– Come è noto, è attualmente in discussione al Senato un d.d.l. sulle c.d. quote rosa nei CDA che sta facendo molto discutere anche su Libertiamo.it.
Innanzi tutto, diciamo che è ingiusto che un individuo sia scelto sulla base del genere e non del merito, ma è già ciò che accade!

A supporto della precedente affermazione, citeremo alcuni dati che evidenziano che:
– se operano meccanismi di selezione esclusivamente meritocratici, la presenza tra i due generi tende a essere tendenzialmente paritaria;
– negli ambiti dove è maggiore la sfera discrezionale, si registra una sproporzione molto rilevante.


È possibile presumere che tale situazione sia dovuta al fatto che, in generale, i meccanismi di selezione della nostra classe dirigente non sono basati sul merito individuale, ma sono ancora espressione di un corporativismo, anche di genere, tendenzialmente clientelare e impermeabile.
Infatti, se si prendono in considerazione i dati relativi all’istruzione universitaria (fonte Alma Laurea), risulta che le ragazze:
–    costituiscono il maggior numero dei laureati (60,1%);
–    finiscono prima gli studi (40,6% in corso contro il 37% dei ragazzi);
–    hanno una media finale superiore (104,2/110 contro 101,4/110).

La migliore preparazione universitaria trova anche riscontro nella successiva carriera lavorativa, se, appunto, la selezione è basata esclusivamente sull’accertamento tecnico-attitudinale del candidato.

Ne è un esempio eloquente la magistratura. Come è noto, inizialmente alle donne era precluso l’accesso alla magistratura, non per una discriminazione di genere (non lo è mai, almeno ufficialmente), ma per una loro minore capacità di giudizio: “non si intende affermare una inferiorità nella donna; però da studi specifici sulla funzione intellettuale in rapporto alle necessità fisiologiche dell’uomo e della donna risultano certe diversità, specialmente in determinati periodi della vita femminile” (On. Molè – Assemblea Costituente).

Più finemente, l’On. Leone (sempre nei lavori in Assemblea Costituente) colse qual è il vero elemento fondamentale nelle politiche di genere in questo Paese: “Si ritiene che la partecipazione illimitata delle donne alla funzione giurisdizionale non sia per ora da ammettersi. Che la donna possa partecipare con profitto là dove può far sentire le qualità che le derivano dalla sua sensibilità e dalla sua femminilità, non può essere negato. Ma negli alti gradi della magistratura, dove bisogna arrivare alla rarefazione del tecnicismo, è da ritenere che solo gli uomini possono mantenere quell’equilibrio di preparazione che più corrisponde per tradizione a queste funzioni”, ossia il mantenimento maschile dell’egemonia, se non esclusiva prevalente, delle posizioni apicali. Solo nel maggio 1963 (dopo sedici concorsi “maschili”) fu indetto il primo concorso aperto alle donne. Da quel momento, la percentuale di donne vincitrici è costantemente aumentata, fino ad arrivare alle percentuali attuali, pari a circa il 60% dei vincitori.

Ma, appunto, la situazione muta drasticamente appena si rivolge l’attenzione a campi dove l’accertamento tecnico attitudinale ha un peso minore, come nel caso degli incarichi pubblici ed elettivi (è talmente nota la sottorappresentazione del genere femminile che si può anche fare a meno di citare dati) o quello relativo alle cariche nelle società di capitali dove gli uomini continuano a rappresentare l’89% dei presidenti e oltre l’80% degli amministratori delegati (Fonte Osservatorio imprenditoria femminile – Unioncamere). Un dato che non è spiegabile, appunto, solo con il merito individuale, a meno di non volere sostenere che le donne siano per costituzione incapaci di fare business, come ieri lo erano di giudicare.
Tale realtà determina che “Italy continues to be one of the lowest-ranking countries in the EU and deteriorates further over the last year” (74° posizione nel 2010 rispetto alla 72° dell’anno precedente).

Ciò premesso, certamente la proposta in discussione è finalmente una di quelle che riguarda la vita reale del Paese, peraltro in uno degli aspetti più importanti.
Ciononostante, vi è un generale atteggiamento di scetticismo proprio nei confronti delle c.d. azioni positive – interventi di politica governativa finalizzati alla concessione di benefici a coloro che, a causa dell’appartenenza ad un gruppo specifico, fossero vittime di discriminazioni – nelle politiche di genere.

