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Visti da Londra. Di Cavalieri e Draghi nel Belpaese

– Come cittadino della Repubblica, Italian speaker e pasta-lover non passa giorno qui a Londra, dove risiedo per ragioni di studio, senza che venga interrogato sugli enigmi del Belpaese. La curiosità nei confronti dello stivale è sempre stata profonda da queste parti ben prima della pubblicazione delle “Lettere dall’Italia” di Lord Byron. Recentemente però la nostra penisola suscita delle domande diverse da quelle sull’ultimo acquisto del Milan, le mode culinarie o i film di Benigni (cose di cui andiamo fieri).

A un articolo dell’Economist sugli scandali sessuali di Berlsconi segue una nota del FT sulla corruzione istituzionale, la scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro, la lentezza giudiziaria. Anche i simpatici vecchietti del Rotary non perdono occasione, dopo un brindisi di lealtà alla regina, per chiedermi come il nostro premier riesca a “get away with that”, che in un film di Scorsese suonerebbe più o meno come “farla franca”. Per i primi mesi ho scansato il gossip sul nostro Presidente del Consiglio come voyerismo mediatico, al livello del pettegolezzo sul prossimo matrimonio a Windsor o delle amanti di Mitterand.

Il moltiplicarsi delle domande di amici e conoscenti sulla reale situazione italiana mi ha costretto però a interrogarmi sul vero effetto delle accuse di concussione e corruzione rivolte al vertice del nostro esecutivo. Possibile che nel paese dell’Habeas Corpus e nell’università di Hayek e Popper la responsabilità non sia individuale ma le colpe dei governanti vengano fatte ricadere sui governati? O che l’inquilino di Palazzo Koch, perfetto candidato alla presidenza dell’ECB grazie a un Ph.D. in economia al MIT e a un curriculum ritagliato sul ruolo, subisca il veto della cancelliera tedesca in quanto italiano?

Viene da chiedersi se il cosiddetto genio italico, esibito con orgoglio nei saloni della National Gallery o nel nuovo grattacielo di Renzo Piano sulla riva sud del Tamigi, sia davvero offuscato dalle intercettazioni su Berlusconi come tanta retorica nazional-popolare vorrebbe. Ma prima di cedere al moralismo vittoriano della yellow press londinese o unirsi alle barricate di un malinteso neo-femminismo che a detta di alcuni incarnerebbe il vero spirito borghese, rileggiamo meglio gli articoli dell’Economist o del WSJ che criticano la situazione italiana. Con poca sorpresa scopriamo che dietro gli attacchi personali al premier c’è la più generale critica a un sistema istituzionale gerontocratico e incapace di riformarsi. Che dietro lo stallo del governo c’è l’accusa di incapacità di riformare un mercato del lavoro rigido e dominato dai veti degli insiders. O di abbattere un debito pubblico che mina la credibilità della nostra moneta e dimezza le aspettative di rilancio della nostra economia. Dietro le accuse di incapacità a governare di Berlusconi c’è la chiamata in correità di tutta la maggioranza che cede alle lobby ri-regolando il mercato delle professioni per difenderne la rendita. Che lottizza gli enti pubblici locali e si oppone alle gare a evidenza pubblica perchè alle soluzioni “a mano invisibile” preferisce quelle in cui la mano pubblica del Comune lava l’altra del privato-amico.

E’ partendo da qui che si spiega la diffidenza dell’investitore estero nei confronti dei mercati italiani, lo scetticismo preliminare dei datori di lavoro e dei professori stranieri chiamati a giudicare un neo-laureato italiano e la più generale perdita di prestigio e credibilità del nostro paese. Presto o tardi non si potranno più nascondere queste ragioni dietro l’alibi di questo governo e di questo parlamento.


Autore: Mattia Bacciardi

Nato nel 1986, si è laureato in Scienze Politiche con specializzazione in European Studies presso la LUISS Guido Carli di Roma, attualmente si sta specializzando in Economia e Diritto presso l’Università di Bologna dove è membro del Collegio degli Studi Superiori.

One Response to “Visti da Londra. Di Cavalieri e Draghi nel Belpaese”

  1. lodovico scrive:

    non é facile,per un giovane, difendere l’Italia ed i suoi governi.I progressi sono stati assai lenti:i comportamenti di Berlusconi “inqualificabili” ma poi Prodi ha distrutto l’IRI, Craxi colpito da provvedimenti giudiziari, Andreotti per molti anni colluso con la mafia e poi i presidenti della Repubblica: Gronchi e la sua amante, Saragat che amava i vini piemontesi, Cossiga e le sue depressioni, Leone e la sua famiglia….sparsa, Scalfaro che da giovane censurava le scollature e sul finire ” non ci stò” e maldicenza dopo maldicenza non si finirebbe. In Italia non ci si dimette (non é scritto nella Costituzione). Per fortuna non tutti assomigliano ai politici: questi divisi da un falso socialismo ed un falso liberalismo e dal cristianesimo, forse ricattati da pochi interessi forti, cercano solo di sopravvivere e non sono in grado di produrre cambiamenti. Io non amo la nostra Costituzione, spero che i giovani siano in grado di ambiarla.

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