Iran, rivoluzione possibile?

di STEFANO MAGNI – Anche se sono eclissate dalla guerra civile in Libia, continuano le proteste in Iran contro il regime del presidente Ahmadinejad e dell’ayatollah Khamenei. Questa settimana ha registrato, non una diminuzione, ma semmai un’intensificazione delle attività d’opposizione. Martedì scorso, gli studenti sono tornati in piazza al grido di “Morte al dittatore!”, chiedendo la liberazione dei detenuti politici e soprattutto la scarcerazione dei due leader anti-Ahmadinejad: Mir Hossein Moussavi e Mehdi Karroubi.

Nelle notte precedenti, sfruttando lo zelo delle guardie rivoluzionarie, gli oppositori hanno dissimulato la loro protesta dietro il grido di “Allah è Grande!”, lanciato dai tetti, in violazione del coprifuoco, come ai tempi della Rivoluzione Verde del 2009. Un’altra grande manifestazione è prevista per il 15 marzo.

Le forze dell’ordine iraniane agiscono preventivamente, ma non sempre riescono a impedire del tutto la protesta. Prima delle manifestazioni di martedì, per esempio, le autorità avevano ordinato il presidio delle piazze principali di Teheran e la sospensione delle lezioni all’università, onde evitare raduni studenteschi. I pochi coraggiosi che sono comunque scesi in piazza, in più punti della capitale, sono stati accolti da cariche della polizia e lanci di lacrimogeni.

Al fianco della prevenzione e della repressione, c’è la propaganda: Ahmadinejad è diventato il primo sponsor delle rivolte arabe contro i dittatori del Mediterraneo. Sostiene i ribelli contro Gheddafi e (battendo un record di ipocrisia) il rappresentante iraniano alle Nazioni Unite ha votato per la sospensione della Libia dal Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu.
Per apporre il proprio sigillo sulla rivoluzione egiziana, Ahmadinejad ha fatto attraversare il Canale di Suez da due unità della marina. Ed è il primo transito militare iraniano da Suez dall’inizio della rivoluzione khomeinista. Ma questa strategia, sinora, ha dei precedenti perdenti. Proprio Muhammar Gheddafi aveva appoggiato le insurrezioni nei vicini Tunisia ed Egitto, convinto di non subire la stessa sorte.

Toccherà all’Iran diventare protagonista della prossima rivoluzione? Dopo tutto è proprio la Rivoluzione Verde il prototipo di tutte le scosse telluriche popolari mediorientali degli ultimi anni. La Repubblica Islamica, però, sarà dura a morire. Più dura ancora della dittatura libica. “Tutte le rivoluzioni contemporanee rafforzano lo Stato” diceva Albert Camus. E la teocrazia iraniana è il prodotto, forte, di una rivoluzione contemporanea. E’ basata su un sistema totalitario, non sulla mera conservazione del potere, bensì sulla volontà di creare un “uomo nuovo” islamico, tramite l’indottrinamento delle masse e l’esempio del “martirio” in guerra.

Sebbene la maggioranza degli iraniani non creda (non abbia mai creduto, o non creda più) negli slogan ufficiali, una minoranza costituita da milioni di cittadini, schierandosi con Ahmadinejad, crede di cavalcare una rivoluzione tutt’altro che esaurita e considera l’Onda Verde come un movimento controrivoluzionario. I basiji, i pasdaran, gli Hezbollah, le cellule Qods, sono l’espressione di forti minoranze pro-regime, armate, fanatiche e determinate, che non hanno equivalenti in Egitto e in Tunisia. Solo in Libia, dove la rivolta è infatti sfociata in guerra civile, si può trovare qualcosa di simile nei Comitati del Popolo, fedeli a Gheddafi.

Una rivoluzione iraniana, se dovesse riuscire, si trasformerebbe quasi certamente in un conflitto interno.
Un altro motivo di scetticismo su una eventuale rivoluzione iraniana è la sua leadership. Ancora una volta, Mehdi Karroubi e Mir Hossein Moussavi sono riusciti ad aggiudicarsi il ruolo di figure-simbolo del dissenso. Ma non lo sono. Sono, al contrario, parte del sistema. Moussavi è stato a capo della “rivoluzione culturale” khomeinista, dunque è responsabile delle purghe di insegnanti non allineati. E’ stato primo ministro sotto Khomeini negli anni cruciali della Guerra Iran-Iraq, sostenendo posizioni fortemente anti-occidentali. E’ sempre stato un convinto nemico di Israele. E ha costantemente difeso il programma nucleare dalle sanzioni internazionali. Mehdi Karroubi non vanta un curriculum altrettanto “prestigioso”, ma in veste di presidente del Parlamento dal 1989 al 1992 si oppose al presidente Rafsanjani considerandolo troppo riformista, soprattutto in campo economico. Sia Karroubi che Moussavi, benché critici, sono fedeli al sistema politico della Repubblica Islamica e difficilmente guiderebbero il Paese alla democrazia se dovessero prevalere su Ahmadinejad.

