bastato.

Da ultimo c’è stata la grande illusione, per alcuni, di una politica che attraverso i social media fosse davvero in grado di dialogare con i cittadini. E sarebbe ingeneroso affermare che ciò non sia successo in alcun caso. Svariati tra deputati e senatori gestiscono personalmente le proprie pagine, rispondono alle domande degli iscritti, che si tratti di critiche o apprezzamenti, raccontano in diretta ciò che avviene in Aula, cercano sinceramente feedback alle proprie proposte. Tuttavia la socializzazione della politica in senso 2.0 aveva e ha ben altri obiettivi. Primo tra tutti promuovere la reale partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. Coinvolgendoli nei processi decisionali della classe dirigente piuttosto che mettendoli di fronte a una vetrina che sì, sarà più interattiva e attraente, ma sempre una vetrina resta.

Da questo punto di vista il fallimento è, per ora, pressoché totale. Di importanti proposte di legge formulate tramite wiki, per esempio, non si sente parlare, né dell’intenzione di farlo. Le strategie comunicative e le posizioni programmatiche, ancora, sono calate dall’alto quanto prima dell’invenzione di Facebook. Certo, ora se un politico sbaglia se ne accorge non solo tramite i sondaggi, ma anche attraverso le valanghe di critiche ricevute sulla propria bacheca. Ma è una ben misera interazione rispetto alle potenzialità del mezzo. Infine l’era dei social media non ha portato quella ventata di trasparenza nell’attività del governo di cui ci sarebbe stato e c’è un disperato bisogno. Perché il ministero della Semplificazione normativa, per fare solo un esempio, non si interfaccia tramite un account Twitter o Facebook con le problematiche dei singoli cittadini? «Ho il problema x, @minsemplificaz», «Forse questo link può aiutarti, @fabiochiusi». È chiedere troppo? Non credo.

Il rischio è che, a forza di abbassare le nostre aspettative, dopo averle così innaturalmente elevate, si finisca per ridurre davvero i social network a delle semplici vetrine della propaganda di partito. Se ciò dovesse avvenire, sarebbe un vero peccato. Perché pur essendo dei semplici strumenti, hanno ancora dei lati quasi totalmente inesplorati. E ho la sensazione che siano i più interessanti.


Autore: Fabio Chiusi

MSC alla London School of Economics in Storia e Filosofia della Scienza, è un giornalista e blogger. È redattore per Lettera43.it e scrive di politica, social networking e critica della disinformazione sul blog ilNichilista. Collabora con l'Espresso, Farefuturo webmagazine, Agoravox Italia e il Termometro Politico. Per Mimesis ha pubblicato Ti odio su Facebook. Come sconfiggere il mito dei brigatisti da social network prima che imbavagli la rete (luglio 2010).

2 Responses to “Tanta politica in Rete, ma poca democrazia in Rete”

  1. E vabbè, si è tutto vero, ma non diciamo “si rischia”, quando sappiamo benissimo che la cosa accadrà sicuramente o è già in atto. Così fanno questi politici e questi giornalisti. E poi, dopo le analisi, le constatazioni, le considerazioni, ecc., proporre le cure all ammalato Italia, e sopratutto a questa “democrazia”. Io cel’ ho le cure, ogniuno cel ha, ma non vengono prese in considerazione anche se sono le migliori. Perchè? Perchè, siamo diventati tutti i primi della classe, il protagonismo dilaga, i piedistalli aumentano,…. il paese va sempre più giù e a comandare sono sempre i soliti incapaci. Cordialità, L’ultimo della classe che si scusa immensamente.

  2. Alessio Marignani scrive:

    In generale tutte le proteste web sono caratterizzate dalla fugacità, credo che il motivo sia nella incapacità della ns generazione di buttarsi con impegno, costanza e perseveranza su un progetto.
    E’ vero che nei palazzi non è cambiato niente, ma parlare di fallimento è eccessivo. Sempre più persone, prima totalmente menefreghiste iniziano ad informarsi sui fatti politici, sempre più persone capiscano il totale stravolgimento delle informazioni che la tv ci abituati, e scelgono internet per informarsi, sempre più spesso queste materie sono il centro delle conversazioni al bar. Il principale effetto di queste proteste è stato spostare le discussioni della gente da chi è stato eliminato dal grande fratello, alle porcate del mille-proroghe, gli effetti si vedranno nelle urne.
    Per quanto riguarda la partecipazione diretta del cittadino attraverso il web, sono fiducioso, forse il processo sarà un po’ più lungo del previsto, ma gli stessi politici capiranno prima o poi la potenzialità di avere milioni di teste pronte a sfornare delle buone idee gratis per risolvere i vari problemi.

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