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Libia: il vero prezzo che potremmo dover pagare

– Catania, via Etnea, per capirci il salotto buono della città: negozi di grandi firme, gioiellerie, gente elegante che ti cammina a fianco … Unica nota negativa: un ronzio molesto che viene dal cielo…
Gli elicotteri della Marina Militare o dell’esercito o chissà di quale altro corpo!
La gente continua tranquilla la sua passeggiata fingendo di non accorgersi del fatto che il clima è un po’ diverso da quello dei soliti venerdì mattina in città.

Arrivando da Roma su un volo di linea stupiscono i molti volti indagatori, secondo un amico molti ufficiali in borghese che si trasferiscono nella bella Sicilia.
Non è una scoperta il fatto che geopoliticamente l’Isola sia un punto strategico del Mediterraneo, da cui partire per le missioni umanitarie (non si sa per quanto tempo tali) verso la Libia.

Ecco appunto, lo stato ex-amico di noi italiani che rischia di trasformarsi in un novello Afghanistan, con i suoi 6.120.585 abitanti divisi in circa cento tribù, che al momento sembrano ben intenzionati all’unità e al perseguimento della democrazia, ma che si trovano a fronteggiare da soli o quasi, mille avversità, continue sfide, e rischiano quotidianamente la vita per cercare di concretizzare un ideale, quello democratico occidentale, che l’Occidente al momento non sta promuovendo in maniera eccelsa.

Manca la consapevolezza del ruolo che i Paesi del Primo Mondo, o comunque quelli più ricchi, svolgono in questo frangente. Rappresentiamo l’esempio da imitare per milioni di persone nelle aree che aspirano al cambiamento democratico, aree sempre più vaste.

Se il sovrano saudita vuole concedere il voto alle donne non è certo perché si sente particolarmente liberale, ma perché il fermento dell’area mediorientale è ormai inarrestabile. Pare, però, che il nostro ruolo non vada al di là di quello degli osservatori attoniti.

Abbiamo già avuto esempi di una ONU paralizzata dalla sua struttura, come nel caso della Cambogia alla fine degli anni ottanta, o del Ruanda che tutti abbiamo potuto conoscere attraverso il celeberrimo film di Terry George.

Il caso della Libia, però, è differente. C’è un dittatore che sta letteralmente sterminando il suo popolo, non si tratta di odio verso un’etnia, di sterminio di seguaci di una certa religione, no! Questo è sterminio puro, punto. Non esiste nemmeno il capro espiatorio, nulla di ciò a cui siamo stati abituati nella nostra triste storia di genocidi.

La ragione di tutto questo è quella per cui tutti i popoli del mondo prima o dopo hanno combattuto, la libertà. Libertà che la stragrande maggioranza dei 6 milioni di cittadini libici vuole e cerca di conquistarsi improvvisandosi soldato.

Per la Comunità internazionale esiste un preciso dovere a difendere i diritti umani inviolabili di un popolo che per essi sta lottando.

La Francia ha già riconosciuto il Consiglio Nazionale di Bengasi come legittimo rappresentante del popolo libico, azione importante sul piano internazionale, fondamentale per il dopo Gheddafi, ma, in pratica, al dopo Gheddafi come ci si arriverà?

Che le azioni del raìs vadano giudicate e che lui debba rendere conto della morte e distruzione provocate é indubbio, ma il fatto che si ritiri o che ponga fine alle ostilità non lo è affatto.

Abbiamo dei precedenti che devono essere tenuti in considerazione. Non possiamo certo far intervenire la NATO, ripetendo la manovra del Kosovo del 1999; dobbiamo agire come Comunità Internazionale (unita), far funzionare l’ONU e pensare al sempre dimenticato capitolo VII relativo all’ “Azione rispetto alle minacce alla pace, alle violazioni della pace ed agli atti di aggressione”.

Se il Consiglio Nazionale di Bengasi verrà riconosciuto come rappresentante legittimo dalla più parte degli Stati, questo sarà possibile, ma fino ad allora non possiamo sperare che in un miracolo. Anche se il configurarsi di una no-fly zone avallata dall’ONU sarebbe di fatto un’azione militare, la soluzione sembra lontana a venire e l’evoluzione potrebbe essere disastrosa.

Troppo spesso dimentichiamo quale sia la naturale evoluzione degli stati, toccata anche al Vecchio continente, che dal modello di Westfalia è giunto al sempre più effimero stato odierno. La storia ci insegna e ci deve ricordare il percorso che abbiamo seguito, passando da diversi tipi di dittature, dal fascismo alle dittature comuniste.

Dovremmo capire che la possibilità di transizione pacifica e diretta della Libia (ma anche degli altri Paesi che hanno deciso di porre fine allo status quo) alla democrazia è alquanto remota, tanto più se cercata in maniera autonoma. Non voglio certo appoggiare il modello di export della democrazia alla Bush (che ha esautorato l’ONU), ma lasciare che siano la non ingerenza e l’aiuto umanitario a vincere sull’offerta di cooperazione politica e di peace building sarebbe un clamoroso errore.


Autore: Stefania Pesavento

Nata il 19 febbraio 1986 ad Asiago (VI) ha conseguito nel 2005 la maturità scientifica. Si è laureata nel 2010 in Scienze Internazionali e diplomatiche presso l’università di Genova, con una tesi di laurea specialistica relativa all’uso delle risorse energetiche strategiche come strumenti di politica estera. Si occupa di energia e di monopoli energetici oltre ad interessarsi alla diffusione dell'uso delle energie rinnovabili e al cambio climatico.

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