Il Consiglio dei Ministri straordinario che dovrebbe oggi varare la grande riforma della Giustizia – peraltro in grande ritardo sulle attese dei più – “chiama” risposte altrettanto straordinarie e perfino preventive. Di Pietro, Vendola e Bersani hanno già detto “No” e oggi forse sapranno a che cosa. Ma per loro era importante dirlo prima, per consentire al proprio popolo di leggere le carte di Palazzo Chigi secondo il preconcetto, e non il concetto, come se dal Berlusconi peggiore non ci si potesse attendere che le cose peggiori.

Nel caso – tutt’altro che escluso – in cui il Cav. decidesse di gettare sul tavolo proposte serie, anche per intenzioni poco serie (ad esempio, “politicizzare” i processi che l’attendono) l’opposizione di sinistra rimarrà legata allo schema per cui la riforma della giustizia non è che il nom de plume della difesa berlusconiana, non l’esigenza di un Paese in cui né la Procura di Milano né gli avvocati Longo e Ghedini, né le ragioni dell’accusa, né quelle della difesa, soddisfano la “domanda di giustizia” dei cittadini.

La separazione delle carriere dei magistrati, ad esempio, è questione che andrebbe – a destra come a sinistra – separata dalle vicissitudini processuali del Cav. La responsabilità civile dei magistrati rimane un principio, per l’appunto, “civile”, se non è intesa nel senso che chiunque, condannato, abbia diritto al risarcimento da parte del magistrato “colpevole”, in caso di riforma della sentenza di condanna: il che equivarrebbe a stabilire che solo l’innocenza o la ragione accordata ad una parte processuale affranca il giudice o l’inquirente dal peso delle proprie decisioni – paradossale idea della responsabilità. La stessa riforma del Csm – se non interpretata nel senso della “ministerializzazione” dell’organo di autogoverno dei giudici – è poi tutt’altro che un attentato all’indipendenza della magistratura.

Certo, la giustizia avrebbe bisogno anche di altro: di un disincentivo forte alla litigiosità giudiziaria, di una strategia di depenalizzazione (di cui Berlusconi si è rivelato, nel corso del decennio, il più implacabile oppositore), di un’organizzazione della “rete” che superi le ragioni campanilistiche, che hanno portato alla polverizzazione delle sedi giudiziarie e alla cronicizzazione dell’inefficienza.

Ma queste riforme che, manifestamente, non stanno nel cuore del Cav. non sono bastevoli, né politicamente esaustive di una esigenza di riforma che precede, di gran lunga, la stagione politica berlusconiana. Ci sono molte ragioni per credere che Berlusconi giochi la “grande riforma” come una carta difensiva, anche in sede processuale. Ma le riforme, si discutono per quello che sono, non per quello che “significano” e a cui politicamente “servono”.

Il processo alle intenzioni è già lo schema che Berlusconi usa contro i magistrati che sono finiti, trascinati dallo stesso Cavaliere, nelle rovine della sua vita personale (ma non così privata). Non può diventare lo schema con cui – quelli che vogliono essere “diversi” – guardano alle proposte di legge che escono dal Consiglio dei Ministri.