Quote rosa, sgradevoli ma (forse) necessarie

– Come è noto, è attualmente in discussione al Senato un d.d.l. sulle c.d. quote rosa nei CDA che sta facendo molto discutere anche su Libertiamo.it.
Innanzi tutto, diciamo che è ingiusto che un individuo sia scelto sulla base del genere e non del merito, ma è già ciò che accade!

A supporto della precedente affermazione, citeremo alcuni dati che evidenziano che:
– se operano meccanismi di selezione esclusivamente meritocratici, la presenza tra i due generi tende a essere tendenzialmente paritaria;
– negli ambiti dove è maggiore la sfera discrezionale, si registra una sproporzione molto rilevante.


È possibile presumere che tale situazione sia dovuta al fatto che, in generale, i meccanismi di selezione della nostra classe dirigente non sono basati sul merito individuale, ma sono ancora espressione di un corporativismo, anche di genere, tendenzialmente clientelare e impermeabile.
Infatti, se si prendono in considerazione i dati relativi all’istruzione universitaria (fonte Alma Laurea), risulta che le ragazze:
–    costituiscono il maggior numero dei laureati (60,1%);
–    finiscono prima gli studi (40,6% in corso contro il 37% dei ragazzi);
–    hanno una media finale superiore (104,2/110 contro 101,4/110).

La migliore preparazione universitaria trova anche riscontro nella successiva carriera lavorativa, se, appunto, la selezione è basata esclusivamente sull’accertamento tecnico-attitudinale del candidato.

Ne è un esempio eloquente la magistratura. Come è noto, inizialmente alle donne era precluso l’accesso alla magistratura, non per una discriminazione di genere (non lo è mai, almeno ufficialmente), ma per una loro minore capacità di giudizio: “non si intende affermare una inferiorità nella donna; però da studi specifici sulla funzione intellettuale in rapporto alle necessità fisiologiche dell’uomo e della donna risultano certe diversità, specialmente in determinati periodi della vita femminile” (On. Molè – Assemblea Costituente).

Più finemente, l’On. Leone (sempre nei lavori in Assemblea Costituente) colse qual è il vero elemento fondamentale nelle politiche di genere in questo Paese: “Si ritiene che la partecipazione illimitata delle donne alla funzione giurisdizionale non sia per ora da ammettersi. Che la donna possa partecipare con profitto là dove può far sentire le qualità che le derivano dalla sua sensibilità e dalla sua femminilità, non può essere negato. Ma negli alti gradi della magistratura, dove bisogna arrivare alla rarefazione del tecnicismo, è da ritenere che solo gli uomini possono mantenere quell’equilibrio di preparazione che più corrisponde per tradizione a queste funzioni”, ossia il mantenimento maschile dell’egemonia, se non esclusiva prevalente, delle posizioni apicali. Solo nel maggio 1963 (dopo sedici concorsi “maschili”) fu indetto il primo concorso aperto alle donne. Da quel momento, la percentuale di donne vincitrici è costantemente aumentata, fino ad arrivare alle percentuali attuali, pari a circa il 60% dei vincitori.

Ma, appunto, la situazione muta drasticamente appena si rivolge l’attenzione a campi dove l’accertamento tecnico attitudinale ha un peso minore, come nel caso degli incarichi pubblici ed elettivi (è talmente nota la sottorappresentazione del genere femminile che si può anche fare a meno di citare dati) o quello relativo alle cariche nelle società di capitali dove gli uomini continuano a rappresentare l’89% dei presidenti e oltre l’80% degli amministratori delegati (Fonte Osservatorio imprenditoria femminile – Unioncamere). Un dato che non è spiegabile, appunto, solo con il merito individuale, a meno di non volere sostenere che le donne siano per costituzione incapaci di fare business, come ieri lo erano di giudicare.
Tale realtà determina che “Italy continues to be one of the lowest-ranking countries in the EU and deteriorates further over the last year” (74° posizione nel 2010 rispetto alla 72° dell’anno precedente).

Ciò premesso, certamente la proposta in discussione è finalmente una di quelle che riguarda la vita reale del Paese, peraltro in uno degli aspetti più importanti.
Ciononostante, vi è un generale atteggiamento di scetticismo proprio nei confronti delle c.d. azioni positive – interventi di politica governativa finalizzati alla concessione di benefici a coloro che, a causa dell’appartenenza ad un gruppo specifico, fossero vittime di discriminazioni – nelle politiche di genere.