Ciò è in parte legato al fondato timore di abbandonare l’idea liberale della rappresentanza universale in favore di un’agghiacciante rappresentanza corporativa – una specie di manuale Cencelli basato sui gruppi sociali in base ai diversi orientamenti sessuali, religiosi, etnici, razziali, di genere, ecc. – e in parte all’anacronistica riproposizione di antiche divisioni teoriche sul principio di eguaglianza.
Con riferimento al primo punto, se è evidente l’assurdità dell’ipotesi estrema per la quale ciascun gruppo dovrebbe essere rappresentato, non lo è meno però l’ipotesi opposta, in cui un unico gruppo ha la rappresentanza quasi esclusiva. Al riguardo, in assenza di una miracolosa ricetta che indichi il giusto bilanciamento, si sposano le parole di un attuale giudice costituzionale, per il quale il principale strumento a disposizione del giurista è il buon senso, e se ciò è vero per l’attività di interpretazione del diritto, a maggior ragione lo è (per il Legislatore) in quella della produzione normativa.

In relazione al secondo aspetto, bisogna dire che le affirmative actions sono state mutuate dall’esperienza costituzionale statunitense, che non può certo essere sospettata di socialismo reale.
Anzi proprio in ragione del suo profondo impianto liberaldemocratico, è capace di cogliere il fatto che il principio di eguaglianza non può essere solo formalmente proclamato, ma deve essere concretamente realizzato – perché “la giustizia non può essere indifferente alla vita che ciascuno di noi è effettivamente in grado di vivere” (Sen) – senza subire il condizionamento della distorsione ideologica statalista ed egualitaria, prevalsa per un lungo periodo nel pensiero politico europeo.

Resta, quindi, l’amara verità, per la quale nel nostro Paese, oggi come ieri, le donne sono sottorappresentate nelle posizioni di maggior potere, e se un giusto e sano welfare-to-work gender-neutral deve essere la stella polare delle politiche di genere di lungo termine, è assolutamente necessario affiancare già da ora misure contingenti e urgenti poiché, come è stato intelligentemente evidenziato, il nuovo welfare potrebbe vedere la luce solo dopo la “riduzione del debito pubblico, abbassamento delle tasse e riorientamento dello Stato Sociale da strumento assistenziale ad incentivo al lavoro”, con il fondato e concreto rischio di rimandare il tema alle calende greche.

In definitiva, le quote di genere non sono uno strumento entusiasmante, anzi sono misure per molti versi odiose e irritanti; presentano diversi aspetti problematici, talvolta riguardanti anche profili di dubbia legittimità costituzionale, come ad esempio in materia elettorale; e pongono nello specifico la difficile questione del giusto contemperamento tra statualità e autonomia privata. Ma, forse, oggi sono l’unico strumento a disposizione per contribuire immediatamente a risolvere in parte una manifesta situazione di iniquità sociale, riducendo il grave gap di genere.

Tra l’altro, le quote di genere previste dovrebbero essere soggettivamente circoscritte e temporalmente delimitate, consentendo quindi di prevedere a regime una disciplina meno coercitiva, magari basata sulla valorizzazione dell’autonomia statutaria delle società, a similitudine di quanto avvenuto per gli Enti Locali (il TUEL stabilisce l’obbligo per gli statuti di comuni e province di prevedere disposizioni che attuano il principio di parità, demandando quindi al singolo ente le modalità attuative).

In conclusione, se la situazione di declino e di crisi strutturale del nostro Paese è anche dovuto alla sclerosi del nostro sistema di governance, anche a causa dei meccanismi di selezione della classe dirigente, allora ben venga una misura irritante e poco ortodossa, se ha anche una sola possibilità di favorire un parziale ricambio personale nella nostra classe dirigente economica e rendere meno ingiusta la nostra società, perché nella peggiore delle ipotesi – la creazione di una nuova “casta” – rompe comunque il quasi-monopolio di genere, mentre nella migliore – nel caso in cui le quote facciano scegliere i migliori candidati di entrambi i generi – potrebbe mettere in moto dei meccanismi di scelta meritocratici.

Comunque vada, sarà una situazione migliore di quella attuale e ciò pare sufficiente per provarci e poco importa se avremo violato i sacri testi dell’ortodossia liberale, nella consapevolezza che altrimenti, in attesa della soluzione ideale, continuerà a permanere, chissà per quanto tempo, uno status quo profondamente ingiusto, perché di fatto illiberale.