Non politiche ‘rosa’, ma una riforma del welfare gender-neutral

di MARCO FARACI – Ogni anno, i giorni che precedono la Festa della Donna sono animati da una corsa dei diversi partiti politici ad accreditarsi come difensori dei diritti delle donne – si susseguono convegni, prese di posizione ed iniziative parlamentari di orientamento “rosa”.  Quest’anno il film non è stato diverso ed anzi per molti versi la politica ha onorato l’avvicinarsi dell’8 marzo con maggior zelo del solito. Per la sinistra alla Bersani si trattava di una ghiotta occasione per soffiare sul fuoco delle polemiche sul “bunga bunga” e rimarcare una differenza morale rispetto al “machismo” del premier. Per il centro-destra di Berlusconi era l’occasione di rintuzzare le accuse, ponendo l’attenzione sul lavoro della maggioranza a favore della condizione femminile e sulle capacità delle donne che ricoprono ruoli di responsabilità nel governo e nel PDL.

Il prodotto più controverso di questo 8 marzo è senz’altro la legge sulle quote rosa nei Consigli di Amministrazione delle aziende quotate, in dirittura di arrivo al Senato. Sullo specifico non ci soffermeremo. Ne abbiamo già parlato a più riprese su Libertiamo (qui e qui) – come ne hanno parlato, tra i liberali, Alberto Mingardi sul Riformista ed Alessandro De Nicola sul Sole.
Questo provvedimento, tuttavia, ripropone una questione fondamentale che è quella del valore che intendiamo attribuire nella nostra democrazia al principio dell’uguaglianza dei cittadini di fronte allo Stato.
Per i sostenitori delle politiche di genere a questo principio si può ed anzi si deve derogare in nome del conseguimento di forme di uguaglianza considerate “superiori”  – cosiddette “sostanziali” – che pieghino la “difformità” che scaturisce dalle relazioni di mercato ad una visione di correttezza politica definita a priori.

Tra una concezione politica centrata sull’individuo e sulla libertà negoziale ed un’altra centrata sui diritti di gruppo e sulla pianificazione sociale si delineano i termini di un’importante scelta di campo culturale. E tra queste polarità le forze liberali e di centro-destra dovrebbero trovare il coraggio di schierarsi a difesa del valore fondamentale e prepolitico della neutralità della legge rispetto alle caratteristiche secondarie di una persona.

La rilevanza  delle tematiche legate alla condizioni femminile naturalmente non può essere negata, ma servono “soluzioni laterali” per fuoriuscire dalla logica del “gioco a somma zero”, della torta che può solo essere spartita e non primariamente accresciuta – dall’idea che le donne, come classe, possano fare un passo avanti solo se gli uomini, come classe, accettano disciplinatamente di fare un passo indietro.
E’ il momento di elaborare una visione alternativa alle politiche di genere – una proposta politica forte che modifichi i termini della questione.

E’ il momento di un patto. Per chiedere alle donne di rinunciare a tutte – proprio tutte – le tutele “rosa”, dalle quote alle corsie preferenziali, all’accesso anticipato al pensionamento. Ed offrire in cambio una vera riforma del welfare a sostegno delle famiglie, in particolare per quanto riguarda la cura dei bambini e l’assistenza agli anziani non autosufficienti. Una riforma senza aggettivazioni di genere ma che andrebbe ad incidere  su una sfera di responsabilità che oggi nella maggior parte dei casi grava sulle donne e che proprio a loro –  non de jure ma de facto – porterebbe i maggiori benefici.

L’idea di una simile innovazione sarebbe di accrescere la predisposizione di mogli e madri ad un impegno più attivo nel mondo produttivo, innalzando così nei fatti la loro competitività in termini di risultati e contribuendo a modificare il giudizio del mercato sulla qualità e sull’affidabilità del lavoro femminile.
Non si tratterebbe di assegnare alle donne posti a prescindere, ma di alleggerirle di alcuni oneri legati alla cura familiare per spingerle ad entrare nel mondo del lavoro o, se già lavorano, a lavorare di più.