Ciò è in parte legato al fondato timore di abbandonare l’idea liberale della rappresentanza universale in favore di un’agghiacciante rappresentanza corporativa – una specie di manuale Cencelli basato sui gruppi sociali in base ai diversi orientamenti sessuali, religiosi, etnici, razziali, di genere, ecc. – e in parte all’anacronistica riproposizione di antiche divisioni teoriche sul principio di eguaglianza.
Con riferimento al primo punto, se è evidente l’assurdità dell’ipotesi estrema per la quale ciascun gruppo dovrebbe essere rappresentato, non lo è meno però l’ipotesi opposta, in cui un unico gruppo ha la rappresentanza quasi esclusiva. Al riguardo, in assenza di una miracolosa ricetta che indichi il giusto bilanciamento, si sposano le parole di un attuale giudice costituzionale, per il quale il principale strumento a disposizione del giurista è il buon senso, e se ciò è vero per l’attività di interpretazione del diritto, a maggior ragione lo è (per il Legislatore) in quella della produzione normativa.

In relazione al secondo aspetto, bisogna dire che le affirmative actions sono state mutuate dall’esperienza costituzionale statunitense, che non può certo essere sospettata di socialismo reale.
Anzi proprio in ragione del suo profondo impianto liberaldemocratico, è capace di cogliere il fatto che il principio di eguaglianza non può essere solo formalmente proclamato, ma deve essere concretamente realizzato – perché “la giustizia non può essere indifferente alla vita che ciascuno di noi è effettivamente in grado di vivere” (Sen) – senza subire il condizionamento della distorsione ideologica statalista ed egualitaria, prevalsa per un lungo periodo nel pensiero politico europeo.

Resta, quindi, l’amara verità, per la quale nel nostro Paese, oggi come ieri, le donne sono sottorappresentate nelle posizioni di maggior potere, e se un giusto e sano welfare-to-work gender-neutral deve essere la stella polare delle politiche di genere di lungo termine, è assolutamente necessario affiancare già da ora misure contingenti e urgenti poiché, come è stato intelligentemente evidenziato, il nuovo welfare potrebbe vedere la luce solo dopo la “riduzione del debito pubblico, abbassamento delle tasse e riorientamento dello Stato Sociale da strumento assistenziale ad incentivo al lavoro”, con il fondato e concreto rischio di rimandare il tema alle calende greche.

In definitiva, le quote di genere non sono uno strumento entusiasmante, anzi sono misure per molti versi odiose e irritanti; presentano diversi aspetti problematici, talvolta riguardanti anche profili di dubbia legittimità costituzionale, come ad esempio in materia elettorale; e pongono nello specifico la difficile questione del giusto contemperamento tra statualità e autonomia privata. Ma, forse, oggi sono l’unico strumento a disposizione per contribuire immediatamente a risolvere in parte una manifesta situazione di iniquità sociale, riducendo il grave gap di genere.

Tra l’altro, le quote di genere previste dovrebbero essere soggettivamente circoscritte e temporalmente delimitate, consentendo quindi di prevedere a regime una disciplina meno coercitiva, magari basata sulla valorizzazione dell’autonomia statutaria delle società, a similitudine di quanto avvenuto per gli Enti Locali (il TUEL stabilisce l’obbligo per gli statuti di comuni e province di prevedere disposizioni che attuano il principio di parità, demandando quindi al singolo ente le modalità attuative).

In conclusione, se la situazione di declino e di crisi strutturale del nostro Paese è anche dovuto alla sclerosi del nostro sistema di governance, anche a causa dei meccanismi di selezione della classe dirigente, allora ben venga una misura irritante e poco ortodossa, se ha anche una sola possibilità di favorire un parziale ricambio personale nella nostra classe dirigente economica e rendere meno ingiusta la nostra società, perché nella peggiore delle ipotesi – la creazione di una nuova “casta” – rompe comunque il quasi-monopolio di genere, mentre nella migliore – nel caso in cui le quote facciano scegliere i migliori candidati di entrambi i generi – potrebbe mettere in moto dei meccanismi di scelta meritocratici.

