Ma dittatura e stabilità non sono la stessa cosa

di STEFANO MAGNI – Il contagio rivoluzionario in Libia era “da escludere”, secondo il generale Adriano Santini, direttore dell’Aise.
Se si vanno a rivedere gli articoli sulla stampa italiana (da La Repubblica a Il Corriere della Sera, da Il Fatto a L’Avvenire) nei giorni e nelle settimane che hanno preceduto lo scoppio della guerra civile libica, ovunque si trovano previsioni su una possibile, probabile, o molto probabile crisi del regime di Gheddafi, soprattutto dopo la caduta di Ben Alì e con l’inizio dell’insurrezione in Egitto.

Non così fra gli analisti, la stampa specialistica e (evidentemente) anche i servizi segreti. Se andiamo a vedere nella stampa specializzata in Relazioni Internazionali, ad esempio Equilibri.net, nelle settimane che hanno preceduto la rivolta leggiamo che: “I dati fin qui esposti permettono di delineare due scenari differenti in merito al futuro della Libia nel breve termine. Nel primo, il più plausibile, il presidente Gheddafi riuscirà a gestire le risorse disponibili derivanti dalla ricca produzione di idrocarburi della Libia, impiegando gli introiti in azioni di alleggerimento fiscale a beneficio delle fasce più povere della popolazione”.

Nella peggiore delle ipotesi, invece, si prevedeva che: “Secondo uno scenario meno probabile, le rivolte, simili a quelle che fino ad oggi stanno caratterizzando il Maghreb, potrebbero diffondersi fino a Tripoli” – ma – “il Paese risulta interessato, più che altro, da sacche di turbolenza in aree delimitate del Paese e da forme di opposizione relativamente isolate, incapaci di opporsi al conservatorismo al potere”. (Luca Gambardella, “Libia, gli scenari a breve termine del regime di Gheddafi”, 3 febbraio 2011).

“…Ma l’incendio partito dalla Tunisia ha già sconvolto l’Egitto, passando per il Libano, e sta minacciando Marocco, Algeria, Yemen, Giordania, Oman (della Libia nemmeno l’ombra, ndr)” (Lucio Caracciolo, “L’Egitto e il tramonto dello status quo” Limes, 3 febbraio 2011)

“Ci sarà il contagio nel Maghreb? La rivoluzione dei gelsomini sta innescando o può innescare rivolte simili in Libia, Algeria e Marocco e anche in Egitto? E’ questa la questione focale che si pone in queste ore (…) Sperando di sbagliare, la risposta che si può ricavare dall’analisi dei “fondamentali” è negativa. Non certo perché si possono escludere –anzi – fiammate di piazza, anche gravissime, para-insurrezionali, in Algeria e in Marocco. Tutt’altro. Ma perché in nessun altro paese arabo, e in particolare nel Nord Africa, si intravede la possibilità che queste possibili fiammate di rabbia popolare possano trovare una sponda non solo in ampi strati, anche elevati, della società, ma anche nelle forze armate”. (Carlo Panella, L’Occidentale, 20 gennaio 2011)

“È presto per dire se la transizione di potere in Egitto e Tunisia avrà un esito stabilizzante, ma è molto probabile che non vi sarà né contagio nell’area, né una salita al potere di forze islamiche estremiste nelle due nazioni. Ed è anche probabile che, pur dopo un periodo di incertezza e disordini, Tunisia ed Egitto troveranno stabilità”. (Carlo Pelanda, Economia e Finanza, 15 febbraio 2011)

Per onestà intellettuale mi ci metto anche io: “il suicidio di un venditore ambulante tunisino e lo scoppio di una rivolta contro il caro-vita in Algeria hanno portato, in tre settimane, alla caduta del regime tunisino, allo scoppio di una rivolta su larga scala in Egitto e a duri scontri e manifestazioni in Mauritania, Algeria, Giordania, Sudan e Yemen. Mancano all’appello Libia (unica “tranquilla”), Marocco e Siria, in cui, però, la marea della contestazione sta montando” (Libertiamo, 2 febbraio 2011). Tiro un sospiro di sollievo ritrovando, almeno, quelle virgolette attorno a “tranquilla”.

Com’è possibile non vedere una rivoluzione in arrivo? Considerando che, in Libia, buona parte della popolazione della Cirenaica e quasi la metà delle forze armate sono passati dalla parte degli insorti, non accorgersi della marea montante è sintomo che qualcosa proprio non funziona nel nostro metodo di analisi del Medio Oriente e del Nord Africa.

Una prima causa di strabismo è la totale assenza di una stampa indipendente sotto le dittature. In Tunisia, Egitto e soprattutto nella totalitaria Libia, noi sapevamo solo quello che ci dicevano le fonti di regime. Che, ovviamente, censuravano ogni voce di dissenso.

