Categorized | Partiti e Stato

Cosa deve fare il Terzo polo per convincere Milano?

– Ora che la candidatura a sindaco di Manfredi Palmeri (la più ovvia, la più ragionevole) è ufficializzata, il Polo della Nazione milanese deve partire in fretta. Poco più di due mesi, in tempi di campagne elettorali permanenti, è un soffio, un istante.

La Moratti e Pisapia hanno già fatto passi da gigante, ad esempio si sa con una certa precisione quali e quante liste li sosterranno. I partiti stanno affilando le armi, vedasi la “legge regionale Harlem”, com’è stata battezzata, voluta dalla Lega per alimentare con qualche fatto la retorica anti-immigrati, questa volta andando a colpire le imprese commerciali da loro gestite. Una legge che trova proseliti anche in terre non proprio padane: quando si tratta di difendere l’orticello, van bene tutti.

E’ facile prevedere che retoriche di questo tipo funzioneranno ancora, soprattutto presso gli elettori che si dimenticano di essere fruitori dello spazio urbano. Si dimenticano, ad esempio, che se vogliono mangiare qualcosa a Milano dopo mezzanotte, è più probabile che mangino kebab che pizza. Oppure che se il bar sotto casa è aperto, si sentono più sicuri che se fosse chiuso.
Ma non funzioneranno per molto tempo. Prima o poi i milanesi capiranno che non tutto può essere addebitato al numero (certamente in impennata) degli immigrati, e che tra cavalcare paure e combatterle ci sono due idee differenti di cos’è la destra.

Ma più organicamente crediamo che il Polo della Nazione debba, con urgenza, parlare ai milanesi di queste cose:

1) Subito la Città metropolitana
Prevista dalla Carta costituzionale per dieci realtà urbane importanti del Paese, non è stata mai attuata per la mancanza di volontà bipartisan di stabilire nero su bianco i nuovi rapporti tra Milano, Provincia e Comuni dell’hinterland. Intanto i problemi principali di Milano continuano a essere condivisi con il circondario: la casa, l’inquinamento, la viabilità, i pendolari, ma anche l’importanza strategica del territorio milanese in ottica di crescita dell’economia italiana.
La creazione della Città metropolitana deve essere una azione da “primi 100 giorni”, o al massimo da primo anno della nuova amministrazione. Solo un primo cittadino in grado di influire strategicamente sulle scelte dell’hinterland può attuare piani anti-inquinamento efficaci, ma anche misure a difesa del lavoro e politiche di seria accoglienza degli immigrati onesti. Per non parlare dell’Expo, la cui sede principale non è nel Comune di Milano.
La Provincia dovrà accontentarsi di cessare d’esistere, perché non è possibile aumentare i livelli di governo locale. E i Comuni (compreso quello di Milano) dovranno accontentarsi di occuparsi dell’ordinaria amministrazione, lasciando a un organismo del tutto nuovo il compito di elaborare strategie di sviluppo e di modernizzazione.

2) Subito una sterzata (d’orgoglio) sull’Expo
E’ ancora una grande occasione per il Paese oltre che per Milano. Lo testimoniano i protocolli d’intesa  che la Moratti ha firmato, subito dopo l’assegnazione, con decine di città di tutta la Penisola per creare occasioni di indotto non solo per Milano ma per l’Italia intera.
Il fallimento peggiore della vicenda Expo è la sensazione (psicologica) che non si otterranno i benefit inizialmente prospettati. Ed è la più grave delle mancanze di Letizia Moratti. Il milanese medio è ormai convinto che l’Expo si farà ma non sarà quello straordinario volano per l’economia nazionale.
L’Expo 2015 è invece tuttora una grande occasione per essere al centro del mondo per sei o sette mesi di seguito. E’ anche, questo, il tema su cui il Polo della Nazione ha le carte migliori da giocare: perché se la sconfitta psicologica di oggi è tale, è colpa della maggioranza che governa Comune, Provincia e Regione. E a sinistra, tra chi sostiene Pisapia, l’Expo è fonte di divisione profonda, giacché autorevoli, in Sinistra e Libertà e in Federazione della Sinistra, sono le voci di chi è da sempre contrario alla manifestazione.
Milano deve sapere invece ritrovare l’orgoglio di cui s’ammantava quando la battaglia con Smirne venne vinta. E chi può dirlo meglio di coloro che da una parte non hanno partecipato ai tira e molla sulla governante, e dall’altra hanno però fin da subito aderito con entusiasmo all’idea?

