– La Lega presenta in Lombardia una proposta di legge regionale per limitare l’apertura di negozi “etnici” (phone center, kebabbari, centri massaggi e via dicendo). Se mai venisse approvata, la legge introdurrà – ha spiegato il vicepresidente della Regione Andrea Gibelli – “degli elementi selettivi sugli esercizi commerciali”, tali che ogni Comune potrà “individuare il giusto rapporto tra il numero delle attività e i servizi per un armonico sviluppo urbano”.

Il partito di Bossi si prepara alle prossime elezioni amministrative (si vota per il Comune di Milano, gente) e vuol ringalluzzire il suo “popolo” con proposte che chiameremmo strampalate, se non sapessimo cosa c’è alla base: razzismo allo stato puro. Esponenti politici come Gibelli, o come i di lui sodali Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti e Stefano Galli (tutti presenti alla conferenza stampa di illustrazione della proposta), dovrebbero avere il coraggio di chiamare le loro iniziative con il loro nome. Altro che contrasto alla formazione dei quartieri ghetto, in nome della sicurezza: la Lega prova a lucrare un dividendo politico ed elettorale sulla paura e sulla diffidenza che una certa quota di cittadinanza, per lo più anziana, nutre nei confronti di quei luoghi, ormai così comuni nelle città europee, gestiti da immigrati che offrono ai giovinastri di passaggio cibo etnico a buon mercato o che consentono ad altri immigrati (ma non solo a loro) di telefonare e navigare in Internet.

Razzismo fa rima con dirigismo. Mentre la modifica dell’articolo 41 della Costituzione – annunciata in pompa magna da Berlusconi – dovrebbe far cadere ogni ostacolo alla libera attività economica, il Carroccio invoca l’esatto contrario, proponendo di assegnare ai sindaci il potere di scegliere chi può far impresa e chi no. Magari sulla base del colore della pelle.