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10 marzo, il Tibet non è (ancora) libero

– Il 10 marzo, per i tibetani, è una data molto importante. Il 10 marzo del 1959, infatti, il risentimento del popolo tibetano, da ormai 9 anni sotto il giogo della repressione cinese, sfociò in un’aperta rivolta popolare.

L’esercito di Pechino stroncò la rivolta nel sangue: 87.000 civili tibetani furono uccisi e migliaia incarcerati. Il Dalai Lama fu costretto a lasciare il Tibet e chiedere asilo politico in India. Tuttora risiede a Dharamsala, dove è stato costituito un Governo del Tibet in esilio, fondato su principi democratici.


L’invasione del Tibet da parte della Repubblica Popolare Cinese risale al 1950 e rappresentò un atto di aggressione nonché una chiara violazione delle leggi internazionali.

Il Dalai Lama, capo di stato e guida spirituale del Tibet, attraverso la politica della nonviolenza, aveva tentato per otto anni di coesistere pacificamente con i cinesi. La rivolta di Lhasa del 1959 fu un coraggioso atto di resistenza e di libertà, una pagina gloriosa nella storia dei popoli che si ribellano all’oppressione, ma comportò l’uccisione di migliaia di tibetani e l’esilio di oltre 120.000 di essi; segnò, inoltre, l’inizio di una politica di repressione ancora più violenta da parte della Cina.

Infatti, in seguito alle cosiddette “riforme democratiche” cinesi, iniziate nel 1956, il Tibet è diventato un vero “deserto culturale” in cui è minacciata perfino la stessa sopravvivenza della lingua. L’asserzione cinese che la lingua tibetana scritta e parlata è “ampiamente in uso in ogni aspetto della vita sociale del paese” e che “è protetta dalla legge” è completamente smentita dalla realtà della situazione esistente in Tibet. Solo a partire dagli anni ’80, grazie all’impegno del Decimo Panchen Lama e dei patrioti tibetani, l’istruzione e la cultura tibetana hanno vissuto, nel deserto culturale tibetano, un momento di leggera ripresa.

Dal punto di vista dell’impegno della comunità internazionale, le Nazioni Unite hanno approvato tre risoluzioni sul Tibet, nel 1959, nel 1961 e nel 1965, nelle quali si esprimeva seria preoccupazione per la violazione dei diritti umani e si invocava “la cessazione di pratiche che privano il popolo tibetano dei suoi fondamentali diritti umani e libertà, incluso il proprio diritto all’auto-determinazione”.

A partire dal 1986, numerose risoluzioni del Congresso degli Stati Uniti, del Parlamento Europeo e di molti parlamenti nazionali hanno deplorato la situazione esistente in Tibet, e all’interno della stessa Cina, ed esortato il governo cinese al rispetto dei diritti umani e delle libertà democratiche. Malgrado gli incessanti appelli della comunità internazionale, il diritto del popolo tibetano alla libertà di parola è sistematicamente violato, migliaia di tibetani sono tuttora imprigionati, torturati e condannati senza processo, le condizioni carcerarie sono disumane, le donne tibetane sono costrette a subire contro la loro volontà la sterilizzazione e l’aborto, i tibetani sono perseguitati per il loro credo religioso ed è in atto un programma di diffusione della lingua mandarina nelle scuole al fine di soppiantare definitivamente la lingua tibetana.

Ad oggi, il Governo di Pechino ha rifiutato ogni impegno negoziale volto a risolvere pacificamente l’occupazione del Tibet. Il numero dei rifugiati è in continua crescita, mentre l’identità e la cultura del Tibet, prezioso patrimonio per tutti noi, rischiano di scomparire.

In sostegno dei tibetani in Italia, e per commemorare insieme a loro il 52° anniversario dell’insurrezione di Lhasa, è stata organizzata a Roma una giornata di incontri ed eventi promossa dalla comunità tibetana in Italia ed organizzata dal Comitato ProTibet, costituito da molte associazioni attive per la causa tibetana, l’Intergruppo Parlamentare sul Tibet, l’Intergruppo sul Tibet alla Regione Lazio, il Partito Radicale nonviolento, transnazionale e transpartito e l’associazione Nitobe, già impegnata lo scorso dicembre con l’organizzazione di una manifestazione in supporto degli studenti tibetani per il diritto a studiare nella propria lingua.

La giornata di commemorazione si aprirà con un sit-in davanti all’ambasciata della Repubblica Popolare Cinese, contro l’oppressione che il popolo tibetano subisce da oltre mezzo secolo, e si concluderà con un evento serale, patrocinato da Comune e Provincia di Roma e Regione Lazio, che si terrà presso l’Auditorium dell’Ara Pacis.

È con la speranza che il dibattito venga seguito da vicino, con consapevolezza ed attenzione, dalle classi dirigenti del cosiddetto mondo libero, che questo evento è stato concepito, ricordando che l’assenza della libertà del popolo tibetano è anche assenza di libertà della Cina e che è responsabilità della comunità internazionale lottare per difendere i diritti e la libertà nei luoghi dove, ancor oggi, essi sono più a rischio che mai.


Autore: Marianna Mascioletti ed Eleonora Mongelli

Eleonora Mongelli: Nata a Foggia nel 1979, laureata in lingue e letterature straniere, è progettista ed esperta di tematiche relative ai diritti dei popoli indigeni e delle minoranze non rappresentate. È tra i fondatori dell'associazione Nitobe. Ed è radicale.--------------------------------------------------------------------------Marianna Mascioletti: Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente. In Libertiamo sta bene.

2 Responses to “10 marzo, il Tibet non è (ancora) libero”

  1. Brave!
    E’ ora che la comunità internazionale si occupasse meglio e più efficacemente anche di un certo Robert Mugabe e del “suo” Zimbawbe.

  2. lodovico scrive:

    il PD raccoglie firme e pensa di fare una manifestazione assieme alla FIOM ed alla CGL.
    A queta manifestazione parteciperà anche Di Pietro.

    Fini non ha ancora deciso, come presidente della camera certamente griderà forte il suo sdegno: Berlusconi é assente dalla politica mondiale e dall’Europa, noi non contiamo niente. Un’altra occasione persa.

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