– Come è noto, sabato scorso il Presidente del Consiglio ha effettuato uno dei suoi consueti, e ormai noiosi, show calibrati in base al suo momentaneo uditorio (saremmo curiosi di sapere cosa sarebbe capace di dire ad una platea di comunisti riformatori filoberlusconiani). In particolare, onde evitare fraintendimenti, egli ha testualmente affermato che “libertà vuol dire avere la possibilità di educare i propri figli liberamente, e liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori”.

Inevitabilmente, sono piovute le reazioni, in parte anch’esse scontate e noiose.
Avendo il privilegio di potere esprimere il nostro pensiero al di fuori dal gioco delle parti che, troppo spesso, condiziona il dibattito pubblico, anche sul tema della scuola ci limiteremo a svolgere alcuni spunti di riflessione generale che ci sono stati sollecitati dalle parole sopracitate.

In primo luogo, l’occasione dell’intervento (congresso dei cristiani riformatori) chiarisce che per l’attuale maggioranza la libertà di educazione inizia e finisce con il problema dei finanziamenti pubblici alle scuole cattoliche, cioè non è un problema né di libertà né di istruzione.

In secondo luogo, la seducente efficacia retorica pseudo-liberale berlusconiana è contraddetta da una lunga stagione politica che ne evidenzia la strumentalità. Inoltre, l’attuale deriva anti-istituzionale rileva, al di là degli altisonanti proclami, la sua effettiva estraneità alla tradizione costituzionale liberaldemocratica. In definitiva, l’afflato liberale berlusconiano esiste solo nella dimensione retorica.

In terzo luogo, l’assurda, e surreale, accusa di indottrinamento ideologico della scuola pubblica  forse tradisce un’aspirazione. D’altronde non ci sorprenderemmo, sia per le frequentazioni cui ci ha abituati (sono pochi a potersi vantare dell’intima amicizia di un dittatore che potrebbe essere deferito alla corte penale internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità), sia per il capolavoro di Adro, mirabile esempio di una scuola libera, laica, plurale, sobria ed economicamente efficiente.

Allora, forse, è questo ciò che Berlusconi sogna: una scuola ideologicamente o confessionalmente orientata dove inculcare i giusti principiça va sans dire, i suoi – gestita in modo imprenditoriale da privati, ma i cui costi gravino sulle finanze pubbliche (nel nostro paese è, infatti, molto diffusa la categoria politica del liberale coi soldi pubblici).

Per quanto ci riguarda, nel nostro deludente passatismo, restiamo ancora affezionati ad una scuola che si ostina a volere ancora avere la pretesa di essere una palestra di pensiero, convinti che  “i meccanismi della costituzione democratica sono costruiti infatti per essere adoprati non dal gregge dei sudditi inerti, ma dal popolo dei cittadini responsabili: e trasformare i sudditi in cittadini è miracolo che solo la scuola può compiere.” (Calamandrei).