Sulla governance economica, la solita Babele europea. Berlino spinge, Bruxelles frena

Far diventare tutti tedeschi in tre mosse, anzi in sei: era questo l’obiettivo neppure troppo celato del patto sulla competitività che, con l’ormai abituale colpo di mano, Berlino aveva sottoposto all’inizio di febbraio alle altri capitali di Eurolandia, forte del consueto, rassegnato e un po’ opportunistico sostegno di Parigi. Per andare avanti con la creazione e il rafforzamento del meccanismo permanente di gestione della crisi, ossia con lo strumento che dal 2013 permetterà agli Stati membri in difficoltà di ottenere il sostegno di altri membri della zona euro, ma anche per concedere alla Grecia e all’Irlanda di rinegoziare le scadenze del prestito che hanno già ricevuto dalla Ue, la cancelliera Angela Merkel vuole infatti delle contropartite, e solide. Nelle intenzioni degli autori delle due succinte paginette germano-francesi, le misure servirebbero a “garantire la felicità dell’unificazione europea per le generazioni future”.

Ma i leader europei, così come la Commissione, l’hanno accolto freddamente non solo per i suoi contenuti, talmente risoluti da mettere seriamente a repentaglio la felicità delle generazioni presenti, ma anche per la mossa, da molti definita “arrogante”, con la quale è stato presentato. Una situazione imbarazzante, dalla quale i sempre solleciti presidenti Van Rompuy e Barroso hanno prontamente sollevato la Merkel, vera tesoriera e quindi ago della bilancia delle decisioni di Bruxelles, presentando una loro versione del testo da discutere al vertice dell’11 marzo. Più lunga e decisamente meno pungente, la nuova proposta di ‘Patto per la competitività’ integra una rassicurante serie di passaggi politici e ancora una volta fa piazza pulita di quell’automatismo nelle decisioni che, solo, potrebbe rappresentare un passo convincente verso quella vera governance europea più volte invocata dal presidente della Bce Trichet. Sulla proposta dell’esecutivo comunitario sarebbe stato raggiunto un accordo di massima proprio martedì a livello diplomatico.

Senza negare la necessità di una maggiore austerità, anche i socialisti europei, riuniti ad Atene nel weekend scorso, hanno voluto dire la loro, presentando un ‘patto per la crescita’ fatto di tagli ma anche di una tassa sulle transazioni finanziarie, che a loro avviso porterebbe 250 miliardi di euro all’anno nelle casse europee. Un orientamento, quest’ultimo, condiviso dal Parlamento europeo, che ha votato martedì a larghissima maggioranza a favore di una Tobin Tax, che, se applicata a livello europeo con un’aliquota dello 0,05%, darebbe un gettito di 200 miliardi di euro. Un’idea “irresponsabile”, secondo la Commissione europea, secondo cui non farebbe altro che allontanare gli investimenti dall’Unione europea.

E tanto per rendere il quadro più chiaro, giovedì scorso sulle pagine del Financial Times tre vecchie glorie dell’europeismo come Romano Prodi, Jacques Delors e Guy Verhosftadt hanno presentato una loro proposta, suggerendo che “invece del Patto per la competitività i leader europei dovrebbero adottare una legge comunitaria per la convergenza economica e la governance”, con lo “scopo di portare avanti nei settori economici più vitali, in cui è più necessario, un più stretto allineamento e coordinamento”. Tra questi settori i tre includono la riforma delle pensioni, i livelli salariali, i livelli di tassazione delle imprese, la ricerca e lo sviluppo e gli investimenti nel settore dei trasporti, delle telecomunicazioni e dell’energia. E in particolare, chiedono che sia la Commissione, e non i governi ad agire.

Ma non si stava riformando il Patto di stabilità e di crescita? Con i problemi enormi che ha avuto la zona euro l’anno scorso e che sembrano tutt’altro che archiviati, lo sforzo legislativo era stato tutto concentrato sulla riforma del vecchio Patto, già annacquato, vale sempre la pena di ricordarlo, dal Francia e Germania nel 2005. La Commissione aveva presentato un primo documento, assai severo, a cui erano seguite le proposte messe a punto dalla ‘task force’ guidata da Van Rompuy, già molto meno rigorose e oggetto delle ire di Trichet, che ha lanciato la settimana scorsa un appello al Parlamento europeo affinché si faccia guardiano del rigore.

La definizione dei dettagli di quel testo sarebbe dovuta rimanere l’unica sede di dibattito per il futuro economico della Ue, anche perché contiene questioni spinose come l’automatismo delle sanzioni e la definizione del ruolo del debito nella procedura per deficit eccessivo, e quindi nell’applicazione delle eventuali sanzioni. Una volta definite quelle regole in modo chiaro, si sarebbe potuti passare ad affinare altre strategie. E invece, mettendo nuova carne al fuoco in un momento in cui peraltro la crisi libica ha inevitabilmente rubato la scena, l’Unione europea rischia di portare malamente avanti più riforme di quante ne possa metabolizzare, tutte utili in principio ma tutte indebolite nella realtà. Mostrando, al tempo stesso, quanto al suo interno si siano create spaccature tra i fautori del metodo intergovernativo e quelli del metodo comunitario.