Comunque vada, sarà una situazione migliore di quella attuale e ciò pare sufficiente per provarci e poco importa se avremo violato i sacri testi dell’ortodossia liberale, nella consapevolezza che altrimenti, in attesa della soluzione ideale, continuerà a permanere, chissà per quanto tempo, uno status quo profondamente ingiusto, perché di fatto illiberale.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

17 Responses to “Quote rosa, sgradevoli ma (forse) necessarie”

  1. chivicapisce scrive:

    Approvo su tutta la linea.

  2. Un ragionamento che condivido, fermo restando che dev’essere transitorio, altrimenti va comunque al di fuori della logica liberale. Se posso aggiungere una autocitazione, linko una mia intervista a una top manager donna di un’impresa (commerciale) leader nel suo settore.

    http://www.milanotoday.it/economia/donne-cda-quote-rosa-intervista-franca-dall-ara.html

    L’aspetto più importante che la Dall’Ara evidenzia è, a mio parere, il fatto che certe scelte sono demandate alle imprese: per avere una donna con un cv adatto a un cda, questa donna deve avere avuto un percorso di carriera non nterrotto dalla maternità, e questa è una decisione manageriale, dei suoi “capi”. Per non dire dell’attuazione di ogni tipo possibile di part time per venire incontro alla donna che lavora e contemporaneamente “gestisce” la famiglia. La domanda è: quante imprese fanno così?

  3. Marco Faraci scrive:

    Giacomo, ho letto con attenzione il tuo articolo ma non posso condividere.
    – Il miglioramente delle condizione femminile è senza dubbi un esito desiderabile (come lo è il miglioramento delle condizioni dei liguri, dei marchigiani o degli agricoltori), ma dal mio punto di vista non può essere considerato un “fine in sé”, da perseguire a qualunque prezzo.
    In particolare il prezzo non può essere l’istituzionalizzazione di una discriminazione di Stato contro alcune persone ed il cedimento su quello che secondo me deve essere un principio fondamentale e non negoziabile di una democrazia liberale, cioè l’uguaglianza dei cittadini.
    – Riguardo alle statistiche che citi sui risultati delle donne negli studi, consentimi di confutare in due modi la tua argomentazione.
    Innanzitutto una simile statistica andrebbe ponderata sulla base di una distribuzione di genere delle iscrizione alle varie facoltà. Nei fatti tanto minori sono gli sbocchi professionali di una certa facoltà, tanto più probabilmente è scelta dalle ragazze. Al contrario una facoltà difficile, ma con buoni sbocchi professionali, come Ingegneria, vede una popolazione studentesca in larga prevalenza maschile. In pratica molto spesso, al momento della scelta della facoltà, le ragazze scelgono quello che piace loro di più, i ragazzi quello che con più probabilità garantirà loro un futuro. E questo diverso approccio di partenza già di per sé spiega una parte del “gender gap”.
    -Inoltre penso che sia sbagliato misurare la bravura di una persona e la sua efficienza sul lavoro solamente sui voti universitari e sui risultati dei concorsi. In un sistema liberale e di mercato non si avanza per titoli ed esami. Nel mercato si avanza attraverso interazioni libere e per il mezzo di una reputazione che ci si costruisce attraverso una miriade di fattori (anche soggettivi) che non sono solo la capacità di rispondere correttamente ad un test a crocette. Contano proattività, capacità relazionali, flessibilità in termini di orari e di disponibilità a trasferirsi, continuità, capacità di operare sotto stress…
    Su questi temi gli uomini hanno una migliore reputazione (non per ragioni biologiche, ma semplicemente perché puntano di più sul lavoro e sono meno “distratti” da altri aspetti della vita umana) ed in un paese in cui non si può licenziare e quindi non si possono valutare le persone “a posteriori”, ma bisogna valutarle “a priori” è chiaro che questo influisce sulle scelte dei datori di lavoro e dei manager quando si tratta di scegliere una persona piuttosto che un’altra.
    Io da liberale voglio accrescere la sfera discrezionale. Voglio una società di decisioni libere (anche sbagliate) di cui ci si assume la responsabilità. Non voglio un mondo del lavoro in cui ogni assunzione ed ogni promozione sia sindacata sulla base della rispondenza a parametri formali, perché questo è semmai il modello burocratico-socialista che dobbiamo sforzarci di abbandonare.
    – Il concetto di sesso sottorappresentato mi fa paura perché ne sottace un altro. Quello di sesso “sovrarappresentato”. Quella di persone “di troppo”. Se si accetta che ci siano troppi uomini nei CdA, bisognerà accettare anche che qualcuno dica che ci sono troppi turchi nella ristorazione, troppi cinesi nel commercio, troppi non-bianchi nella nazionale francese di calcio… e magari troppi ebrei nell’intellighenzia.
    – E’ vero che gli uomini sono in maggioranza in molti dei lavori “migliori”, ma allora è anche vero che sono in maggioranza anche in molti dei lavori “peggiori”. Perché se è considerato un problema che gli uomini siano troppi nei CDA non è considerato un problema che siano la grande maggioranza tra i morti sul lavoro? Perché non ci si scandaliza per il fatto che siano i maschi a ritrovarsi a fare lavori usuranti e pericolosi? Per il fatto che rappresentino l’80% dei senza tetto? O per il fatto che rappresentino la maggior parte della popolazione carceraria?
    Nei fatti c’è un gran numero di fattori che consentirebbe di accomunare gli uomini più ad una maggioranza svantaggiata che ad una classe privilegiata – c’è un gran numero di circostanze in cui sono gli uomini ad avere statistiche da “negri”.
    Varrebbe anche la pena di parlare della minore aspettativa di vita maschile… 7 anni, mica noccioline. Insomma se la maternità per le donne è spesso considerata un handicap da compensare, la minore aspettativa di vita degli uomini è solo un provvidenziale risparmio per l’INPS e nessuno si inventa strumenti a compensazione (che so… mandare gli uomini in pensione prima, o fare pagare loro contributi più bassi oppure assicurare loro una priorità nelle cure sanitarie).
    Una visione politica in cui i casi in cui le donne sono svantaggiate sono storture da correggere ed i casi in cui gli uomini sono svantaggiati vanno benissimo è una visione politica, a mio modo di vedere, profondamente ingiusta e anti-umana.

