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Politica estera prêt-à-porter: che disastro…

– da Il Secolo d’Italia del 2 marzo 2011 – Gli ha baciato l’anello. Non ci si sbaglia a baciare l’anello. Non “capita” di farlo. Tanto meno quello di Gheddafi. Poi non l’ha voluto “disturbare”, salvo mollarlo quando gli è parso definitivamente fuori gioco, dopo la secessione della Cirenaica e il voto unanime del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Eppure, per anni, lo ha accreditato come un interlocutore affidabile, consentendogli di umiliare l’immagine dell’Italia per ingigantire la propria e di reclamare i meriti di vendicatore del passato coloniale. Gli ha fatto da spalla, come negli sketch dell’avanspettacolo, lasciando il campo alle divise del Colonnello e a quelle delle sue amazzoni e rimanendo umilmente a disposizione delle sue mattane. A vederli – l’uno divertito, l’altro suo malgrado compiacente –  sembrava che, sul palcoscenico della storia, all’Italia spettasse la pena del ridicolo e alla Libia il risarcimento dell’oltraggio, come se a doversi sdebitare della violenza perpetrata nello “scatolone di sabbia” fosse ancora soltanto l’antico invasore e non il tiranno, che da oltre quarant’anni dettava il proprio ordine alla jamahiriya socialista.

Gheddafi appartiene ormai al passato della Libia, anche se continua ad ingombrarne il presente, in una guerra di posizione che rischia di trascinarsi a lungo. Non per questo, però, appartiene al passato del Cavaliere e della sua politica. Al loro rapporto, per come è stato da entrambi coltivato e corrisposto, occorre continuare a guardare come ad una minaccia presente. Del significato della liason dangereuse che ne ha congiunto le immagini, ma non i destini, occorre fare tesoro, per capirne, anche rispetto al futuro, le ragioni e i pericoli.

Un “rischio Gheddafi” continuerebbe comunque ad incombere sulla politica italiana, anche se il Colonnello finisse domani sul banco degli imputati del Tribunale dell’Aja. Il “bacio dell’anello” non è un tributo personale reso ad un dittatore, ma una categoria della politica berlusconiana. E’ un gesto che dice molte più cose di Berlusconi che di Gheddafi, così come l’appeasement verso Hitler illuminava più pienamente “l’anima” della resa franco-inglese che il senso dell’espansionismo tedesco.

L’opportunismo e il reciproco vantaggio, con cui si vorrebbe spiegare l’insistenza dell’uno e la condiscendenza dell’altro, non offrono una risposta, ma pongono, in altri termini, la stessa domanda. Perché Berlusconi riteneva opportuno consolidare il rapporto con il Colonnello? Cosa pensava di guadagnare? E chi e dove avrebbe di più, a suo parere, guadagnato?

Quando potrà farsi una storia dell’Italia del Cav. – ricostruendo tutti i “materiali” di cui l’immaginario berlusconiano ha nutrito quello del Paese e la sua coscienza delle cose – sarà chiaro che, per misurare la distanza tra il Berlusconi migliore e quello peggiore, serviranno in primo luogo le “mappe” della politica internazionale, l’intreccio delle amicizie e delle complicità, delle inimicizie e delle solidarietà di un leader che, non meno di due mesi fa, rivendicava non soltanto solide relazioni politiche, ma una “amicizia vera” con “Mubarak e la sua famiglia, col presidente Bouteflika, mio coetaneo, con il leader della Libia e con Ben Ali, presidente della Tunisia”.

Se al primo Berlusconi occorrerà riconoscere la nobiltà dei fini e la scarsezza dei mezzi, al secondo bisognerà contestare il contrario: l’aver perseguito al meglio gli scopi peggiori, l’aver assistito con larghezza di risorse e di impegno la stessa politica estera che, venticinque anni prima, dopo il dirottamento dell’Achille Lauro, aveva convinto i leader socialisti e democristiani a liberare l’assassino di Leon Klinghoffer, come atto di disponibilità nei confronti delle masse arabe e della leadership palestinese.

Dopo decenni di politica estera compromissoria, a cavallo del confine della cortina di ferro, Berlusconi era arrivato sulla scena, pochi anni dopo la caduta del Muro, sdoganando un orgoglio occidentalista, che in Italia aveva ben pochi precedenti, se non nell’atlantismo lamalfiano. Ma uscirà di scena forte di amicizie impresentabili e di una politica estera fondata sul compromesso tra le istanze isolazioniste della Lega e gli interessi lobbistici di alcuni campioni nazionali, interessati a lucrare il “dividendo dell’amicizia” su quei tavoli in cui non è il mercato, ma la politica, a stabilire chi vince e chi perde.

Sbaglierebbe chi cercasse o pensasse di trovare un filo che lega il Dr. Jekyll, pronto ad offrire, dopo l’11 settembre, una sponda all’internazionalismo democratico americano e a seguirlo nelle avventure e disavventure afghane e irakene, e il Mr. Hyde che, pochi anni dopo, accusa l’opposizione di avventurismo per il suo “pregiudizio democratico” e giunge a rimproverare alla sinistra “l’invasione” del Kosovo senza l’autorizzazione del Parlamento. Tra il Berlusconi del “prima” e quello del “dopo” c’è solo la continuità del personaggio berlusconiano, non quella della rappresentazione. C’è una continuità di potere, non di politica.