Ma al di là delle regole, la Germania ha cercato di dare un giro di vite al dibattito, e in parte ci è riuscita, chiedendo impegni “più ambiziosi e vincolanti” a “quegli Stati che per via dei loro forti deficit di competitività rappresentano un pericolo per la stabilità finanziaria della zona euro”. D’altra parte la situazione di squilibrio all’interno di Eurolandia ed è tangibile, come dimostra il dilemma davanti al quale è posta la Banca centrale europea. Secondo un rapporto di Crédit Suisse, ad esempio, i tassi d’interesse adatti ad un’economia come quella tedesca sono del 4,5%, mentre per i paesi ‘periferici’ dovrebbero essere del -4,6%. Gli indicatori in base ai quali la Germania vorrebbe che i paesi euro fossero valutati sono tre: la competitività dei prezzi, allineando il costo del lavoro allo sviluppo della produttività, la stabilità dei conti pubblici, con parametri da fissare ancora e tenendo presenti “il debito pubblico implicito ed esplicito”, e un tasso minimo di investimenti in ricerca, sviluppo, istruzione e infrastrutture.

Entro un anno, gli Stati dovrebbero, secondo il Patto sulla competitività spinto da Berlino, applicare un programma in sei punti: abolizione dell’indicizzazione dei salari, riconoscimento reciproco dei diplomi per favorire la mobilità dei lavoratori, creazione di una base comune per la tassazione delle imprese, adattamento del sistema pensionistico agli sviluppi demografici, inserimento del tetto al debito nelle costituzioni e creazione di un sistema nazionale di gestione delle crisi per le banche. Le due capitali proponevano una revisione periodica del sistema, per garantire “l’equilibrio tra i principi di base di responsabilità e solidarietà”, e, come se non bastasse, “l’introduzione di un meccanismo di sanzioni”.  Il tutto lasciato nelle mani degli Stati membri.

E il risultato è che Van Rompuy e Barroso hanno presentato un loro testo, con lo scopo di evitare che il vertice dell’11 marzo porti ad un nulla di fatto, particolarmente dannoso in un momento in cui i mercati stanno tornando a scalpitare, soprattutto nei confronti del Portogallo e, di nuovo, della Grecia. La proposta del duo Barroso-Van Rompuy si basa sulla premessa che le misure vadano ad integrare quanto già deciso sul Patto di stabilità e che lascino agli Stati membri la decisione sul mix di politiche da attuare per raggiungere gli obiettivi. Saranno i capi di Stato e di governo a valutare i progressi fatti, sulla base di un rapporto della Commissione. A riprova che il metodo intergovernativo non è sparito affatto, ma solo attenuato.

Gli obiettivi anche sono annacquati: allineamento dei salari agli sviluppi sulla produttività, aumento dell’occupazione rendendo il lavoro più attraente, rafforzare la stabilità finanziaria e contribuire alla sostenibilità dei conti pubblici, soprattutto per quanto riguarda il debito pubblico e i sistemi pensionistici e il welfare. E chi dimostrerà di non avere bisogno di alcune misure potrà farne a meno, ma dovrà comunque presentare una serie di “possibili” mosse per migliorare la propria competitività entro 12 mesi. Nell’ultima versione viene inoltre messo in evidenza il ruolo delle “parti sociali”, mentre l’idea di armonizzare la corporate tax rimane tra le più controverse e sarà probabilmente al centro di molte discussioni venerdì prossimo.

Ad un anno dall’esplosione della crisi greca e dalle misure decise per salvare la zona euro, il tentativo di creare regole in grado di armonizzare nel tempo l’andamento delle economie europee non ha ancora assunto contorni definiti. E’ stata decisa una riforma del Trattato di Lisbona per coprire le spalle al governo tedesco davanti ad un’eventuale critica della Corte Costituzionale di Karlsruhe ed è stato convenuto di aumentare le disponibilità finanziarie del meccanismo permanente di gestione della crisi a partire dal 2013, ma le ferite di un anno fa sono rimaste aperte e non è detto che questa superfetazione regolatoria con cui si è scelto di sostituire un rigore intelligente possa giovare realmente all’euro.


Autore: Cristina Marconi

Nata a Roma nel 1979, laureata in filosofia alla Normale di Pisa, bilingue francese, giornalista professionista dal 2005. Vive a Bruxelles, da dove scrive regolarmente, tra le altre cose, su Il Messaggero e Il Mattino. Per l'agenzia di stampa Apcom, dove ha lavorato per 8 anni, si occupava soprattutto di economia e finanza.

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