Ma questo PDL non sa più che cosa vuole

di BENEDETTO DELLA VEDOVA – da Il Secolo d’Italia di martedì 1 marzo 2011 – Che fare nei prossimi due anni di legislatura (salvo piacevoli sorprese, a cui saremmo comunque prontissimi)?  Ci vorrà molto equilibrio, quello che sembra ormai mancare ad altri. Al Presidente del Consiglio, ad esempio, che appare impegnato nel tentativo spasmodico di mantenere alto il livello dello scontro, ora con la magistratura ora con il Quirinale, pur di evitare che la maggioranza eterogenea e politicamente fragile, che ha raggranellato in queste settimane, debba impegnarsi in un confronto politico di merito, dal quale difficilmente uscirebbe viva.

La strategia è chiara: trovare continui motivi per alzare la tensione, gridare all’accerchiamento e in questo modo serrare le fila. Ma non è il “nemico esterno”, per quanto ossessivamente descritto nei suoi caratteri diabolici, a potere infondere nella maggioranza un senso dell’unità positiva, e non solo negativa, costruttiva e non puramente antagonistica. Il PdL sa ciò che non vuole – darla vinta a Fini e all’opposizione tutta – ma non sa più quello che vuole, né, soprattutto, quello che può. Così ostenta una compattezza granitica e descrive scenari di “grande riforma”, sui temi istituzionali e della giustizia, ma per approvare una semplice risoluzione parlamentare, come accadrà domani sul federalismo, dovrà mettere la fiducia per sedare il “malpancismo” delle componenti più ostili alla Lega.

Futuro e Libertà ha subito qualche forte scossone nelle ultime due settimane, ma, ritrovata l’unità di intenti, ora ha davanti a sé il tempo per presentare la propria alternativa, politica prima ed elettorale poi, in primo luogo agli elettori di centrodestra. La competizione sarà di idee e di credibilità e si fonderà sulle ragioni che ci avevano portato due anni a fa a costruire – anzi, a pensare di costruire – anche in Italia un grande partito della destra liberale e moderata europea. Quelle ragioni sono intatte, di quella costruzione non esiste più nulla, neppure il PdL, derubricato – più di quanto non fosse la stessa Forza Italia –  a partito “contorno” del Cavaliere (copyright Vittorio Feltri).

Sarà una sfida vera, senza rete: una traversata del deserto a piedi, è stato detto. Bene, attrezziamoci. Lavoriamo concretamente per evitare che le televisioni, in particolare quelle pubbliche, diventino strumento di lotta politica, militante e di parte, più di quanto già non siano. A quanti dicono: “…ma anche la sinistra occupava la Rai”, ricordiamo che l’obiettivo era di fare meglio, non peggio dei nostri predecessori, di “liberare” la Rai e i contribuenti dal costo della faziosità politica, non di occupare i palinsesti con le “nostre” bandiere.

Sulla politica internazionale, a partire dalla crisi libica, il Governo potrà contare sull’impegno leale di Futuro e Libertà. Il giudizio su quanto fatto fino ad ora non può ostacolare la collaborazione, ma proprio per questo deve essere netto: c’è una differenza precisa, per dirla con The Economist, tra l’engagement e l’endorsement, cioè tra gli accordi con un regime autocratico e il sostegno diretto alla propaganda di un dittatore. L’errore di questo Governo è stato quello di aver confuso i due piani e di aver sponsorizzato Gheddafi presso l’opinione pubblica internazionale e libica, senza neppure avere la forza di chiedere la riapertura dell’ufficio dell’Onu per i rifugiati.  Si poteva firmare il trattato e mantenere un atteggiamento dignitoso e nessuno ancora ci ha spiegato perché si è persa invece la misura. Non è il senno di poi: le cose erano chiare da subito, e infatti fummo in molti, anche nel centrodestra, a non votare la ratifica del trattato.

Sulla crisi economica, che c’è e resta acuta nonostante la retorica dello “stiamo meglio degli altri”, saremmo pronti ad un confronto; ma su qualcosa di concreto, non sulla “palla in tribuna” della modifica all’articolo 41 della Costituzione, che oggi è solo un diversivo. Lavorasse, piuttosto, il governo la legge annuale sulla concorrenza, che nel 2010 si è “dimenticato” di presentare. Abbiamo cercato di migliorare il federalismo municipale e così faremo sui decreti che ancora ci attendono, ma è chiaro che quel dossier ha ormai un paradossale destino extraparlamentare.

Lavoreremo anche per evitare che i temi etici vengano usati strumentalmente per “colpire” o “dividere” o “stanare”. Ci sono valutazioni diverse tra noi, come è sano e fisiologico che vi siano, ma, ad esempio, sul cosiddetto testamento biologico proveremo a trovare una posizione comune. Saremo certamente uniti, però, nel respingere al mittente il tentativo grottesco di usare il fine vita come terreno per consumare scontri politici, anziché dare risposte equilibrate ai malati, ai medici e alle loro famiglie. Oltre il Governo e l’opposizione di oggi, però, c’è il futuro dell’Italia: questo è il nostro impegno.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

2 Responses to “Ma questo PDL non sa più che cosa vuole”

  1. luigi zoppoli scrive:

    Capisco il senso dell’articolo. Vorrei però far osservare che con berlusconi bisogna fare i conti fino a che sarà, legittimamente, nell’arena politica. Detto questo, dati gli anni che precedono, tra l’oggi ed il futuro dell’Italia c’è un grande ostacolo: berlusconi.

  2. lodovico scrive:

    “Non è la specie più forte che sopravvive né la più intelligente, ma quella più ricettiva ai cambiamenti”.
    Charles Darwin

Trackbacks/Pingbacks