– Nell’antichità romana, dall’età arcaica, passando per quella repubblicana e poi imperiale, fino a giungere a quella tarda, si andò lentamente istituendo la scuola pubblica e rafforzando la consapevolezza della sua importanza per la vita civile.

Se infatti Cicerone considerava motivo di vanto per la Repubblica non aver creato alcun sistema di educazione uniforme e controllato direttamente dallo Stato, intorno al 350 d.C. Costanzo II affermava, al contrario, che il primo merito di un governo e di un principe era quello che egli si acquista verso la pubblica istruzione. E ancora, a conclusione del processo, Simmaco, nel IV secolo, dichiarava esplicitamente che  “la prova della floridezza di uno Stato si desume dallo stanziamento di cospicue retribuzioni ai pubblici docenti”.

In sintesi, la civiltà romana – dalla prima scuola pubblica, a detta di Plutarco aperta a Roma intorno alla metà del III secolo a. C., per giungere alla creazione della figura dell’insegnante pubblico, stipendiato dallo Stato, per merito di Vespasiano -, con l’impronta pragmatica che la caratterizzò nell’età migliore, giunse a comprendere come una buona qualità della scuola potesse assicurarle una massa enorme di efficienti funzionari. Ma soprattutto cercò di garantire alle figure dei diversi insegnanti quell’autorevolezza che è necessaria per poter adempiere ai propri ruoli.

Da Costanzo II e Simmaco a Berlusconi, da principi fondanti di una società a sprezzanti dichiarazioni senza alcuna ratio, un salto mortale all’indietro senza rete.

Mortifica, ma non stupisce l’ennesimo ‘apprezzamento’ del nostro premier sulla scuola pubblica italiana, sui suoi insegnanti che, a suo dire,  “inculcano ai ragazzi valori diversi da quelli delle famiglie”. Berlusconi continua la demolizione sistematica, intrapresa da tempo, di ogni istituzione sociale che sfugga al controllo o resista all’egemonia del “pensiero berlusconiano”.

Ma ciò che più colpisce non è tanto l’idiosincrasia di Berlusconi per tutto quello che rappresenta un pericolo per il suo progetto politico (potremmo chiamarla “operazione tabula rasa”), quanto il suo parlare della scuola riecheggiando più le parole d’ordine della sinistra “rivoluzionaria” (o protestataria) che quelle della destra borghese.

Il delegittimare in ogni maniera quanti dovrebbero assicurare la crescita della società futura, anche della classe dirigente di domani, risulta un non senso o un errore strategico per quella che dovrebbe essere una “destra del merito”. La scuola, a lungo, ha basato la sua forza sulla solidità, sulla compattezza dell’istituzione: su regole precise delle quali i garanti erano proprio gli insegnanti, indiscutibilmente e senza possibilità di interferenze.

A loro, certamente fino a quando l’Italia era in bianco e nero e ancora nei primi anni del colore, era delegato dalle famiglie, in primis, il compito dell’erudizione. La scuola doveva occuparsi di fornire strumenti per la conoscenza: questo era il suo indiscusso ruolo e a questo cercava di giungere, con l’aiuto delle famiglie che, invece, dovevano occuparsi dell’educazione. Compiti chiari, senza fraintendimenti e, soprattutto, senza sconfinamenti di competenze.

Dai maestri elementari ai professori della scuola media a quelli delle superiori cresceva, insieme agli anni e all’impegno quotidiano, il timore verso figure che, anche se talvolta lontane, costituivano riferimenti, esempi. Così come i genitori lo erano nel piccolo mondo familiare.
Poi, a partire dalla fine degli anni Sessanta del Novecento, con la pretesa di adeguare ad una società che stava mutando anche certe istituzioni rimaste  – a detta di alcuni – ferme al passato, è iniziato un processo di progressivo svuotamento dei significati fondanti della scuola e della famiglia.
Così, pian piano, assottigliando la trama sulla quale s’innestavano, “annacquando” regole necessarie, nella scuola abbassando il livello medio, nella famiglia “alleggerendo” il ruolo dei genitori, si è creata una preoccupante confusione. Si è scelto di dimenticare la riconosciuta validità sia del modello scolastico che di quello familiare, e contemporaneamente di strizzare l’occhio a quanto promosso in altre parti d’Europa.

Non ci si è resi conto del fatto che quelle stesse regole rigide che si combattevano erano la linfa vitale per entrambe, la garanzia perché  la società continuasse a viaggiare su binari certi, rettilinei, verso una stazione, non verso il vuoto, verso il nulla. La scuola preparava persone serie da inserire nel mondo del lavoro, dopo che le famiglie si erano occupate di motivare ragazzi e ragazze al rispetto di regole.

La deriva alla quale hanno portato anni di crociate contro una scuola rigidamente protesa all’insegnamento di nozioni, di poesie imparate a memoria, di traduzioni dall’italiano al latino, di pagine e pagine da leggere e poi ripetere, di studio serio, rigoroso, conosce ora il suo ultimo approdo.

Non di tutto si può incolpare Berlusconi. Gli si può, però, imputare la delegittimazione politica della scuola, vista come luogo in cui non si comprende e non si insegna la “vera vita”, né i “veri valori”. Anche per Berlusconi, i valori dell’impegno, del rigore, del merito scolastico sono “ideologia”.

E’ un sessantottismo alla rovescia, però, quello del Cav. , che non chiede alla scuola di emanciparsi, ma di tornare ad essere subordinata, nel ruolo e nella considerazione sociale, alla famiglia. Il che non allontana, ma avvicina l’immagine del Cav. a quella dei genitori che fanno i sindacalisti dei figli, difendendo i pargoli dalle “eccessive” o “sbagliate” pretese degli insegnanti.

In poche cose – insomma –  Berlusconi è così di sinistra (e della sinistra peggiore) come nel suo attacco alla scuola, ai “baroni” e al conformismo degli insegnanti.