L’Irlanda volta pagina. Ed archivia il bail-out

– Venerdì l’Irlanda è andata al voto per eleggere la nuova camera bassa (il senato non è elettivo). In seguito agli aiuti dell’Ue, Brian Cowen, che ultimamente guidava un dicastero monocolore Fianna Fàil dopo che i Verdi gli avevano tolto l’appoggio, si è dimesso perché ormai consapevole che gli irlandesi avevano voltato le spalle (con qualche ragione) a lui e al partito-guida della nazione. Pesantemente sconfitto il partito al governo, vince il Fine Gael (affiliato al Ppe) come largamente previsto.

La débâcle del Fianna Fàil era talmente prevista che il risultato, rivoluzionario, non desta scalpore. Il Fianna Fàil, da primo, è diventato il terzo partito. Superato sia dai popolari del Fine Gael sia dal Labour. E a sinistra ha avuto uno storico successo il Sinn Féin, che mentre nelle contee dell’Irlanda del Nord è determinante, nella Repubblica ha sempre avuto un ruolo marginale. Il suo leader Gerry Adams, infatti, s’era dimesso dal suo seggio a Westminster (mai occupato perché rifiuta di giurare fedeltà alla Regina) a cui lo elegge la gente di West Belfast dagli Anni 80 per partecipare alle elezioni della Repubblica. Occorre precisare che questa possibilità è concessa dalla Costituzione irlandese, che considera cittadino della Repubblica chiunque sia nato nell’isola (art. 9), pur con alcuni limiti (non retroattivi) dal 1999, quando entrò in vigore il Good Friday Agreement.
Gerry Adams ha trionfato nella contea di Louth, e in generale il SF elegge deputati anche in collegi inaspettati, come Dublin Central e Cork East.

Il successo del Sinn Féin
mette in ombra i quattro deputati conquistati dai socialisti e dal “People Before Profit Party”, che correvano sotto il simbolo della neonata United Left Alliance.

Il Fianna Fàil al contrario fallisce tutti i suoi principali obiettivi, nonostante un ricambio dei candidati: un quarto dei suoi deputati non si è ripresentato, e tra questi spiccano il premier uscente Brian Cowen (nonostante la gente nel suo collegio fosse pronta a votarlo in massa, non si sa bene in base a quale ragionamento politico), l’ex ministro Dermon Ahern, il suo omonimo (ma non parente) ex primo ministro Bertie Ahern  (padre della scrittrice “rosa” Cecelia), l’ex ministro Mary Wallace.

Nelle ultime e penultime elezioni, il FF è stato sovra-rappresentato grazie alla capacità dei suoi candidati di attirare seconde o terze preferenze presso elettori di altri partiti. Ora tutt’altra storia: il FF non è primo in alcun collegio, e solo Niall Collins (a Limerick, dov’era però l’unico candidato del partito) è il più votato di tutti. Per di più, i candidati del FF non hanno quasi mai beneficiato della trasferibilità dei voti.
Escono dal parlamento anche alcuni ministri uscenti come Mary Coughlan, Martin Mansergh, Mary Hanafin e Barry Andrews.

Ancor peggio è andata ai Verdi, che avevano ritirato l’appoggio al governo nei mesi scorsi: da sei a zero deputati.
Infine Noel Grealish, l’unico superstite dei Progressive Democrats, il partito liberale sciolto due anni fa, si è candidato come indipendente anti-Fianna Fàil in uno dei tre collegi in cui, mentre scriviamo, si stanno ricontando i voti, ma la sua elezione è certa. L’ex ministro della salute Mary Harney (anche lei ex PD), invece, si è ritirata dalla politica.

Conforme alle aspettative il risultato del Fine Gael, legato al Ppe, che ottiene il 36,1% delle prime preferenze e ottiene più di 70 seggi su 166. Abbastanza perché il suo leader Enda Kenny, uno dei vicepresidenti del Ppe, assuma il ruolo di Taoiseach. A metà dello spoglio circolavano voci insistenti su un monocolore Fine Gael, con l’appoggio di alcuni dei (finora) 13 indipendenti eletti. Ma il Fine Gael dovrebbe fermarsi a 75 seggi, e non tutti gli indipendenti sono moderati: alcuni sono dichiaratamente di sinistra, ad esempio ex laburisti, altri intendono curare essenzialmente gli interessi dei loro collegi.