  4. Giacomo Canale scrive:

    Caro Marco, innanzi tutto desidero sinceramente ringraziarti per l’interessante commento, poichè credo che il confronto aperto e dialettico aiuti ad avere una visione più globale di qualsiasi problematica.
    Premesso ciò, resta una considerevole distanza tra le nostre rispettive tesi.
    In primo luogo, gli ordinamenti sociali sono strutture viventi e complesse, la cui storia ne condiziona lo sviluppo. Ed è innegabile che il percorso italiano sia stato quello del progressivo superamento delle discriminazioni legali contro le donne (a partire dalla diversa disciplina penalistica dell’adulterio, continuando con la subordinazione della donna alla potestà maritale dell’uomo e terminando con la rimozione delle diverse barriere al mondo del lavoro conclusasi alla fine del secolo scorso con l’abbattimento del tabù delle forze armate). Quindi, non credo sia peregrino chiedersi se tolte le barriere legali, non siano rimasti o sorti ostacoli fattuali discriminatori. E nella mia esperienza professionale ho potuto constatare in prima persona questo fenomeno, opponendomi con successo ad una iniziativa volta a introdurre surrettiziamente una forma di indiscriminazione indiretta mediante l’uso strumentale dell’argomento della neutralità di genere. Per ragioni di riservatezza non posso dire altro.
    Sulla questione universitaria hai certamente ragione che bisognerebbe esplodere il dato e obiettivamente il corso di ingegneria è particolarmente complesso. Ma a parte il fatto che ciò non significa che altri percorsi siano facili (non lo sono certamente giurisprudenza, medicina, economia ma nemmeno lettere e filosofia – se non ci credi iscriviti a lettere classiche in una università seria e prova a sostenere gli esami di greco e latino o anche letteratura italiana e poi mi racconti). Inoltre, è discutibile l’affermazione per la quale “le ragazze scelgono quello che piace loro di più, i ragazzi quello che con più probabilità garantirà loro un futuro”. E se fossero invece le percepite future possibilità di lavoro a comportare scelte diverse?
    Comunque il dato che mi interessava evidenziare è ovviamente che il merito individuale tende a distribuirsi uniformemente nella popolazione a prescindere dal sesso, quindi la presenza di forti sperequazioni nella rappresentanza di genere possono essere l’indice di meccanismi di selezioni poco meritocratici.
    Al riguardo, obietti che il lavoro richiede abilità diverse da quelle necessarie per un buon esito scolastico o concorsuale. Hai pienamente ragione ma questo vale ovunque, allora perchè nelle altre esperienze il dato è molto diverso? Può darsi quindi che la presunta migliore reputazione maschile sia frutto di interazioni lavorative non così tanto libere. Nè credo che la risposta possa essere semplicemente dovuta alla rigidità in uscita del mercato del lavoro, a meno che tu non si intenda dire che ci si cautela nell’eventualità una donna compia la scelta di metter su famiglia (per fortuna nella vita, non c’è solo il lavoro).
    In conclusione, sono assolutamente convinto che il merito sia il principale elemento di giustizia sociale perchè spesso è l’unico “bene” che si possiede e perchè è giusto e socialmente utile che ai vertici di ogni struttura sociale giungano i più capaci (la storia potrebbe essere utile per appurare che il l’ascesa e il declino delle società umane hanno molto a che vedere con la qualità dei meccanismi di selezione delle classi dirigenti). E poichè ancora nessuno mi ha dimostrato che oggi in Italia non vi sia già un numero sufficiente di donne in gamba capaci di stare ai vertici delle proprie rispettive professioni, ne concludo che di fatto la nostra è una società meno giusta, perchè il principio di eguaglianza non può essere solo un orpello formale, ma deve realizzarsi nella concreta esperienza effettivamente vissuta dagli individui!