E’ un approccio che piace – ad esempio – alla presidente di Confindustria dell’Emilia Romagna Anna Maria Artoni secondo la quale la via maestra è proprio quella di servizi alla famiglia che permettano alle donne “di conciliare il ruolo di madre e quello di lavoratrice”, mentre le quote creerebbero “una nuova casta di soggetti che assumono un ruolo solo per il fatto di essere donne”. Del resto, se le quote rosa legano le mani alle imprese limitandone il diritto a compiere liberamente le proprie scelte economiche, una riforma dello stato sociale può al contrario offrire loro l’opportunità di un più ampio ventaglio di manager e di dipendenti bravi, uomini e donne.

Nei fatti, un approccio al rilancio dell’occupazione femminile basato su un nuovo welfare-to-work avrebbe l’importante merito di essere gender-neutral, di non comportare la discriminazione degli uomini, di non muovere dal presupposto filosofico della contrapposizione classista tra oppresso ed oppressore.
Una simile architettura sarebbe senz’altro quella che meglio può accompagnare la naturale evoluzione dei ruoli di genere che è un processo fluido e continuo ed addiviene a bilanciamenti via via diversi.

Il rischio delle politiche sessuate è invece quello di scolpire nella pietra una visione dell’equilibrio di genere così come lo si percepisce e lo si concepisce in un determinato momento, gettando così le basi per una disuguaglianza statica di lungo periodo – e basta pensare alle questioni della coscrizione obbligatoria maschile o dell’emarginazione dei padri separati per rendersi conto di quanti decenni può protrarsi una discriminazione di Stato.

Per quanto riguarda gli effettivi servizi alle famiglie si dovrebbe puntare, innanzitutto, ad un più facile accesso agli asili nido ed alle scuole di infanzia, attraverso il riconoscimento alle famiglie di un “buono asilo”.
Un sistema di vouchers potrebbe essere considerato anche per l’accesso alle prestazioni di baby-sitter ed a quelle di badanti ed infermieri in presenza di persone non autosufficienti – come ha proposto, ad esempio, Emma Bonino che appunto immagina questo tipo di strumenti come contropartita della parificazione dell’età pensionabile tra uomini e donne.

Tito Boeri e Daniela Del Boca si schierano, dal canto loro, a favore dell’ipotesi di un credito d’imposta che vada a “coprire il 70 per cento delle spese effettivamente sostenute per la cura dei figli (sia nel settore pubblico che nell’ambito di istituti privati), fino a un limite massimo predeterminato”, proponendo la condizione che nel caso di una coppia entrambi i genitori debbano risultare occupati, almeno part-time.

Va da sé che un nuovo welfare ha bisogno di mezzi, ma che al tempo stesso questo paese non può permettersi ulteriori politiche additive di spesa. Non può permettersi di accrescere il debito pubblico, che anzi va abbattuto. E non può permettersi di aumentare le tasse, che anzi vanno sensibilmente ridotte. Di conseguenza la credibilità di qualsiasi progetto in questo senso – oltre che la sua accettabilità in un’ottica di pragmatismo liberale – passa dalla capacità e dalla volontà della classe politica di aggredire con tagli verticali l’attuale impianto della spesa pubblica.
Riduzione del debito pubblico, abbassamento delle tasse e riorientamento dello Stato Sociale da strumento assistenziale ad incentivo al lavoro sono tutti e tre obiettivi strategici e devono essere perseguiti in parallelo.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

One Response to “Non politiche ‘rosa’, ma una riforma del welfare gender-neutral”

  1. articolo che condivido sostanzialmente.

    magari meno spese per i politici, meno privilegi fiscali della chiesa, tasse su droga e prostituzione (invece che sui cittadini) potrebbero coprire le spese.

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