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Parole di sinistra e tabù di destra. Sulla cultura, per esempio…

– Questi sono i mesi della progettualità, o almeno dovrebbero. Progettualità politica. Formule che immaginino un futuro per il Paese, che permettano di disincagliarlo dalle maglie di un presente infinito, statico, impaludato.
Sia a sinistra, sia a destra si provano a tracciare formule per il domani. Si va per dizionari, alla ricerca di parole chiave. Quando dico destra, ovviamente, mi riferisco ad una destra nuova; nuova non perché si stia impegnando ad inventare nuovi valori politici, ma perché i suoi valori politici costitutivi  – quelli di una destra liberale, intendo –  nel nostro Paese non sono mai stati realmente avvistati, messi in opera, compiuti.

Alcune parole chiave immaginate dalla destra nuova e dalla sinistra sono le stesse. Questo crea imbarazzi, nei cotè politologici “seri” si ridacchia. Ma perché? Partiamo da un presupposto. Alcune parole non sono né di destra, né di sinistra. Queste parole sono temi sociali. Ciò che differenzia nel contemporaneo la destra dalla sinistra non sono tanto i temi, quanto le modalità di intervento su questi temi, gli “applicativi” politico-sociali. Sostenibilità, diritti del cittadino, legalità, multietnicità, laicità (e via continuando) sono temi che appartengono indistintamente sia alla vulgata della sinistra sia alla tradizione di una destra liberale, che in Italia non è mai stata rappresentata come avrebbe dovuto o potuto, se non nell’esperienza e nelle battaglie dei radicali. Questa destra propulsiva ha sperato sì in Berlusconi, ma ha sbagliato, i valori politici del premier sono altri, anzi è un altro: se stesso.

Le parole chiave sono per la gran parte le stesse, ma ovviamente – anche se a molti non è ben chiaro –  implicano logiche politiche e simboliche diverse. Sinistra e destra non è detto che debbano, demagogicamente, essere distinte fin dai temi che affrontano, ma, ovviamente, dovranno distinguersi nei trattamenti diversi che vorranno, e dovranno, immaginare per gli stessi temi. E’ assurdo che la nuova destra non possa riflettere (ad esempio) sulle dinamiche dell’Italia multietnica perché queste sono, e per alcuni dovrebbero rimanere, parole chiave della sinistra, così come è assurdo che la sinistra non possa misurarsi sul tema della sicurezza, perché questo non può che essere retaggio della destra.

Poi, indubbiamente, vi  sono “soluzioni” che finiscono per essere più identitarie degli stessi “temi/problemi” che intendono affrontare e su cui destra liberale e sinistra sono inconciliabilmente posizionate –  pensate all’opposizione tra “Stato sociale” e “sussidiarietà sociale” –  ma il “benessere” di per se stesso è un tema senza patria potestà politica. Sono poi destra e sinistra a smarcarsi dall’indistinzione e ad articolare discorsi e progetti diversi. Le parole solidarietà, diritto, merito, libertà, crescita (se ne potrebbero scrivere cento) non sono né di destra né di sinistra. Queste sono le parole della politica.

In un Paese dove in molti vorrebbero che a destra se ne usassero solo certe e a sinistra solo altre, questo mio discorso può sembrare puro bizantinismo. Può sembrare involuto e pericoloso anche in ottica comunicazionale. Se mi dovessi occupare della campagna elettorale di un partito, sarei io per primo ben attento a far sì che le parole chiave adoperate non possano, in alcun modo, confondersi con quelle dei concorrenti. E questo, va da sé, è indubbiamente una questione tattica da affrontare.

Poi ci sono parole che spaventano. Parole assenti. Parole che non vengono usate, perché rimandano a temi che non appartengono al presunto dna politico, o per sbadataggine, o perché vengono ritenute solo ed esclusivamente retaggio delle controparti politiche. In questo periodo, analizzando i temi progettuali della nuova destra, non può non saltare all’occhio la mancanza di una parola: cultura. Perché la cultura è fuori dalla riflessione circa un Paese nuovo e trasformato? Si ha paura che la cultura in un momento di congiuntura economica negativa sia considerata dai futuri elettori come la più effimera tra le questioni del Paese? Si pensa che non sia per nulla centrale? Che stia ai veri problemi politici come le brioches di Maria Antonietta al pane del popolo? Oppure non c’è nessun politico in grado o interessato a parlare di cultura, se non da “uomo di cultura” e dunque per esigenze di autolegittimazione politica? Oppure si  è deciso che la cultura è un tema da lasciare, per statuto, appannaggio della sinistra? Qualunque sia la riposta è, comunque, frutto di miopia.

