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La differenza tra libertà e schiavitù

– Cos’hanno in comune Roberta de Monticelli, Lars von Trier e il gruppo rap emergente Onemic? Che ci parlano, con voci molto diverse, della differenza tra libertà e servitù, del prezzo amaro della prima e dell’insinuante fascino della seconda, e di quanto nonostante tutto esista sempre un motivo per scegliere l’una rispetto all’altra.

Partiamo dalla filosofa e saggista, che nel suo ultimo lavoro “La questione morale” tratteggia la storia dei mali italiani partendo da lontano. In Italia c’è molto particulare e poco individuale: da secoli si celebra la capacità di portare avanti i propri interessi personali, insinuandosi con astuzia alla corte del potente di turno, e quando si può sostituendosi ad esso per poi rendere strumentale a tali interessi anche la cosa pubblica.
Questo comportamento nulla ha a che fare con l’individualismo, che – sottolinea la De Monticelli – non è affatto un abominio come vorrebbe parte della cultura nazionale. Caratteristica di chi insegue il particulare è il rifiuto di qualsiasi assunzione di responsabilità, l’intento di essere sempre il favorito, il privilegiato, l’eccezione; la regola, così come il vero, non ha alcuna importanza. Per ottenere la tutela del proprio orticello non è necessaria la libertà: il servo furbo è anzi in una posizione ideale, poiché ottiene molti vantaggi esponendosi a pochi rischi. Un individuo è invece “una persona moralmente autonoma”; il processo di sviluppo dell’individualità risulta nel “riconoscersi disposti a rispondere [delle proprie azioni] di fronte a chiunque abbia titolo per chiedercene ragione: ma dove è in questione la giustezza morale dell’azione chiunque ha questo titolo”. Che questo sia molto più difficile, molto più pericoloso della vita all’ombra di un potente, appare ovvio: è condizione necessaria, però, per la dignità delle singole esistenze e per la coesione della società.

Lars von Trier prende le mosse da una diversa realtà storica per svolgere considerazioni in parte affini. Il regista danese, nel suo film Manderlay, racconta con lo stile scarno scelto per la trilogia americana – nessun arredo di scena, solo uno sfondo con una schematica geografia dell’ambiente – la vita in una piantagione del Sud statunitense. Essa viene gestita seguendo la Legge di Mam, un artigianale manuale di psicologia che distingue i vari tipi di schiavi: c’è il “negro piagnone”, il “negro buffone”, il “negro orgoglioso”, e ciascuno va trattato in modo diverso per renderne massima la produttività. Sul finale si scopre che estensore del manuale non è, come tutti credono, la matriarca bianca: è invece il decano degli schiavi, una versione maligna dello Zio Tom. Egli mette al servizio dei padroni la propria esperienza, guidato dal desiderio di esercitare una forma di influenza, ma anche di mantenere uno status quo che lo mette al riparo dall’incertezza economica e sociale a cui devono invece far fronte i neri emancipati. Di nuovo, la scelta è tra viltà e libertà. Lo spettatore s’indigna istintivamente di fronte allo schiavo traditore dei suoi pari, e subito dopo il sussulto di coscienza emerge la vera questione: quanto costa l’integrità?

E i Onemic? Scrivono canzoni rap e sono autoprodotti, ma si allontanano dagli stereotipi deteriori che accompagnano l’una e l’atra cosa. Molti rapper infatti glorificano la violenza, parlando con orgoglio di rapine e stupri. E molte band prive di etichetta discografica rivendicano a gran voce la propria estraneità alla cosiddetta mercificazione dell’arte, proponendo nei loro brani il rifiuto del capitalismo. Invece, ecco una strofa dei tre giovani torinesi: “Ci sono stato in strada / voi fatela finita / pistole e droga tagliata sono un’alternativa / alla più banale e scontata, la vera fatica / un bimbo che si spaccia per uomo e affronta la vita.Ancora: “La vera gavetta / prima i primi e dopo gli ultimi in scaletta / la dedizione, lo studio in cameretta / oggi neanche a metà strada e ringrazio di averla scelta”. Non fanno mistero del fatto che amerebbero, nel gergo dell’ambiente hip hop, “svoltare”: avere un’etichetta, successo commerciale. Nel frattempo però sono fieri di se stessi, dei 15,000 fan su Facebook, del tutto esaurito ai concerti che organizzano da soli in tutto il Paese: “Noi senza il budget delle multinazionali / ma con la fame / e i testi sono culti nazionali”. Esaltano l’impegno, il lavoro, la determinazione: una rara manifestazione di forza motivante, piuttosto che distruttiva, nel panorama della musica indipendente. È un esempio vissuto, fuori dalle pagine dei libri, di individualità creative per cui l’autenticità viene prima dei vantaggi che si hanno cavalcando il gusto del momento, e proprio per questo potrebbe finire per influenzarlo.


Autore: Claudia Biancotti

Nata a Moncalieri nel 1978, é economista presso la Banca d'Italia. Studia i metodi statistici per le indagini campionarie, ma anche la distribuzione del reddito, l'economia della felicitá e un po' di neuroeconomia. DISCLAIMER: Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza.

6 Responses to “La differenza tra libertà e schiavitù”

  1. Pietro M. scrive:

    Bell’articolo.

    A me non stupisce per niente che la possibilità di vivere a spese altrui generi una mentalità fiera del servilismo. La debolezza corrompe: per stare in pace con sé stessi, occorre inventarsi una mentalità che salvi la propria autostima e giustifichi la propria acquiescenza.

    E una volta fatto questo, non è più possibile *concepire* l’essere liberi, perché la cultura si è perfettamente aggiustata alla “forza normativa del fattuale”.

    La possibilità di vivere senza dover provare il proprio valore perché tanto “comunque paga pantalone” ha gli stessi identici effetti sui berlinesi, sui calabresi, sulla classe politica, sulle banche, sui dipendenti pubblici, sui ricercatori. Senza il pungolo della libertà, cioè della responsabilità, ci si adagia sugli allori, e se non si hanno allori, ci si accontenta di un piatto di lenticchie.

    Le proteste per la riforma universitaria sono una prova: migliaia di persone disposte a subire per anni la filiera a-meritocratica dello status quo senza alzare un dito (e in certe facoltà si parla di vere e proprie vessazioni), si mobilitano per protestare contro una riforma che probabilmente non sarebbe servita (servirà) a nulla. Ogni scarrafone è bello a mamma sua.

    L’unico modo per superare questa mentalità è la libertà, ma il suo principio è contrario alla cultura che si è stratificata e consolidata negli anni.

    Ben vengano questi esempi di mentalità costruttiva e attiva. Ma per come stanno le cose, verrebbero considerati “vittoriani”, “cowboy” o “individualisti egoistici”.

    Ne servono a migliaia, anzi a decine di migliaia, per iniziare un processo che potrebbe portare ad un cambiamento di mentalità. Bisogna capire qual è una massa critica per iniziare un circolo virtuoso, occorre proporre una visione della società che sostituisca il quietismo odierno, e occorre pensare a rimuovere le strutture sociali che rendono l’attuale cultura auto-replicantesi.

  2. Pietro M. scrive:

    Questo articolo ha colpito anche Di Giorgio:

    http://2909.splinder.com/post/24213558

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