– Il decreto rinnovabili approvato ieri dal Consiglio dei Ministri è l’emblema del carattere ineluttabilmente fallimentare di ogni politica industriale che si disancori dalle logiche di mercato. Non rappresenta un fallimento solo di questo Governo, sia chiaro. La conduzione della politica energetica ha abituato il comparto delle energie verdi ad uno stato di cronica incertezza e a continui ripensamenti.


Dal Cip6 al sistema di certificati verdi del ’99 alle tariffe onnicomprensive fissate tra il 2007 e il 2008, le regole sono cambiate in continuazione e i cordoni della borsa si sono allargati fino a strapparsi. L’attuale Governo aveva avviato, con qualche ritardo, un percorso di razionalizzazione delle procedure autorizzative (troppo burocratizzate, discrezionali e pertanto esposte a fenomeni di corruzione) e degli incentivi (tra i più alti d’Europa). Ad agosto 2010 veniva adottato il nuovo conto energia che preveda dei tagli, forse troppo poco decisi, alle tariffe incentivanti. A settembre sono state adottate le linee guida attese dal 2003.

Uno scivolone colossale è stata però l’approvazione di una proroga del vecchio conto energia, che ha concesso le precedenti tariffe (più generose) agli impianti realizzati entro il 31 dicembre 2011 che entrano in esercizio entro il 30 giugno 2011. Questo ha prodotto una corsa alla posa di pannelli a dir poco sfrenata. Ad inizio 2009, la potenza nominale complessiva del comparto fotovoltaico ammontava a 1142 MW; secondo il GSE nel 2010 sono stati installati oltre 2900 MW (quadruplicando quindi in un anno la potenza installata). Prossimamente dovrebbero poi entrare in esercizio altri impianti, costruiti entro il 31 dicembre 2010, per circa 3800 MW. In prospettiva, l’obiettivo 2020, pari a 8000 MW, dovrebbe quindi essere centrato per l’estate.
Secondo l’AEEG nel 2011 il conto che il settore delle rinnovabili potrebbe presentare agli Italiani è di 5,7 miliardi di euro; circa la metà servirebbe per pagare gli incentivi al fotovoltaico.

Una politica energetica fatta di sussidi, che rinuncia ai segnali di mercato, non può che avanzare a tentoni. Il dramma è che la via intrapresa da Governo, che promette nuovi tagli in tempi brevi, rischia di non essere accettabile per il mercato. I generosi incentivi concessi in questi anni sono stati un richiamo per investitori e imprese. Il mercato si è adeguato e ha potuto solo assecondare gli indirizzi della politica industriale dei governi che si sono succeduti.
Far tabula rasa in pochi giorni dei sistemi di incentivazione finora funzionanti viola il principio del legittimo affidamento e macchia ulteriormente la reputazione di un paese che già non è noto per la sua affidabilità di fronte ai mercati finanziari.

Il decreto approvato ieri dal Consiglio dei ministri prevede che venga adottato un nuovo conto entro la fine di aprile, da applicarsi agli impianti che entrano in esercizio entro la fine di maggio. Troppo poco il tempo che si dà agli operatori per adeguare i propri piani di investimento. Quanto meno dovrebbero esser fatti salvi i progetti sottoposti ad autorizzazione alla data di entrata in vigore del decreto.

Paradossalmente l’atto con cui l’Italia recepisce la direttiva 2009/28 per la promozione delle energie rinnovabili contiene misure per frenare il settore. Anche i limiti posti all’accesso agli incentivi nelle aree agricole, (1MW di potenza e altri criteri dimensionali) poiché si applicano sin dall’entrata in vigore del decreto anche a chi ha già avviato ad autorizzazione un progetto, cambiano le regole del gioco a partita in corso.
È chiaro. Le regole vanno modificate, o a perdere sarà sempre il consumatore su cui grava il costo degli incentivi alle rinnovabili. Bisogna però dettare oggi nuove regole per gli attori che entrano in gioco domani, non per la partita in corso.

Quanto poi ai principi che paiono per grandi linee ispirare il legislatore nella riforma degli incentivi, non regge il criterio posto a base del sistema tariffario. Continua, infatti, ad essere centrale il criterio dei costi sostenuti. In poche parole: si incentiva di più la tecnologia più dispendiosa, per garantire la remunerazione del capitale a prescindere dal livello di efficienza dell’impianto realizzato. La conseguenza è tra le più nefaste: i soldi del consumatore vengono impiegati per premiare chi spende di più per produrre meno energia da fonti rinnovabili.
Errare è umano…