  5. Quando viene approvata una legge chi si oppone spesso aggiunge l’accusa di presunta incostituzionalità. Il che di solito è una balla tirata fuori al solo scopo di fare casino. Oppure si può scoprire che è vero allorché la corte costituzionale la dichiara tale con uno dei suoi ragionamenti arzigogolati, nei quali è specialista, e con i quali è in grado di affermare tutto e il contrario di tutto.
    Ma se vi è un caso di manifesta, palese, palmare, evidente incostituzionalità, esso è quello di questa legge, per contrasto con l’art. 3:
    “Tutti i cittadini (…) sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso”.

  6. adf scrive:

    ok sono d’accordo alle quote rosa.però le decido io: lo zero percento.
    questa è la dimostrazione che le quote non funzionano

  7. Pietro M. scrive:

    Oggi sono di pessimo umore e mi scuso per quanto sto per scrivere.

    Io sono favorevolissimo al diritto di discriminare. Io ho discriminato già un paio di potenziali partner solo perché erano uomini, e sento di avere il diritto di discriminare in molto altri ambiti.

    Il diritto privato deve essere basato sulla volontarietà. Una volta che diventa un’appendice del diritto amministrativo, addio diritto privato, addio libertà, addio autonomia della società dalla politica.

    Dovremmo da liberali combattere i tentativi della politica di mettere il naso ovunque e non lasciare un solo ambito di autonomia alla società, e invece che facciamo? Applaudiamo all’ennesima violazione della libertà contrattuale?

    Una volta sparite le discriminazioni legali, la legge ha fatto il suo dovere. La riforma morale della società more legislativo sta al liberalismo come l’Inquisizione alla libertà di religione.

  8. Giacomo Canale scrive:

    Io, invece, sono di ottimo umore, quindi non solo ti scuso ma ringrazio te e gli altri per le dure, ma stimolanti, critiche che mi consentono di esprimere alcune considerazioni.
    1) mi sembra surreale parlare di privilegi femministi, perchè non tiene minimamente conto della realtà che registra uno dei più vistosi gap di genere dei paesi occidentali (ma non solo), conseguentemente, almeno dal mio punto di vista, si smarrisce la ratio della norma che è di tentare di correggere una situazione di sostanziale diseguaglianza già esistente;
    2) l’art. 3 della costituzione recita integralmente:
    “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
    È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
    Ora il secondo comma della nostra costituzione evidenzia in modo palmare che possano esistere degli ostacoli fattuali della libertà e dell’eguaglianza dei cittadini che la nostra repubblica si promuove di rimuovere e francamente non vedo perchè ciò non sia possibile mediante l’adozione di una misura normativa transitoria e limitata soggettivamente;
    3) i rapporti tra autonomia privata e statualità sono certo delicati e complessi, ne sono talmente convinto di averne già parlato nel testo dell’articolo in termini problematici, ma la soluzione non può essere una riproposizione ottocentesca del dogma della volontà. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti e qualcosa è cambiato, non solo in Italia. D’altronde, paradossalmente, la stessa positivizzazione del principio di sussidarietà verticale e orizzontale pur esprimendo la decisione di preferenza verso l’ambito territoriale o funzionale più prossimo al cittadino, implica logicamente la possibilità di un intervento sussidiario dello Stato in presenza di determinate condizioni;
    4) infine una considerazione più propriamente politica. Se non si essere elitariamente marginali, ma essere parte di un progetto politico più ampio si deve necessariamente perdere qualcosa in purezza teorica, ma non nel senso di rinunciare ai propri valori e principi, semmai di saperli mettere in pratica con pragmatismo, accettando i compromessi che la realtà ti impone.
    So che l’ultima affermazione farà storcere il naso a moltissimi, ma se si vuole è il limite, e anche la spiegazione, della sostanziale marginalità di molte esperienze politiche.