Perché all’umanesimo universalista e alla persuasione circa l’insegnabilità della “virtù democratica”, Berlusconi ad un certo punto oppone la difesa “realistica” dell’interesse nazionale e l’insofferenza verso ogni considerazione di diritto? Perché il problema dei diritti umani e della libertà politica come fattore di ordine e di stabilità globale cessa di essere la “stella polare” della politica e della retorica del Cav.? E perché oggi appare così poco seducente agli occhi del Partito della Libertà lo spettacolo della libertà – come aspirazione umana, come necessità morale – che torna a farsi motore dei processi politici globali, a partire da quella sponda meridionale del Mediterraneo dalle cui piazze non ci saremmo attesi altro che violenza anti-occidentale e paranoia anti-semita?

L’alternativa tra l’idealismo e il realismo politico, che distingue, dal punto di vista scientifico, l’approccio alla materia delle relazioni internazionali, ha ben poco a che fare con il “trasformismo” della politica estera berlusconiana, che, più che per l’adesione ad un principio d’azione – realistico o idealistico che sia – si caratterizza per un’impressionante capacità mimetica, di identificazione con le posizioni di qualunque interlocutore.

In termini strategici, ad una politica estera efficiente corrisponde il rafforzamento della posizione relativa di un Paese in rapporto ai propri concorrenti. Per Berlusconi, che ha dato, come è ovvio, una interpretazione molto “personale” di questo principio, a contare è stato il rafforzamento della propria posizione rispetto ai propri competitors politici interni. Non c’è da sorprendersi, dunque, che adattandosi ai nuovi equilibri dell’ordine globale e al tramonto del “primato americano” la politica estera berlusconiana abbia nel giro di pochi anni spostato il proprio baricentro ben oltre quella che, fino a pochi anni prima, sarebbe stata la frontiera nemica. Putin, Nazarbayeve e Lukashenko hanno cessato di essere “comunisti” nel momento in cui, nel sistema delle relazioni internazionali, si sono resi disponibili a consolidare la centralità berlusconiana.

Se ha senso parlare di “indifferentismo” la definizione di certo si presta a descrivere il prêt-à-porter della politica estera berlusconiana. E se all’indifferentismo si associa un attitudine sinistramente nichilista – come non mancano di spiegarci i “maestri di camera” dell’etica pubblica berlusconiana – l’ombra nichilista accompagna anche la “vera amicizia” tra Berlusconi e Gheddafi.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

2 Responses to “Politica estera prêt-à-porter: che disastro…”

  1. Piccolapatria scrive:

    Mentre B. faceva il baciamano con spettacolo scenico urtante, ma nell’omaggio all’infido personaggio si trovava in buona se non migliore compagnia. Infatti giova ricordare che la Libia era parte attiva all’ONU nella salvaguardia dei “diritti umani” e la designazione era avvenuta per merito riconosciuto unanimamente. Gheddafi anche allora non era un capo democratico rispettoso della libertà e dei tanto conclamati diritti, si comportava da despota feroce con gli oppositori e lo si sapeva ma si faceva un bel non vedere per ragioni “superiori” . Ora,all’ONU ci si sveglia con l’estromissione della Libia dall’inopinato incarico; il tiranno sta per essere abbattuto dalla sollevazione di un popolo furente che, non è arduo pensare, è sostenuto e ispirato da una qualche forza oppositrice di cui non si ha al momento effettiva chiarezza. Nè tantomeno è così certa la “dipartita” , Gheddafi non è Caesescu.

  2. francesco scrive:

    Gheddafi è stato per l’italia un male necessario, così come nei primi anni 80 lo era saddam Hussein per gli stati uniti. Saddam ha “gasato” la popolazione curda nel nord dell’irak, gheddafi ha fatto strage di suoi oppositori in cirenaica. nonostante ciò le potenze occidentali hanno fatto affari con entrambi i dittatori.
    Non abbiamo autosufficienza energetica, abbiamo necessità di gas e petrolio pertanto è opportuno siglare accordi anche con paesi dove la democrazia è ancora un miraggio. Vero che ci sono modi e modi di intrattenere rapporti e siglare “accordi di pace e di amicizia”, ma noi siamo il paese di macchiavelli “il fine giustifica i mezzi”. Se le imprese italiane possono fare affari con la libia a me non crea alcun problema di coscienza. Non so cosa accadrà dopo la caduta del regime instaurato da gheddafi. Da italiano spero che la nostra diplomazia e le nostre imprese siano in prima linea per far sì che si possa continuare ad essere interlocutori privilegiati con un paese detentore di materie prime a noi necessarie. Per non parlare poi dei problemi connessi all’immigrazione clandestina, ma questa è un’altra storia.
    cordialmente
    francesco

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