Con un monocolore l’Irlanda avrebbe avuto un governo più sicuro della sua linea politica, ma i numeri non sono sufficienti.
Un’alleanza con il Labour invece garantisce solidità al dicastero di Enda Kenny, con l’incognita della linea politica, giacché (nonostante il risultato fosse largamente prevedibile, compresi i rapporti di forza) i due partiti in campagna elettorale non solo non hanno dialogato ma, in alcuni casi, hanno anche polemizzato tra loro. Se questo ha permesso al Labour di crescere percentualmente ancor più del Fine Gael, ora il dialogo si fa complesso.

La maggior distanza tra i due partiti ruota intorno alla riforma del sistema sanitario. La sanità costa all’Irlanda 20 miliardi all’anno e il dato è in crescita. Il Fine Gael propone un sistema simile a quello olandese, basato sulle assicurazioni private (che in Olanda offrono costi molto competitivi ai pazienti) e vorrebbe legare il finanziamento degli ospedali all’effettivo numero di pazienti. Il Labour concorda solo sull’introduzione di un sistema basato sulle assicurazioni, ma intenderebbe assegnare a una futura assicurazione pubblica un ruolo quasi monopolistico.

Anche sulle imposte i due partiti hanno idee differenti: il Fine Gael è intenzionato a mantenere le due aliquote attuali (20% e 41%) dei redditi delle persone, nonché il famoso 12,5% sui profitti delle imprese che tanto bene ha fatto al Paese. Il Labour ha apertamente dichiarato di voler aumentare l’aliquota più alta dei redditi delle persone e di voler introdurre una sorta di Ici a partire dal 2014, su cui il Fine Gael si è mostrato assolutamente contrario proponendo invece una tassa locale sulle vendite immobiliari.
E nel campo dei diritti civili, il Labour ha espresso il desiderio di indire un referendum popolare sui matrimoni gay, che il Fine Gael non potrà accettare.

Naturalmente però questa era campagna elettorale. Alla prova dei fatti, tutti gli osservatori riconoscono al Fine Gael il diritto ad avanzare innanzitutto le proprie proposte di policy, e le consultazioni per il nuovo governo dovrebbero assegnare al Labour un ruolo marginale nell’alleanza.

Sebbene la compagnia aerea di bandiera, Aer Lingus, segni un ritorno ai profitti nel 2010, l’Irlanda è il Paese europeo con l’inflazione minore: 0,2% a gennaio. Il che significa un Paese fermo, peraltro con salari in discesa anche per il taglio degli stipendi ai dipendenti pubblici deciso dal Fianna Fàil a fine 2010. I commercianti non sanno più come vendere i loro prodotti e, con l’aumento dell’Iva fino al 23% entro il 2014, che i vincitori delle elezioni non mettono in discussione, sarà anche peggio.

Molto ruota intorno agli 85 miliardi di euro che l’Ue e il Fmi hanno recentemente concesso all’Irlanda. Fine Gael e Labour sono intenzionati a rinegoziarli. Ritengono che gli aiuti dell’Ue e del Fondo Monetario pongano le basi per una mancata crescita futura dell’economia del Paese, e si riferiscono in particolare al tasso del 5,8% giudicato punitivo, ma anche al fatto che il piano di salvataggio ha messo in un unico “pentolone” le esposizioni dello Stato e quelle delle banche. Le banche, appunto: da privatizzare per il Fine Gael (chiudendo al più presto l’Anglo Irish, la peggiore e la prima di tutte a entrare in crisi), da tenere in mano allo Stato per il Labour. Che critica muscolarmente anche il piano d’austerity imposto dall’Ue e collegato agli aiuti. Se ci costringono a tagliare e basta, risponde il leader laburista Eamon Gilmore, come possiamo investire nell’economia per farla crescere?

La partita si giocherà in fretta: a fine marzo è previsto un summit europeo in cui il nuovo Taoiseach Enda Kenny cercherà di convincere i partner europei a sedersi intorno a un tavolo. L’Ue per il momento risponde chiedendo al nuovo governo di rispettare gli impegni circa l’austerity, e sul tasso del 5,8% il Commissario agli Affari Economici, Olli Rehn, ha dichiarato: “Quella dei tassi di interesse è una questione chiave e mi aspetto che venga valutata in una prospettiva globale di stabilità finanziaria della zona euro e di sostenibilità del debito di tutti gli Stati membri”. Non proprio un’apertura, ma quasi.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

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