3)  Subito una consulta degli immigrati
A Milano le seconde generazioni hanno già più o meno vent’anni. I nostri giornali ogni anno si stupiscono delle percentuali bulgare di (figli di) immigrati iscritti alle elementari, e nessuno si accorge che ci sono figli di immigrati all’università. Pochi. Perché la maggior parte rientra nell’abbandono scolastico o al più nelle scuole professionali. In breve, esiste già una fascia di giovani che adempiono al proprio dovere, parlano molto bene la nostra lingua, si fidanzano con i coetanei milanesi e (una volta entrati nel mondo del lavoro) soffrono la mancanza cronica di posti di lavoro, concorrendo con gli italiani di cittadinanza. Inoltre tra loro vi sono certamente alcuni che avrebbero le capacità e i talenti per far strada ma rinunciano a iscriversi all’università per lavorare presto.
E’ evidente il rischio di perdere da un lato le migliori intelligenze delle seconde generazioni, dall’altro la vera possibilità di integrazione che passa attraverso l’età dell’adolescenza. La scuola è irrinunciabile come momento di crescita di una società, e noi non stiamo facendo nulla per approfittarne.
La consulta degli immigrati serve innanzitutto a rimediare a queste mancanze, ma anche a cogliere nel profondo le aspettative di chi è onesto e studia o lavora. L’amministrazione ha mai contattato qualcuno tra chi “ce l’ha fatta” per chiedere un parere in proposito? No: preferisce limitare l’apertura di nuovi esercizi commerciali e cercare di desertificare le strade a più alta concentrazione di imprese etniche, partendo dalla zona di residenza del vicesindaco e dimenticandosene qualcuna, ribaltando il principio secondo cui una città aperta 24/7 è una città sicura. A proposito, la città aperta 24/7 era una delle promesse della Moratti. Non si è ancora vista.

4) Subito nuovi modelli di città
E’ essenziale che Milano torni a confrontarsi con le città globali, cioè Londra, Tokyo e New York, e anche con le tante città europee che cercano, a loro volta, d’imitarle. Si dirà che il federalismo serve anche a questo, ma non è del tutto vero. Se non si intende la politica come dirigismo, non serve poter decidere tutto: serve invece saper decidere meglio. E lo si può fare solo avendo il coraggio di liberare le energie, che a Milano sono indubbiamente presenti, e che sanno bene dove andare, senza che glielo spieghi il Comune. Per contare le università non bastano le dita di una mano, e se si aggiungono le scuole d’arte, design, fotografia e moda non ne bastano tre. Non riconoscere il valore anche economico di una condizione simile significa sprecare l’eccellenza intrinseca, che già possediamo, che non dobbiamo fare sforzi per costruire. Tuttavia non possiamo continuare a ospitare i giovani che, dall’Italia e dall’estero, ancora sentono Milano come una forza calamitica, nei sottoscala di Porta Romana a 500 euro al mese in nero, mentre nel palazzo a fianco c’è il loro docente universitario, con stipendio alto e posto da ordinario assicurato, che vive nel quadrilocale allo stesso prezzo, perché trent’anni fa conosceva qualcuno.
Mentre la Triennale è capace di sbarcare a New York, ci scanniamo sul Dito Medio in piazza Affari. E intanto la Germania riesce a fare di un’ex miniera di carbone un museo da un milione di visitatori all’anno.
E (per quanto ne so) c’è un solo teatro, in tutta la città, che ogni tanto, quando può, ospita spettacoli in inglese: è il Piccolo Teatro, un’istituzione mondiale. Ne meritiamo altri tre o quattro così.
Ma tutto ciò ha bisogno di tempo: e proprio per questo è importante che il Polo della Nazione prometta subito una nuova visione di ciò che in futuro sarà Milano.

