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Liberalizzare per privatizzare, non viceversa

– C’è una tensione irrisolta, e spesso neanche percepita, tra i concetti di privatizzazione e liberalizzazione: “privatizzare” significa trasformare una società pubblica in una privata collocandola sul mercato, “liberalizzare” significa invece liberare un mercato dai vincoli regolamentativi che spesso favoriscono i monopoli e gli oligopoli (ad esempio ostacolando l’ingresso sul mercato di nuovi operatori). Per liberalizzare occorre di norma anche privatizzare, ma il contrario non è certamente vero.

Spesso si parla di privatizzazioni come la panacea per risolvere il problema del debito pubblico, e si sostiene che si otterrebbe in questo modo anche un aumento della libertà economica. Quest’ultimo obiettivo però si ottiene liberalizzando, non privatizzando, e tra le due cose c’è una contraddizione: se si vuole privatizzare per fare cassa, infatti, di norma non conviene liberalizzare, perché la concorrenza tende a ridurre i profitti dell’azienda, e dunque il suo valore di mercato. Se un’azienda pubblica è inefficiente, infatti, può rimanere in piedi solo grazie ai suoi privilegi legali: se questi venissero meno, potrebbero esserci dei seri problemi.

Facciamo un esempio immaginario: consideriamo una società pubblica che abbia il monopolio legale dei trasporti tra la Terra e la Luna. Questa società per motivi politici ha assunto troppe persone e dunque ha ingenti costi per il personale. La flotta di astronavi è vecchia, perché, dopo anni di sovvenzioni pubbliche in diminuzione, sono stati ridotti gli investimenti infrastrutturali, per via dell’opposizione sindacale ai tagli al personale. Le tariffe sono basse perché si ritiene che sia diritto di tutti poter andare dalla Terra alla Luna per pochi spiccioli. Ogni anno, infine, il contribuente deve coprire le perdite di gestione, molto consistenti.

Il governo decide di privatizzare la società per fare cassa, ma essendo questa irrimediabilmente in perdita nessuno si fa avanti. Allora decide di “liberalizzare” i prezzi (ma di lasciare il monopolio legale, quindi non si tratta affatto di una liberalizzazione), per attrarre investitori. Con l’accordo di aumentare i prezzi, si riesce finalmente a trovare una cordata di imprenditori disposti a comprare.

Una vittoria del mercato? No, solo un cambiamento del carico dei costi. All’inizio questi erano a carico del contribuente, ora invece sono a carico dei consumatori. Se il privilegio monopolistico viene comprato su un mercato concorrenziale, tutto il suo valore va allo Stato, che vende il diritto di operare in monopolio – cioè di sfruttare il consumatore – al miglior offerente: il prezzo di offerta salirebbe fino ad annullare i profitti. Se invece i politici vogliono avvantaggiare alcuni investitori “ammanicati”, come è probabile che accada, lo Stato perderà parte del valore del monopolio, ma gli investitori guadagneranno una rendita: così nascono gli “oligarchi”. Infine, l’efficienza economica con ogni probabilità rimarrebbe bassa.

L’alternativa è liberalizzare il mercato. Però così il valore di mercato dell’ azienda pubblica, per via delle ipotesi suddette, si ridurrebbe: non potendo operare in attivo per via della sua inefficienza, non potendosi più proteggere dalla concorrenza, avendo difficoltà a ristrutturarsi per via dei sindacati, sarebbe difficile salvarla. Se l’azienda pubblica fosse stata invece inizialmente efficiente, anche se la concorrenza ne avrebbe comunque probabilmente ridotto il valore, questa sarebbe riuscita a mantenersi sul mercato, e magari anche a dominarlo, anche senza privilegi legali: neanche in questo caso però mi aspetto salti gioia da parte di chi prima godeva di privilegi legali che lo difendevano dai consumatori.

La liberalizzazione è in genere la strada preferibile per il consumatore, ma è anche la strada peggiore per fare cassa, perché le società pubbliche, in un mercato liberalizzato, se sono – come spesso accade – inefficienti, hanno un valore basso rispetto a quello che hanno da monopoliste. Questo non vale sempre: ci saranno anche aziende pubbliche efficienti, e guadagni di efficienza nel ristrutturare o spezzettare l’azienda che porterebbe ad ottenere qualcosa di privatizzabile con profitto. Mi aspetto però che valga molto spesso.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

3 Responses to “Liberalizzare per privatizzare, non viceversa”

  1. Complimenti. Questo tuo pezzo, Pietro, mi ha riportato alla mente alcuni discorsi che facevo negli anni dal ’96 al ’01, quando si parlava di privatizzare le Ferrovie dello Stato senza però liberalizzare il mercato. In mezzo alla retorica bipartisan della privatizzazione a tutti costi, pochi liberali in Parlamento segnalavano che la sola privatizzazione non era la scelta giusta, e che innanzitutto occorreva liberare il mercato.

    Il problema è ancora attuale: basti vedere come viene trattata Arenaways.

  2. E io sono ancora convinto, che le liberalizzazioni sono l’arma degli incapaci. Così è stato per il pentitismo nella criminalità. IL politico capace, regola tutto e controlla tutto, continuamente e severamente. L’aumento della concorrenza fa bene a una maggioranza e fa malissimo a una minoranza. Insomma, se provo a mettermi nei panni dei produttori di beni e dei commercianti, mi viene la pelle d’oca. Meglio, se quelli esistenti, vengono regolati, controllati, e si rilasciano altre autorizzazioni solo se necessario o se si comportano male nonostante i richiami al dovere. Grazie, sono l’ultimo della classe e sempre pronto a dire: mi sono sbagliato, avete ragione voi(parole, proibite in questa “democrazia”).

  3. lodovico scrive:

    politicamente scorretto: le privatizzazioni sono il vanto di Prodi e della sistra ma intellettualmente ineccepibile.

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