  9. Pietro M. scrive:

    Una cosa sul punto 4.

    La purezza teorica non c’entra: in un compromesso, si chiude un occhio su un problema per risolverne un altro. Qui non c’è nessun avanzamento della libertà che viene fatto passare grazie al passaggio di un altro punto dubbio ma considerato meno grave. C’è una riduzione della libertà per altri fini: e siccome in politica tutti i fini sono considerati più importanti della libertà, non me ne stupisco, ma neanche faccio i salti di gioia.

    Io faccio compromessi per ottenere qualcosa, non per ottenere nulla. Il compromesso è un do ut des, uno scambio di favori. Qui non vedo qual è il favore fatto alla causa liberale.

  10. Giacomo Canale scrive:

    La rimozione di un fattore di discriminazione o diseguaglianza sostanziale amplia lo spazio di libertà che un individuo può effettivamente esercitare.
    E non mi pare sia poco.

  11. Marco Faraci scrive:

    Giacomo,
    ad essere uomo o ad essere donna corrispondono opportunità differenti, il che non vuol dire neppure necessariamente che ad essere donna corrispondano opportunità inferiori – molto dipende dagli ambiti e molto dipende anche dalle preferenze personali dei singoli individui che possono portare o meno a vedere la propria appartenza di genre come limitante per alcune cose a cui si tiene.
    E’ probabilmente vero che ad essere donna corrispondono meno opportunità di socializzazione professionale, così come è probabile indipendente dal sesso giochino a sfavore fattori come il fatto di avere un carattere chiuso e non predisposto ai rapporti sociali, il fatto di non avere una bella presenza od il fatto di provenire da un certo sociale basso.
    Se le donne non sono rappresentate proporzionalmente nei CdA, lo sono forse i figli di operai? Perché non prevediamo delle quote ed un percorso riservato e preferenziale verso il top management per i figli di operai? Magari stiamo rinunciano a manager bravissimi per il solo fatto che i figli di operai non hanno la possibilità di inserirsi nei circuiti giusti.
    Il fatto è che le tutte le persone sono diverse e che ciascuno è condizionato da un certo numero di fattori non scelti (il sesso, la provienenza etnica e geografica, il livello economico e culturale della famiglia in cui cresce, l’aspetto, le condizioni di salute, etc.). In questo senso solamente un sistema di comunismo totale (ed ideale) potrebbe garantire l’uguaglianza sostanziale.
    Abolire le discriminazioni private non significa aumentare la libertà, ma il suo contrario. Perché libertà è libertà di fare delle scelte e come ha scritto giustamente Pietro M. ogni scelta è una discriminazione. Ogni relazione (economica e non) che stabiliamo nelle nostre vite (che sia comprare la carne dal macellaio, assumere dei collaboratori o fare nuove amicizie) rappresenta una forma di inclusione nei confronti di alcuni e di esclusione/discriminazione nei confronti di altri.

  12. Ora il secondo comma della nostra costituzione evidenzia in modo palmare che possano esistere degli ostacoli fattuali della libertà e dell’eguaglianza dei cittadini che la nostra repubblica si promuove di rimuovere e francamente non vedo perchè ciò non sia possibile mediante l’adozione di una misura normativa

    Non è possibile, perché dovresti innanzi tutto dimostrare l’esistenza di detti ostacoli. Tanto di cappello se ci riesci.

    Viceversa la discriminazione di maschi che verrebbero espulsi dai CdA in virtù delle quote rosa si dimostra in re ipsa.