5) Le buche nelle strade e la corretta amministrazione
E’ evidente che un progetto di nuova città non può esimersi dall’occuparsi anche della gestione ordinaria della vivibilità urbana. Ma in che senso? Non nell’elencazione degli interventi da attuare, ma in un nuovo modello operativo. E’ diventato eccessivamente burocratico lo stesso linguaggio degli assessori, che sovente elencano gli interventi programmati (e i soldi spesi) pensando così di dimostrare attivismo. Niente di più errato: non è con la lista della spesa che si fanno buone politiche pubbliche. Esistono rigorosi metodi per valutarle, e vanno messi in atto. Ogni passaggio decisionale deve essere attentamente vagliato, senza sconti a nessun burocrate, a nessun ufficio di nessun settore. Una nuova idea di città passa anche per un nuovo modo di prendere decisioni e di implementarle. L’inadempienza più grave e quasi proverbiale del Pubblico è quella di non decidere, o di chiudere entrambi gli occhi. Non deve più accadere.
In città operano a livello accademico più persone che studiano da anni le questioni legate alla valutazione delle policies. E’ come avere il pane senza avere i denti.

Naturalmente tutto ciò che abbiamo scritto non è esaustivo. Ma è, crediamo, indispensabile. Il Polo della Nazione ha la grande opportunità di mettere sul tavolo del dibattito pubblico delle prossime settimane i temi più strategici (questi ed altri), in una campagna elettorale che rischia di essere ammantata di retoriche raccogli-consensi e di contrapposizioni ideologiche nazionali. Colga questa opportunità senza indugio.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

5 Responses to “Cosa deve fare il Terzo polo per convincere Milano?”

  1. Ciao Massimiliano. Trovo questo pezzo un prezioso esempio di passione civica che la nostra città ha un po’ perso. Nella “corretta amministrazione” io farei rientrare anche la battaglia sui costi della politica. Troppe consulenze inutili e costose nel comune. E poi non dimentichiamo le privatizzazioni: Milano Ristorazione, il Pat e tante altre società andrebbero privatizzate domani mattina. I cittadini vogliono questo.
    P.S.: che ne pensi (o pensate) del “listone” con Api e la gente di Cacciari? Vi piace?

  2. Pierpaolo: concordo con le tue aggiunte, e io stesso ne aggiungerei altre ancora. Diciamo che ho limitato a quello che mi pare essenziale: un’idea del futuro e una valutazione intransigente delle policies.

    Sulla lista, tieni conto che i consiglieri passano da 60 a 48, cioè 29 alla maggioranza e 19 alle opposizioni.
    La scelta dell’Udc (di presentarsi con Palmeri ma staccata da Fli-Api) è comprensibile, perché crede di prendere più voti di Fli-Api e quindi ottenere il secondo consigliere dopo Manfredi Palmeri. Certo, è una scelta “debole” perché presuppone solo 2 consiglieri intorno al Polo della Nazione, ma tant’è. I calcoli si fanno pensando al peggio.

  3. Ah, chi legge attentamente penserà che porto sfiga.
    Proprio il giorno in cui esce questo mio pezzo, si viene a sapere che la Triennale non sbarcherà più a New York: doveva aprire nell’autunno del 2010 ma in realtà non se n’è fatto nulla, e adesso è sfrattata dal palazzo che doveva ospitarne la sede nella Grande Mela.
    Occorre rilevare una delle cause: dovevano arrivare soldi dal ministero per lo sviluppo economico, ma poi Scajola s’è dimesso e non è stato sostituito per molto tempo. Bloccando i soldi.
    Se questo è il nostro modo di imitare le città globali, siamo a posto.

  4. luca scrive:

    io no dimenticherei una politica per la comunita’ omosessuale
    registro delle coppie
    consulta sulla sicurezza e sulla salute
    una amministrazione che ci vive come elemento positivo della societa’ e non come limone da spremere e da buttare

  5. ma a Milano i commercianti non hanno bisogno di nulla?
    non vedo parti nel programma.

Trackbacks/Pingbacks