Cultura è economia, è industria e indotto  (tra i più grandi in Italia – solo i lavoratori dello spettacolo sono 250.000 – ben più degli operai della Fiat), è produzione di beni e ricchezza – che vanno dall’editoria al cinema al teatro. In realtà possiamo tranquillamente affermare che la cultura è il più grande patrimonio economico del Paese, anche in senso “immobiliare”: musei, siti archeologici, città d’arte. Non sono solo una risorsa culturale e spirituale, un’attrattiva turistica, un “panorama”. Nel loro insieme costituiscono, al secondo posto dopo le mafie, la più grande e profittevole impresa del Paese.

Cultura è sviluppo, possibilità di nuove sperimentazioni imprenditoriali, possibilità per i giovani di investire sulle idee. Cultura è il nostro petrolio. Ma i giacimenti culturali, per fortuna, non possono estinguersi, ma possono essere riformulati e ripensati fino a farli diventare, finalmente, una vera, compiuta, illuminata risorsa del Paese. Ma forse il problema della cultura è proprio questo. Visto che c’è comunque, che è lì, allora tanto vale non investirci – tanto non si perde, al limite si sgretola.

In un Paese povero di risorse, rinunciare a sviluppare il mercato della cultura, l’unica risorsa piena e solida che abbiamo, vuol dire rinunciare a rilanciare l’unico elemento costitutivo di distinzione e di singolarità compiuta che ci contraddistingue nell’universo mondo. Cultura non è una parola della quale aver paura, non significa solo autoreferenzialità intellettualistica ed elitaria: è una possibilità – la più italiana e “nostra” di tutte –  di crescita e innovazione. E investire nella cultura non fa solo denaro, fa di nuovo cultura. Non c’è nulla di più patriottico che coltivare lo spirito e i beni di un Paese in cui della cultura sembrano doversi occupare solo i “colti”, i ricchi o i perdigiorno.

A prescindere dai beni immobili culturali, investire nel cinema, nel teatro, nelle arti visive, nella musica –  i beni mobili – vuol dire rimetter in modo l’immaginario del Paese. Arricchire l’immaginario vuol dire renderlo sempre più suggestivo, dinamico, eterogeneo, vivo, energetico, significa, in poche parole, liberarlo dalle secche della sclerotizzazione intellettuale, spirituale e ideale nel quale il Paese si ritrova. Rimettere in modo i cervelli significa dare una risposta alla fame di pensiero che è implicita, da che uomo è uomo, nelle nuove generazioni. E’ una fame alla quale vengono date solo labili risposte.

L’immaginario culturale del Paese è ormai ideologizzato e gestito dalla formattizzazione degli immaginari televisivi, perché, ovviamente, anche la televisione è cultura. In questo senso l’Italia non è un Paese senza cultura, ma con una cultura da un lato sottovalutata, e dall’altro dominata e asservita a fini ideologico-politici. Bisogna liberare il paese da questa sclerosi, e investire nella cultura. Ma perché a destra nessuno (di politicamente importante) ne parla?


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

2 Responses to “Parole di sinistra e tabù di destra. Sulla cultura, per esempio…”

  1. lodovico scrive:

    ” Bisogna liberare il paese da questa sclerosi, e investire nella cultura. Ma perché a destra nessuno (di politicamente importante) ne parla?” Si nazionalizzò l’industria elettrica, poi abbiamo distrutto Motta,Alemagna, Olivetti, assistito FIAT con Lancia ed Alfa Romeo, assistito l’industria di stato, perso Brion Vega perchè non era tempo di televisione a colori e nessuno ha messo in conto che con la perdita dell’industria e dei valori legati al lavoro si perde la cultura? Solo investendo sul lavoro e sull’economia tornerà la cultura, il resto, purtroppo, solo parole.

  2. G. Lombardi scrive:

    Io non conosco la destra, conosco solo i difetti della sinistra, la sinistra si avvitata su stessa perché rimane settaria e simbiotica, edipica e infantile e sul piano politico è passata dal culto della personalità, al culto della classe operaria a quello del Partitone, per finire col femminismo e ora col donnismo, non è capace di vera giustizia, vampirizza le mode del momento ma alla fine perde perché televisione e pubblicità sanno vampirizzare meglio di lei. Berlusconi si è inserito nelle sue contraddizioni e l’ ha battuta più volte.
    Ma anche la destra ha grossi problemi a definire il concetto di cultura, in politica bisognerebbe ricominciare da Hegel, dal mito dello stato perfetto ove libertà individuali, morale privata, etica e legislazione potessero trovare una perfetta coerenza all’insegna del bene comune. Ma l’ultimo hegeliano è stato Mussolini, oggi nessuno ha il coraggio di ricominciare da Hegel, chissà quanto tempo ci vorrà prima che la destra ritrovi la cultura dell’universale.

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