Ma le inchieste dovrebbero servire proprio per scoprire quel che un regime tace. Però qui subentra una seconda causa del nostro strabismo: la cronica sottovalutazione del dissenso. Notizie come quelle sui movimenti di protesta egiziani (come Kifaya, esistente e attivo sin dal 2004) o sulla violazione dei diritti umani in Libia sono passate sempre in secondo piano, snobbate dai direttori di giornale, pubblicate solo per strappare qualche lacrimuccia al pubblico più sensibile, magari assieme ad altre cause perse.

Terzo: si tende sempre a sottovalutare il dissenso politico e a sopravvalutare il fattore economico. E’ un lascito del marxismo, secondo il quale tutta l’azione umana è motivata da fattori economici.

La Libia era un Paese “ricco”, secondo gli standard mediorientali. La popolazione, dopo aver protestato una prima volta, a gennaio, per il caro-affitti era stata accontentata con nuove misure economiche di Gheddafi. Per questo la Libia era considerata, dagli inconsapevoli marxisti fuori tempo massimo, un Paese ormai esente da rischi di rivoluzione.
Ma in Libia, il fattore tribale e regionale (la Cirenaica si è ribellata alla dominatrice Tripolitania) ha reso superfluo quello economico.

Quarto: negli ultimi anni, anche nel centro-destra, si è creato un forte pregiudizio ideologico (o economico?) a favore di Gheddafi che ha impedito di vedere la sua impopolarità in patria. Basti un semplice esempio: andate su Yahoo Answers e cercate la domanda “Perché non avviene nessuna rivoluzione (almeno tentata) in Libia?” risalente a un mese fa. E la “Migliore Risposta” scelta dal richiedente è (aprite bene le orecchie): “Gheddafi, con tutti i difetti che può avere, lavora per il suo paese e persegue una politica di sovranità nazionale. In Tunisia e Egitto lavorano per l’FMI e per gli interessi americani. Quindi se in Libia scoppierà una rivolta sarà sicuramente stile Iran, cioè totalmente sovvenzionata e indirizzata dall’Occidente verso liberismo e filo-sionismo”.

Questa risposta è un piccolo capolavoro, perché non solo negava la possibilità che Gheddafi fosse impopolare, ma anticipava già una teoria cospirativa (ora dilagante su tanta stampa italiana, soprattutto di destra) nel caso fosse scoppiata la rivolta.

Infine, ma non da ultimo: il pregiudizio a favore dello Stato forte, visto come fattore di stabilità. Più uno Stato è centralizzato e dominato col pugno di ferro da un dittatore, più è ritenuto, pregiudizialmente, “stabile” dalla stragrande maggioranza degli analisti.

E’ il paradigma di Hobbes che ancora domina lo studio delle Relazioni Internazionali: l’uomo è lupo per gli altri uomini, solo un potere centrale e assoluto può imporre l’ordine. Ma questo paradigma è stato contraddetto dalla storia infinite volte.

Sotto i regimi autoritari e totalitari del ‘900 sono stati uccisi 130 milioni di individui, quattro volte tanto i caduti di tutte le guerre civili e internazionali nello stesso secolo. Tutte le guerre civili del ‘900 sono state combattute all’interno di dittature, o in seguito al tentativo autoritario di presa del potere (come in Spagna). Tutte le guerre internazionali del ‘900 coinvolgono paesi autocratici.

E’ logico che sia così: quando non si ha il diritto di voto, e nemmeno quello di parola, l’unico linguaggio che resta è quello della violenza. Dov’è tutta questa ostentata “stabilità” delle dittature? Si riteneva “stabile” il regime di Gheddafi, iniziato con un colpo di Stato militare e durato quarantadue anni?

Duecentoventiquattro anni di democrazia statunitense sono stabilità. Trecentoventitre anni di liberalismo inglese sono stabilità. Mettiamoci anche i sessantasei anni di repubblica in Italia: siamo stabili, a parte qualche brutta parentesi terroristica negli anni ’70.

Ma quarantadue anni di Gheddafi, fatti di repressioni ed esportazione del terrorismo, non sono “stabilità”. Non dobbiamo più stupirci se scoppiano ribellioni, rivoluzioni, guerre civili contro governi che stanno in piedi solo perché sono troppo feroci per essere rovesciati subito. La dittatura è una scommessa continua. A volte perde.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

2 Responses to “Ma dittatura e stabilità non sono la stessa cosa”

  1. lodovico scrive:

    Credo che nessuno sostenga che le dittature siano forme stabili di governo ed infatti percentualmente continuano a diminuire. La nostra scarsa preveggenza, penso,dipenda da analisti che non sono ancora in grado di valutare il dissenso, le sue conseguenze immediate per la dittura ovvero capirerne il momento di collasso. Più interessante sarebbe invece valutare i vari gradi di dittatura( ad esempio Cina) ed in base a questi trovare modi di comportamento nelle relazioni che si intrattengono o che si vorrebbe intrattenere.

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