Commodities agricole/1, la crisi mondiale colpisce allo stomaco

– All’alba del 2011, la domanda che serpeggia nell’universo crepuscolare è: andrà a finire come nel 2008? Da ottobre 2010 a gennaio 2011 i prezzi alimentari mondiali sono aumentati del 15%, l’indice generale monitorato dalla Banca Mondiale è molto vicino ai livelli del 2008, l’anno nero della crisi alimentare mondiale: i prezzi oggi sono il 29% per cento più alti di un anno fa e solo appena il 3 per cento più bassi di quanto non fossero tre anni fa. Robert Zoellick, presidente della Banca Mondiale, non ha usato mezzi termini:

“L’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari sta raggiungendo livelli pericolosi, grava sulla fragilità delle condizioni sociali di milioni di poveri nel mondo e crea tensioni sui più vulnerabili, su quanti spendono in cibo oltre la metà del proprio reddito”.

L’aumento dei prezzi delle materie prime ha causato instabilità sociale ed è stato un fattore aggravante delle rivolte popolari che hanno rovesciato i regimi in Egitto e Tunisia. Ma per un momento dimentichiamo Piazza Tahrir. Dimentichiamo le proteste popolari nei paesi arabi, gli arresti e le violenze contro i dissidenti.  In Giappone, l’aumento dei prezzi delle materie prime è riuscito dove la Banca Centrale aveva fallito: ha spezzato la spirale deflazionistica senza far ricorso a ingenti acquisti di titoli di stato.

Fino a pochi mesi fa si ragionava sulla invulnerabilità dell’Asia agli shock di Wall Street. Oggi, da Ryad a Jakarta, da Amman a Manila, i governi sono alle prese con una nuova crisi non meno dirompente di quella dei subprime, che riflette una miscela micidiale di fattori formata da scorte di cibo sub-ottimali, impennata della domanda e mutamenti climatici.

I dati parlano chiaro: la FAO stima che nel 2010 le importazioni mondiali di cibo ha superato la soglia critica dei 1.000 miliardi di dollari (+ 15% rispetto al 2009, sugli stessi livelli del 2008), con i paesi più poveri che hanno speso il 20% in più del 2009. E il trend rialzista di latticini, zucchero, soia e grano a fine anno era solo all’inizio. I governi, nel tentativo di frenare l’instabilità sociale collegata al carovita, stanno aumentando i sussidi alle popolazioni e riducendo le tasse d’importazione. Queste reazioni genereranno altro deficit e altro debito, che potrebbero a loro volta determinare una crisi diffusa del debito sovrano dei paesi emergenti, con effetti potenzialmente destabilizzanti.

In Asia risiede una massa critica di quell’oltre un miliardo di persone che oggi vive con meno di un dollaro al giorno, di cui circa 923 milioni risultavano denutriti prima dell’inizio della crisi alimentare. Una crisi che, per una triste ironia della sorte, è esplosa quando il tasso di obesità nel mondo è raddoppiato negli ultimi trent’anni e quasi il 10% della popolazione mondiale è in sovrappeso. Obesità e fiammata dei prezzi: due facce della stessa medaglia.

L’occidentalizzazione della dieta alimentare in diversi Paesi asiatici è senz’altro alla base del trend rialzista di lungo periodo dei prezzi alimentari. La crescita economica rapida, l’aumento del reddito procapite, il boom demografico e la crescente urbanizzazione hanno portato milioni di asiatici a sostituire il riso e agli altri alimenti base della cucina orientale con carne e latticini. L’aumento dei prezzi ha, pertanto, l’aria di essere un trend secolare di lunghissimo periodo.

Solo in Asia, tanto per fare un esempio, ci saranno altre 140 milioni di bocche da sfamare nei prossimi quattro anni, che andranno ad aggiungersi ai quasi quattro miliardi di residenti nel continente. In Cina, la rivalutazione attesa dello yuan potrebbe far decollare la domanda di prodotti alimentari. Per non parlare degli effetti dello sconvolgimento climatico: la siccità che ha colpito il nord della Cina mette a rischio il raccolto di grano del primo produttore mondiale, con un effetto inevitabile sui prezzi. L’inflazione alimentare complicherà il lavoro delle banche centrali che in Cina, Taiwan, Corea, Tailandia, India, Indonesia sono alle prese con il surriscaldamento dell’economia.

Bastano pochi numeri a fotografare la situazione. I recenti rialzi di grano, zucchero e latticini hanno spinto il World Food Price Index (un paniere che include un totale di 55 categorie di materie prime il 28 febbraio ha raggiunto quota 236 punti, +34,2% su base annua) ai massimi di tutti i tempi. Il prezzo del grano ha superato abbondantemente gli 8 dollari per bushel al Chicago Board of Trade (il più grande mercato di frumento del mondo), oltrepassando i massimi dall’agosto 2008, con un rialzo del 66% già registrato nel 2010. Una fiammata che fa da pendant alle impennate dell’88% e del 43% messe a segno nello stesso periodo rispettivamente da gran turco e soia.

Quanto alle previsioni, nel 2011 il raccolto mondiale di grano potrebbe essere inferiore alla domanda per il secondo anno consecutivo. Per ristabilire le riserve globali, le produzioni mondiali di gran turco e di grano dovrebbero aumentare non meno del 4% nel biennio 2011-12. La domanda cinese farà salire non poco i prezzi di carne bovina e suina. La Repubblica popolare, principale compratore di prodotti agricoli statunitensi, nel 2010 ha importato 157 milioni di libbre di carne di maiale dagli Usa, quasi il triplo degli acquisti del 2009. Solo nel dicembre scorso la Cina ha comprato 12 milioni di tonnellate di manzo e vitello americani, esattamente il 25% in più di quanto importato nello stesso mese del 2009.

Resta da chiedersi cosa fare per contrastare efficacemente la crisi che è ormai diventato un prisma complesso, con molte facce. La sensazione è che ci sia tanto da lavorare per aumentare la produttività nell’agricoltura impiegando al meglio l’innovazione tecnologica , sulla scia di quanto fatto – ad esempio – in Africa col riso Nerica. Maggiori investimenti negli impianti di irrigazione, riforme per rendere più concorrenziale il mercato agricolo, eliminazione delle restrizioni all’esportazione e miglioramento dell’accesso al credito degli operatori sono altresì interventi cruciali nella sfida alimentare. Una sfida che è appena cominciata.


Autore: Pierpaolo Renella

Nasce a Chieti, 18 anni dopo Sergio Marchionne. In seguito si trasferisce a Milano e, dopo la laurea in Giurisprudenza, entra nell’industria bancaria, senza più uscirne: prima negli Stati Uniti, poi in Italia, con esperienza in varie attività del mercato dei capitali, dal securities lending ai prodotti strutturati derivati dall’azionario. Liberale sui generis (non è attaccato al denaro), Crociano e Boneschiano in gioventù. Formula politica preferita: non unione di forze laiche, ma unione laica di forze. Massima filosofica: la verità ti rende libero, quando avrà finito con te!

2 Responses to “Commodities agricole/1, la crisi mondiale colpisce allo stomaco”

  1. Andrea Benetton scrive:

    Potrebbe anche essere che i prezzi aumentano perché sono tutte le valute, al di la delle fluttuazioni tra le medesime, che si deprezzano contro i beni. D’altronde i prezzi di tutte le commodities sono in aumento, non solo di quelle agricole.

  2. gabriele musciacco scrive:

    Il prominente trader Renella, si candida al ruolo di Nouriel Roubini italiano

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