P4, a ciascuno la sua loggia

di SIMONA BONFANTE – Della vicenda P4 – scriveva domenica su Il Riformista, Piero Sansonetti – quello che posso dire è boh. Non sono individuabili i capi di imputazione, né il reato; non è chiaro il confine dell’attività investigativa né la sua profondità. Si conoscono i nomi, quelli sì  – le persone solo ascoltate e quelle invece indagate dagli inquirenti napoletani, il Pm John Henry Woodcock ed il collega Francesco Curcio. Il personaggio-chiave pare essere questo tale, Luigi Bisignani, un puntuale profilo del quale può essere rintracciato ormai ovunque, sul web.

Dell’inchiesta, ovvero di quel poco di sostanziale che sin qui si sa, si ha  una rassegna stampa fatta soprattutto di analisi scettiche: il sospetto è che quell’allusione capziosa al contesto Gelli, nel nome P4, sia – diciamo – una citazione fuori misura, impropria. Troppo suggestiva e, soprattutto, troppo mediaticamente brandizzabile, per non far sentire puzza di spettacolarizzazione ad uso procura.
P4 è un nome perfetto, ma per far battere le agenzie non per definire correttamente il corollario criminale di quell’espressione
. La trama eversiva che gli inquirenti suggeriscono, battezzando la loro creatura investigativa con un patronimico sì autorevole, somiglia infatti, più che alla P2 del Venerabile, a qualcosa di molto simile ad una degenerazione, non certo eccezionale, di quello che in genere si definisce ‘attività relazionale’.

Nei paesi civili, dove la corruzione non è un fenomeno pandemico come lo è da noi, e l’attività di lobbyng è regolamentata e svolta alla luce del sole, l’espressione ‘attività relazionale’ non suscita imbarazzi, poiché non è ad essa associata l’idea di un ‘abuso’ di quella pratica; idea irrimediabilmente connaturata, invece, nell’accezione italica – e certo non senza ragione. In Italia la corruzione dilaga perché gli spazi dell’agire pubblico sono occupati militarmente dalla mediazione politica. Riduciamo lo spazio di discrezionalità ed irresponsabilità della politica, la corruzione si ridurrà. Il politico nei paese civili non è provider di lavori pubblici, e men che meno di appalti amicali: del denaro che amministra egli è responsabile innanzitutto politicamente.
In Italia può accadere invece che l’irresponsabilità politica, non venga sanzionata ma addirittura premiata, ed in un certo senso persino incentivata. La corruzione è un reato. L’irresponsabilità politica di chi amministra direttamente, o ha il potere di indirizzare, la gestione delle risorse pubbliche (il capitale materiale ed anche quello umano – ovvero le persone selezionate dalla politica per occupare ruoli di rilievo istituzionale, dalla direzione della Rai alla leadership di Eni), invece, no.

Il modello italiano è vizioso, e le conseguenze sono il solito rosario dei mali endemici del nostro paese – il debito, l’incapacità di tagliare e riformare lo stato, l’astrusità burocratica, la sua pachidermia estensione. Ma se parliamo di P4 dobbiamo intendere un’organizzazione segreta volta al sovvertimento delle istituzioni democratiche – che è un’altra cosa dal tessuto amical-relazionale vischioso che può produrre corruzione. O no? Il fatto è che da quanto emerge sino ad ora, di penale in questa P4 sembra esserci più corruzione che associazione sovversiva. I capi di imputazione, che a breve verranno individuati dai Pm, sveleranno l’arcano. Certo però che ormai il brand sovversivo è stato lanciato: qualcosa che ne giustifichi la suggestiva connotazione criminale dovrà a questo punto essere necessariamente trovata.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

Comments are closed.