    Inoltre il comma che hai citato “è compito…” è una frase senza contenuto normativo, è un mero auspicio politico inapplicabile, poiché quegli “ostacoli” di fatto, essendo appunto “di fatto” e non “di diritto” sono giuridicamente indefinibili.

    E quindi una legge non può certo violare un diritto certo (quello a non essere discriminati per motivi di sesso) in virtù di di uno incerto, non definito, né definibile e né dimostrabile.

  13. Andrea B. scrive:

    Beh … se questa sarebbe la strada per chi ha idee liberali di uscire dall’ isolamento politico, allora “storco il naso e rimango marginale”.

    Andando più a fondo nella questione, la prima domanda che mi viene è: i fattori di discriminazione e disuguaglianza sociale vanno certamente rimossi, ma al prezzo di instaurare altre discriminazioni ?

    Se il gioco è a somma zero, di cosa si dovrebbe essere soddisfatti ?
    Che, alla fine dei conti c’è sempre qualche discriminazione (l’individuo che, pur avendo più meriti, è rimasto fuori perchè certi posti sono riservati ad altri), ma che in fondo questa discriminazione è più accettabile, in quanto più politicamente corretta ?

    Mi viene in mente la vicenda della nazionale sudafricana di rugby: un atleta di valore come Chester Williams, l’unico di colore nella squadra vincente di mondiali del ’95, oltre al razzismo ed una certa ostilità da parte dei suoi stessi compagni di squadra, ha dovuto subire pure l’onta del dubbio di essere stato l’unico convocato solamente perchè “quota player”.
    A distanza di più di quindici anni, ora nella nazionale Sudafricana è normale che vengano chiamati anche più atleti di colore, ma nessuno può contestare tale scelta, perchè sono quelli che se lo meritano realmente … e questo perchè NON c’è una legge che imponga che ce ne sia almeno il 30% o il 50% o – come dovrebbe esssere logico per i fautori delle quote – 75% neri, 13 % bianchi, 9 % coulored ed il resto asiatici ! ( quote ulteriormente suddivisibili tra antiche tribù, boeri ed inglesi etc etc ).
    E se siamo arrivati a questo punto soddisfacente ( tutto è perfettibile poi ), non è certo per le paventate quote obbligatorie da parte dei più estremisti membri dell’ ANC … no, in questa ottica ha fatto di più Nelson Mandela con indosso allo stadio la maglietta degli Springbocks ( il film di Eastwood sulla vicenda dovrebbe avere erudito anche i non appassionati alla palla ovale).

    Fine della digressione rugbistica, per concludere due parole sul merito degli individui, come argomentato nell’ articolo.

    L’ errore di base ritengo che stia nel prendere come indicatore i migliori risultati femminili negli studi universitari e nei concorsi, e da lì far discendere la necessità di una legge che, dall’ alto, ripari i torti creati da un maschilismo che mortificherebbe gli eccellenti risultati negli studi “dell’ altra metà del cielo”.
    Se parliamo di composizione dei C.d.A. poi, ci stiamo focalizzando su un determinato percorso: la carriera manageriale, che chiunque abbia lavorato in un ambito aziendale privato, sa benissimo che si basa su meriti e capacità personali sviluppatisi nel corso di anni, meriti che non possono essere valutati unicamente od in maniera preponderante dai voti accademici.
    Un tale metro di giudizio, per “titoli ed esami” è sicuramente coerente con la visione di chi pensa che una legga possa e debba correggere la società ed i suoi comportamenti, ma personalmente quando, per l’ appunto, sento che l’ eguaglianza formale da sola non basta, ma DEVE ESSERE REALIZZATA CONCRETAMENTE PER LEGGE … ebbene, da liberale mi corre un brivido lungo la schiena.

  14. Giacomo Canale scrive:

    Considerazioni in diritto della sentenza 109/1993 Corte costituzionale
    “2.2. – Dalla descrizione ora compiuta si desume che le disposizioni impugnate prevedono incentivazioni finanziarie a favore di imprese a prevalente partecipazione femminile ovvero a favore di istituzioni vòlte a promuovere l’imprenditorialità femminile, al chiaro scopo di agevolarne lo sviluppo, con riferimento ai momenti più importanti del ciclo produttivo, nei vari settori merceologici in cui operano. Si tratta, più precisamente, di interventi di carattere positivo diretti a colmare o, comunque, ad attenuare un evidente squilibrio a sfavore delle donne, che, a causa di discriminazioni accumulatesi nel corso della storia passata per il dominio di determinati comportamenti sociali e modelli culturali, ha portato a favorire le persone di sesso maschile nell’occupazione delle posizioni di imprenditore o di dirigente d’azienda.

