– Silvio Berlusconi, parlando sabato scorso ad un convegno dei Cristiano-Riformisti, si è schierato a favore della libertà di scelta dei genitori in campo educativo ed ha espresso critiche nei confronti dell’attuale scuola pubblica. Da un punto di vista liberale, le parole del premier non possono che essere condivise, in quanto la libertà di educazione rappresenta da sempre uno dei capisaldi della libertà individuale ed una trincea contro il prevalere di concezioni stataliste e massificanti.

Va riconosciuto, del resto, che la retorica di Berlusconi è sempre quanto mai efficace nel toccare le corde dei liberali e questa è la ragione per la quale tanti sostenitori della libertà di mercato gli hanno dato fiducia nel tempo ed in qualche caso continuano a dargliela tuttora. Tuttavia, in questo come in altri ambiti, è legittimo chiedersi cosa è stato davvero fatto dagli esecutivi di centro-destra per cambiare le cose e per fornire agli studenti reali alternative alla scuola pubblica. In realtà molto poco ed anzi quello che più oggi si nota è il sostanziale abbandono da parte del PDL di uno dei temi che più avevano caratterizzato in positivo la proposta politica di Forza Italia negli anni ’90, cioè il “buono scuola”.

Se qualche anno fa tale soluzione riusciva per lo meno ad entrare nel dibattito, oggi l’interesse pare del tutto scemato e persino il limitato esperimento lombardo – che buono scuola non era ma che si era cercato di spacciare per tale – è sostanzialmente giunto alla sua conclusione.
Gli ambienti cattolici della maggioranza, che almeno su questo tema in teoria avrebbero potuto essere i migliori alleati dei liberali, dei vouchers non parlano ormai più, probabilmente essendo giunti alla conclusione che è proprio lo “status quo” che massimizza gli interessi di breve termine delle  gerarchie cattoliche. L’attuale modello di istruzione, da un lato garantisce alla Chiesa, attraverso l’ora di religione, un diritto di tribuna nella scuola pubblica, dall’altro le conferisce il sostanziale monopolio della scuola privata – cosa che non sarebbe più scontata a fronte di una seria liberalizzazione del settore.

Il modello del “monopolio pubblico con parziale subappalto alla CEI” rappresenta, nei fatti, un “compromesso storico” accettato e difeso sia dal centro-destra che dal centro-sinistra. Persino la Lega, che ai tempi d’oro sognava di lanciare le “scuole padane” in risposta alla scuola statale, oggi si accontenta tutto sommato di apporre il Sole delle Alpi in qualche elementare pubblica. Eppure la nostra scuola di Stato vive una fase di evidente declino dal punto di vista degli standard e dall’effettivo esito sulla formazione degli studenti, pur a fronte di una spesa per allievo che resta in assoluto tra le più alte nel mondo.

La scuola monopolista appare irrimediabilmente appesantita, tanto dalle incrostazioni ideologiche che invecchiano i curriculum, quanto da un’allocazione delle risorse orientata al mantenimento di una sterminata schiera di personale docente e non docente, prima che al potenziamento dell’offerta formativa.Le tante riforme della scuola che ci sono succedute, anche quando animate di buona volontà,  non sono riuscite ad arrestare il progressivo degrado, né ci sono ragioni per supporre che vi possa riuscire la prossima – quale che sia il colore del governo che la promuoverà.

L’unico modo di far funzionare nuovamente il sistema scolastico è quello di aprirlo ad un’effettiva competizione di mercato, per fare emergere una pluralità di progetti formativi alternativi e conferire alle famiglia l’opportunità di scegliere. In questo senso l’idea del buono scuola può rappresentare la via maestra, perché rende possibile una vera liberalizzazione del settore dell’istruzione, senza mettere in discussione l’universalità e la gratuità del servizio. Lo spirito è, infatti, quello di passare da un sistema dove i servizi formativi sono finanziati ed erogati dallo Stato ad un sistema in cui tali servizi sono ancora finanziati dallo Stato, ma sono erogati da una molteplicità di istituzioni private in concorrenza tra loro.

E’ bene, peraltro, rimarcare come il buono scuola rappresenti una soluzione ben distinta dal finanziamento della scuola privata così come è previsto attualmente, dato che questo quest’ultimo non presenta alcuna valenza liberalizzante e si limita a consolidare gli incumbent. Il meccanismo dei voucher non prevede, infatti, che lo Stato finanzi le scuole, bensì che siano le scuole a dover competere per farsi finanziare, attraverso i buoni, dai clienti finali che sono gli studenti. Insomma se la scuola è quello che è, non ci si può limitare a dar la colpa al “destino cinico e baro”. Sarebbe più utile, invece, riscoprire e rilanciare idee e soluzioni di segno coerentemente liberale.