Effetto Libia e petrolio, il polso dei mercati

 – Muammar Gheddafi si affacciò sulla scena internazionale nel 1969, quando depose con un colpo di Stato l’ottuagenario e malato re Idris.
Da allora Gheddafi si pose alla guida della Repubblica Popolare Libica, Paese che ha sempre avuto un ruolo chiave nell’oligopolio energetico mondiale del petrolio, superando indenne gli shock petroliferi, la caduta del muro di Berlino, la guerra nel Golfo e finanche gli attacchi dell’11 settembre e la recente crisi economica. Il panorama di forte destabilizzazione politica che oggi si sta prospettando in territorio libico rischia di avere pesanti contraccolpi economici in tutto il mondo, soprattutto nei confronti dei Paesi con più stretti rapporti commerciali con la Libia, in primis l’Italia.

I dati Eurostat di recente pubblicazione confermano il nostro Paese nel ruolo di leading partner della Repubblica Popolare Libica nelle macro categorie di import-export, con una quota di importazioni di circa 10 miliardi di euro nel 2009, che comprende circa 6,7 miliardi di euro di petrolio e 2,4 miliardi di euro di gas naturale all’anno.

L’essere legati a doppio filo alla Libia – considerando anche i forti legami esistenti con Eni, Finmeccanica, Impregilo, Unicredit, solo per citare alcuni nomi – rende chiaro che un collasso libico potrebbe originare un fortissimo contraccolpo al nostro sistema economico.

L’Italia si troverebbe ad essere “prima sulla linea del fuoco”, come affermato in questi giorni da James Walston, professore di Relazioni Internazionali presso l’American University of Rome.
Questa situazione non riguarda solo il nostro Paese, ma potrebbe coinvolgere anche altri Paesi del Vecchio Continente, fra cui Germania, Francia e Spagna, che hanno forti quote di importazioni dalla Libia, e tutte le principali economie mondiali.

Le ragioni dell’importanza della situazione libica vanno ricercate su più piani: nell’immediata oscillazione dell’offerta che deriverebbe da un possibile blocco del flusso del petrolio libico, e nelle conseguenze dirette ed indirette che l’instabilità politica della Libia potrebbe avere nell’area mediorientale.

Sul primo fronte sono arrivate in questi giorni le rassicurazioni della coalizione che attualmente controlla Bengasi, la quale ha dichiarato che “resteranno validi i contratti con imprese straniere che sono a beneficio del popolo libico”.
Nonostante questo, di fronte alla rivolta libica il primo effetto che si è manifestato sui mercati mondiali è stato una pericolosa corsa del prezzo del petrolio, che ha portato i futures sul Brent a toccare i 119 USD, con un rialzo di circa 10 dollari per barile.

Emma Marcegaglia, leader di Confindustria, ha stimato che un consolidamento di tale aumento comporterebbe un costo di 3 miliardi di euro in più per le imprese italiane.

Per arginare il panico derivante dal timore della possibile scarsità d’offerta, l’Opec ha assicurato di essere in grado di far fronte all’assenza del petrolio libico, garantendo un’immissione aggiuntiva nel mercato mondiale di 4-5 milioni di barili di petrolio al giorno, per la maggior parte provenienti dall’Arabia Saudita.
I Paesi che desiderano potrebbero quindi rivolgersi al mercato spot per compensare la mancanza del petrolio libico.

Sul secondo fronte, più politico e di medio-lungo periodo, è invece opportuno analizzare il modus agendi degli speculatori finanziari, e la fluttuazione dei derivati che riflette la preoccupazione riguardo al pericolo di contagio della rivolta libica in tutta l’area mediorientale e quindi alla possibilità che si accendano nuovi focolai anche in altri Paesi della regione.
L’instabilità politica che ne deriverebbe potrebbe dare origine a scenari difficili da prevedere, ma con immaginabili effetti negativi sui rifornimenti petroliferi mondiali, in un’area geografica in cui l’equilibrio è retto a fatica e gli Usa mantengono la loro presenza attraverso lo stazionamento della Quinta Flotta in Bahrain.

La crisi libica, al di là degli importanti effetti che sicuramente avrà sulla popolazione della Libia, sta facendo emergere in queste settimane – qualora ve ne fosse ulteriore bisogno – la debolezza e fragilità della situazione energetica mondiale, ancora troppo ancorata a vecchi modi di concepire e produrre energia.

Gli orizzonti delle più grandi potenze si confondono troppo spesso con le instabilità politiche e sociali di regioni del mondo relativamente piccole, che però riescono ad orientare ed influenzare interessi su scala globale sfruttando il peso dell’oro nero.

Una leadership mondiale accorta e lungimirante dovrebbe fare tesoro dei segnali poco positivi che provengono da decenni sul piano politico e tecnologico, ma anche dal mercato reale prima che da quello finanziario, ed orientarsi – prima che sia troppo tardi – verso altre strade e altri modi di declinare la parola “Energia”.


Autore: Luciano Bonvissuto

Studente universitario, dopo aver studiato Economia alla Bocconi a Milano, si trasferisce a Bologna per dedicarsi al diritto presso l'Università Alma Mater. Scrive articoli e collabora con alcune testate e web-magazine on line.

2 Responses to “Effetto Libia e petrolio, il polso dei mercati”

  1. In realtà, leggendo Stagnaro sul chicago-blog, sembra che non ci siano grossi problemi di fornitura di petrolio (http://www.chicago-blog.it/2011/02/26/la-libia-e-noi-1-il-petrolio/) e gas (http://www.chicago-blog.it/2011/02/27/la-libia-e-noi-2-il-gas/), anche grazie agli approvviggionamenti dall’Est Europa.

  2. lodovico scrive:

    “Sul secondo fronte, più politico e di medio-lungo periodo, è invece opportuno analizzare il modus agendi degli speculatori finanziari, e la fluttuazione dei derivati che riflette la preoccupazione riguardo al pericolo di contagio della rivolta libica in tutta l’area mediorientale e quindi alla possibilità che si accendano nuovi focolai anche in altri Paesi della regione.”Quali le sue previsioni e di quanto la speculazione finanziaria si avvanteggiarà a scapito di…….? E l’ENI a parer suo é speculatore finanziario? E cosa dovrebbe fare l’Italia?

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