Infine, ma non da ultimo, c’è un terzo motivo di scetticismo: Barack Obama. Il presidente americano non ha sostenuto la Rivoluzione Verde nel 2009. Ed è probabile che non sostenga un’eventuale prossima ribellione a Teheran. Molti giornalisti, anche italiani, pensano che l’atteggiamento di Obama nelle rivoluzioni in Tunisia, Egitto e Libia segni un cambiamento nella sua politica estera, dall’appeasement con i dittatori all’esportazione della democrazia. Non è affatto detto. Quella di Obama è finora una politica più simile al doppio-pesismo di Carter negli anni ’70 che non al neoconservatorismo di Bush degli anni 2000. Carter avallò la caduta di due autocrati alleati degli Usa, Somoza (in Nicaragua) e, appunto, Reza Pahlavi (in Iran), ma non fece nulla per prevenire l’instaurazione, al loro posto, di regimi altrettanto duri e nemici degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, almeno fino all’invasione dell’Afghanistan, la sua politica nei confronti dell’Urss fu di appeasement. Obama, finora, ha seguito lo stesso copione.
Ben Alì, Mubarak e Gheddafi, tre partner degli Usa nella guerra al terrorismo islamico, sono stati condannati senza mezzi termini dall’amministrazione americana. Ma non si sente alcuna condanna, né alcun sostegno agli oppositori, nei confronti del ben più duro (e pericoloso per gli Usa) regime iraniano.

Il silenzio su Teheran è tanto forte, che è stato notato dal premier israeliano Benjamin Netanyahu. Il quale, martedì scorso invitava la comunità internazionale ad esercitare sul regime dell’Iran la stessa pressione che ora viene fatta a quello della Libia. Era un messaggio chiaramente rivolto all’alleato americano. C’è un motivo, anche ideologico, dietro questo doppio-pesismo. I liberal sono particolarmente sensibili alle colpe degli Stati Uniti. Si sentono responsabili (e dunque in dovere di intervenire) quando è un alleato di Washington a compiere crimini. Delle altre oppressioni si interessano meno.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

2 Responses to “Iran, rivoluzione possibile?”

  1. donato scrive:

    Ahmadinejad non è stato così fesso come Gheddafi da rinunziare in cambio di lusinghe al programma atomico.

  2. giovanni scrive:

    Caro Magni,
    conoscendo da tanti anni molti iraniani “europei”, sembra che si sia raggiunto il “breakevenpoint” e cioè sembra che anche i simpatizzanti dell’onda verde iraniana all’estero non abbiano più carte da giocare visto che i ragazzi di Tehran gridano “a morte il dittatore” ma anche “abbasso la Velayat e faghi” cioè la legge divina, l’ ultima parola del leader supremo che decide su tutto e su tutti. Riconoscono che il sistema non è riformabile dall’ interno inserendo un ex primo ministro “gentile” (Moussavi) o un “buon” Ayatollah (Karroubi)a capo di un sistema schizofrenico che ha e dovrà sempre avere (in base alla velayat e faghi)la decisione finale del leader supremo. D’altra parte ciò che tiene da sempre in vita tale sistema sanguinario, è stata (oltre ai nostri bravi governanti e al petrolio) quella maggioranza di iraniani residenti all’ estero che:
    – regolarmente vanno e vengono come se niente fosse in Iran con doppio passaporto,
    – fanno diventare con una semplice formalità il proprio coniuge “musulmano” per poter entrare in Iran (in caso contrario l’ ingresso non sarebbe possibile),
    -mantenengono rapporti con e fra politici, piccoli industriali, agenzie di viaggi e fanno, quì da noi, pubblicità magari non sempre positiva ma mai del tutto negativa, di quel bellissimo paese che è l’ Iran.

    Grazie per l’ attenzione e Cordiali Saluti a Lei e a Della Vedova

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