    In altri termini, le finalità perseguite dalle disposizioni impugnate sono svolgimento immediato del dovere fondamentale – che l’art. 3, secondo comma, della Costituzione assegna alla Repubblica – di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Le “azioni positive”, infatti, sono il più potente strumento a disposizione del legislatore, che, nel rispetto della libertà e dell’autonomia dei singoli individui, tende a innalzare la soglia di partenza per le singole categorie di persone socialmente svantaggiate – fondamentalmente quelle riconducibili ai divieti di discriminazione espressi nel primo comma dello stesso art. 3 (sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali) – al fine di assicurare alle categorie medesime uno statuto effettivo di pari opportunità di inserimento sociale, economico e politico.

    Nel caso di specie, le “azioni positive” disciplinate dalle disposizioni impugnate sono dirette a superare il rischio che diversità di carattere naturale o biologico si trasformino arbitrariamente in discriminazioni di destino sociale. A tal fine è prevista, in relazione a un settore di attività caratterizzato da una composizione personale che rivela un manifesto squilibrio a danno dei soggetti di sesso femminile, l’adozione di un trattamento di favore nei confronti di una categoria di persone, le donne, che, sulla base di una non irragionevole valutazione operata dal legislatore, hanno subìto in passato discriminazioni di ordine sociale e culturale e, tuttora, sono soggette al pericolo di analoghe discriminazioni.

    Trattandosi di misure dirette a trasformare una situazione di effettiva disparità di condizioni in una connotata da una sostanziale parità di opportunità, le “azioni positive” comportano l’adozione di discipline giuridiche differenziate a favore delle categorie sociali svantaggiate, anche in deroga al generale principio di formale parità di trattamento, stabilito nell’art. 3, primo comma, della Costituzione.”

    Ciò solo a dimostrare che, ferma restando la sua opinabilità e presumibile erroneità, la mia tesi è giudicamente plausibile e pienamente compatibile con la tradizione del costituzionalismo liberaldemocratico.

  15. La corte costituzionale ha detto:

    “attenuare un evidente squilibrio a sfavore delle donne, che, a causa di discriminazioni accumulatesi nel corso della storia passata per il dominio di determinati comportamenti sociali e modelli culturali, ha portato a favorire le persone di sesso maschile nell’occupazione delle posizioni di imprenditore o di dirigente d’azienda.”

    “le donne, che, sulla base di una non irragionevole valutazione operata dal legislatore, hanno subìto in passato discriminazioni di ordine sociale e culturale e, tuttora, sono soggette al pericolo di analoghe discriminazioni.”

    Però la corte costituzionale non dimostra che “l’evidente squilibrio” di oggi è causato dalle “discriminazioni” di ieri, ma si limita a darlo per scontato, come un assioma. Il che è un ragionamento quantomeno scorretto.

    Inoltre parla di “discriminazioni di ordine sociale e culturale” senza dire in cosa consistano. Altro ragionamento scorretto.

    Ciò solo a dimostrare che, ferma restando la sua opinabilità e presumibile erroneità, la mia tesi è giudicamente plausibile e pienamente compatibile con la tradizione del costituzionalismo liberaldemocratico.

    Qui di liberaldemocratico non ci vedo un bel nulla. E né tantomeno vedo un consesso di alti giuristi a tutela dei nostri diritti costituzionali. Vedo piuttosto un consesso di persone che risponde, in buona o cattiva fede che sia, agli input dei suoi danti causa, producendo -come detto- uno dei suoi ragionamenti arzigogolati, nei quali è specialista, e con i quali è in grado di affermare tutto e il contrario di tutto. Un tale, per usare un eufemismo, la definì la costituzione materiale.

  16. ilmarmocchio scrive:

    10, 100, 1000 giuristi non potranna mai cambiare la realtà :
    le quote rosa sono discriminatorie e col merito non c’entrano nulla.
    Sono intrinsecamente incompatibili con una visione meritocratica e direi , liberale

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  1. […] dispiace leggere che qualcuno  è liberale e liberista tranne se si tratta di privilegi femministi…. […]