– Levonorgestrel, meglio conosciuto come “pillola del giorno dopo”: prodotto farmaceutico di contraccezione di emergenza; se assunta entro 72 ore dal rapporto sessuale non protetto blocca l’ovulazione o comunque impedisce la fecondazione; può essere venduta solo dietro prescrizione medica con ricetta non ripetibile.

Fin qui tutto chiaro, ma ci sono novità: il Comitato Nazionale di Bioetica (CNB), con il documento “Nota in merito all’obiezione di coscienza del farmacista alla vendita dei prodotti contraccettivi di emergenza”, ha recentemente riconosciuto il diritto all’obiezione di coscienza anche per i farmacisti. In altre parole, secondo la tesi maggioritaria sostenuta da parte del Comitato, un farmacista potrebbe rifiutarsi di vendere la “pillola del giorno dopo” alla donna regolarmente munita di certificato medico.

Ad una prima lettura, sembrerebbe una rivoluzione (o meglio, una involuzione), tanto da provocare la protesta dei Radicali di fronte la sede del CNB; ma è bene frenare gli animi e analizzare nel loro insieme le recenti “evoluzioni”.

Anzitutto, il CNB è un organo consultivo del governo, che esprime pareri e mozioni motivati non vincolanti per le istituzioni governative e per il legislatore nazionale; la sua funzione, in effetti, è di mero orientamento per l’elaborazione di atti normativi in materia di bioetica.
Nel caso in questione, il Comitato, rispondendo al quesito formulato dall’on. Luisa Capitanio Santolini, si è diviso nel formulare due differenti tesi sulla possibilità per il farmacista di invocare la clausola di coscienza per rifiutare di vendere quei prodotti farmaceutici di contraccezione di emergenza.

L’obiezione di coscienza, infatti, consiste nel rifiuto di adempiere ad obblighi imposti dalle leggi dello Stato, e nella disponibilità ad accettare le conseguenze di tale rifiuto.
L’ordinamento già prevede alcune ipotesi tipiche di obiezione di coscienza: ad esempio, l’art. 9 della legge n. 194/1978  sull’interruzione della gravidanza prevede “per il personale sanitario che ha sollevato l’obiezione di coscienza con apposita dichiarazione, la possibilità di non prendere parte alle procedure e alle attività di interruzione della gravidanza”; anche la legge n. 413/1993 riconosce l’obiezione di coscienza agli studenti, medici e ricercatori che si rifiutino di partecipare a sperimentazioni sugli animali.

Coerentemente alle disposizioni normative citate, quindi, la maggioranza dei membri del Comitato ha rilevato che è possibile riconoscere al farmacista un ruolo de facto equivalente a quello degli altri operatori sanitari, e dunque, per analogia, legittimare anche il farmacista ad avvalersi della clausola di coscienza.
Diversamente si esprime l’orientamento minoritario del Comitato, che non ritiene equiparabili le figure del medico e del farmacista, poiché quest’ultimo ha un rapporto generico con l’utente: è infatti la ricetta medica che legittima la consegna del farmaco e non l’identità della persona che lo ritira.

Inoltre, “i componenti del CNB si sono trovati d’accordo che, nel rispetto dei principi costituzionali, si debbano considerare e garantire gli interessi di tutti i soggetti coinvolti, come generalmente previsto in situazioni analoghe. Presupposto necessario e indispensabile per l’eventuale riconoscimento legale dell’obiezione di coscienza è, dunque, che la donna debba avere in ogni caso la possibilità di ottenere altrimenti la realizzazione della propria richiesta farmacologica.

Nell’attesa della pubblicazione ufficiale del documento, fin d’ora è chiaramente manifesta la duplice interpretazione del CNB: da un lato, un approccio sostanzialistico nel considerare la figura del farmacista equivalente a quella dell’operatore sanitario, e quindi l’ovvia e inevitabile legittimazione all’obiezione di coscienza; dall’altro, un’analisi rigorosamente formale, distinguendo il medico (quale reale operatore sanitario) dal farmacista (semplice distributore di prodotti sanitario-farmaceutici), individua nel possesso della ricetta medica la piena titolarità all’acquisto della pillola, senza alcuna possibilità di rifiuto o di opposizione, per motivi etico-morali, da parte del “rivenditore-farmacista”.

Chi scrive ritiene che il duplice giudizio del Comitato sia in ogni caso condivisibile: poiché entrambe le tesi risultano logicamente motivate, ciascuna rispetto ai diversi presupposti valutativi su cui si fonda; sarà, dunque, onere del legislatore recepire i diversi criteri espressi e operare le scelte normative ritenute più idonee.
In effetti, il reale perno intorno al quale dovrebbe ruotare la decisione degli organi legislativi è l’unanime dichiarazione del CNB nel “garantire in ogni caso alla donna richiedente la realizzazione della propria richiesta farmacologica”; quindi, qualora si decida di riconoscere al farmacista il diritto all’obiezione di coscienza, sarà indispensabile prevedere contromisure tali da non rendere eccessivamente oneroso per la donna l’acquisto della pillola del giorno dopo (ad esempio, stabilendo per il farmacista obiettore l’onere di indicare alla richiedente la struttura sanitaria più vicina per poter acquistare la pillola).

In conclusione, possiamo ritenere che il Comitato sul quesito sollevato abbia espresso al meglio le proprie competenze, indicando al legislatore i parametri cui adeguarsi ed offrendo gli strumenti necessari per operare nel rispetto dei principi costituzionali e coerentemente alle norme vigenti: risulta, infatti, implicito che solo dopo aver “definito” l’effettiva natura del farmacista sarà possibile delineare la scelta più idonea relativamente ad un suo presunto diritto all’obiezione di coscienza.

Ancora una volta, la precisione delle definizioni e il preventivo dialogo con la comunità scientifica (nel nostro caso rappresentata autorevolmente dal CNB) rappresentano il necessario presupposto per una legislazione efficiente.