Perché in Italia l’ateismo è un’eresia?

– Mala Tempora Currunt. L’acida e pungente dichiarazione di Gasparri riguardo alla religiosità di Fini rivela molto più di quanto un osservatore superficiale possa notare; non dobbiamo fare l’errore di bollarla come uno spot elettorale o – ancora – un semplice erigersi di barricate ideologiche. Al contrario, c’è molto di più. Quella frase mostra in tutta la sua desolazione un triste sepolcro imbiancato della politica e della società italiana.

Mentre in Inghilterra Nick Clegg ha portato dopo un secolo i Lib-Dem al governo professandosi ateo, l’Italia si vergogna del proprio pluralismo religioso e filosofico. L’ossequio della politica alla religione cristiano-cattolica è un conformismo ben sperimentato e – sino ad oggi –  di sicuro successo; una lenta processione che vede politicanti di ogni genere e tipo sfilare a messa, in prima fila, ben pettinati e abbigliati, preoccupati di venire inquadrati dalle telecamere nei momenti “salienti” della celebrazione. Beninteso, sono queste persone – che vedete inginocchiarsi con tanta foga, o composte in fila a ricevere il corpo di Cristo – le prime a spargere litri di benzina sul fuoco delle violenze, a spendersi in elogi a regimi autoritari come la Cina, a condannare e giudicare singoli individui in modo sprezzante e selvaggio, a non saper distinguere oltre una stucchevole e dicotomia bianco/nero. L’abbiamo sentito sino alla nausea: Noi partito della vita, voi partito della morte.

Ancor più scioccante è l’atteggiamento delle alte sfere vaticane; dimenticandosi in modo assai palese dell’Art.7 della Costituzione Italiana (Lo Stato e la Chiesa sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani), si preoccupano incessantemente di dispensare giudizi e valutazioni sull’operato politico del Parlamento Italiano mentre discute e vota determinate leggi. E che dire di una Chiesa che arriva ad appoggiare un governo, contestualizzando alcune sgradevoli e rozze uscite di alcuni suoi esponenti?

L’ateismo, oggi, è diventato un’arma elettorale da sfoderare contro chi ha il coraggio (coraggio che è proprio anche di alcuni veri cattolici e cristiani, beninteso) di staccarsi da questo stantio conformismo in modo assolutamente chiaro e onesto; un tabù (come l’essere omosessuali) ancora non completamente sconfitto, un don’t ask / don’t tell,  un qualcosa “da tollerare” a denti stretti. Lo si evince con lucida chiarezza da un vero e proprio sottobosco di posizioni (spesso partitiche) che lasciano trapelare un vero e proprio disprezzo per chi non è allineato e in riga.

La dichiarazione di Gasparri (che è quella di altri numerosissimi personaggi) è di carattere squisitamente sostanziale; e merita una lucida risposta sostanziale non solo da chi è ateo, ma anche di chi si professa agnostico o libero pensatore (o per dirla alla Fini, di chi non ha il dono della fede).

Ateo è colui che, non credendo in alcun concetto sovrannaturale, si sforza unicamente di lavorare per e a favore dell’uomo, hic et nunc. Rispondendo unicamente a quei principi che sono il rispetto dell’altro, la laicità e l’autodeterminazione del singolo.

Ateo è colui che innanzi a una proposta di legge sul testamento biologico (qualcuno ha detto ddl Calabrò?) che mutila la volontà del singolo in modo irrimediabile, preferisce una legge più sobria, che permetta a ogni individuo di scegliere autonomamente.

Ateo è colui che ammette la discussione su ogni tema e non bolla nessuno di “eresia”.

Ateo è colui che agisce nel rispetto della vita tanto quanto il Cattolico (o il Musulmano, l’Indù, l’Evangelico, lo Shintoista), ma seguendo un’ottica utilitaristica; tutto deve essere finalizzato all’interesse del singolo, ovvero a quella suprema stella polare della bioetica che è l’autodeterminazione del singolo, bilanciando in modo sapiente e attento più interessi.

Ateo è colui che non usa la religiosità come spot elettorale (richiamante tempi bui e polverosi), ma che si preoccupa di ascoltare ogni voce e ogni morale.

Ateo è colui che serba nel cuore il sogno di un paese alcova di ogni pensiero e religione, il sogno di una tolleranza sincera e genuina. E che lavora perché questo sogno di libertà e accoglienza si faccia realtà.

Ateo non è nulla di cui vergognarsi, carissimo Gasparri e carissimi fondamentalisti. E non comporta nessun disvalore. E’ – come tutte le altre correnti religiose e filosofiche – una conquista intellettuale, una suprema libertà di pensiero, il termine di un lungo percorso riflessivo e interiore che deve essere rivendicato orgogliosamente e pacatamente alla luce del sole e non mestamente – come alcuni vorrebbero – dietro le quinte, a spettacolo concluso.

P.S. Come avrete capito l’elenco di cui sopra è (fortunatamente) sovrapponibile; non è necessario essere atei (o agnostici) per credere nell’autodeterminazione del singolo o in quanto sopra scritto. Si può essere benissimo religiosi e al contempo laici, cioè rispettosi appieno della morale e della libertà altrui (non solo a parole, ma anche a fatti), votati alla realizzazione di questo sogno di accoglienza reciproca. Peccato che moltissimi dei nostri attuali politici italiani di  “fede cattolica” (se io fossi cristiano cattolico, mi incazzerei di questa rappresentanza cattolica) sembrano essersi dimenticati di questo piccolo particolare (come se ne sono dimenticati gli “atei dogmatici” e gli “atei devoti”, sia chiaro).


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

5 Responses to “Perché in Italia l’ateismo è un’eresia?”

  1. Francesco Manzella scrive:

    Non sarà forse semplicemente perchè tutti gli ismi portano con se quella radicalizzazione della visione di tutti i temi tra individui all’interno di una società?

  2. Michele Dubini scrive:

    Di per sé l’-ismo non comporta automaticamente la radicalizzazione del comportamento/idea/visione in questione; la questione si fonda sulla declinazione nel reale dell’-ismo, non (solo) sul significato che ha di per sé.

  3. GG scrive:

    Bravoo Michele! Bell’articolo! :) :)
    Ho notato anch’io che l’ateismo in politica è un po’ un tabù.
    Infatti i politici difficilmente, eccetto i radicali, si dichiarano espressamente atei. Se non sono credenti, si definiscono sempre “laici” o più specificamente “laici che riconoscono il valore storico-culturale della chiesa”. Dunque, nessuna differenza con i clericali nella bioetica.
    Del resto, è sconveniente andare espressamente contro la chiesa, che detiene quasi il monopolio morale ed etico del nostro paese. Questo monopolio è stato favorito anche dalla debolezza della cultura laica che è disomogenea e abbastanza elitaria. La chiesa cattolica(come tutte le religioni in generale) offre un sistema di valori certi e una visione del mondo molto chiara e “preconfezionata”, rifiutare la religione implica invece incertezza e la ricerca di un sistema di valori e di una visione del mondo alternativa. Pochi sono disposti a fare questa “ricerca”, sia nell’ambito privato che in quello pubblico/politico.

  4. fabrizio dalla villa scrive:

    Bisognerebbe chiedersi quanti, tra coloro i quali si professano cattolici, siano realmente praticanti, osservanti e pronti a sostenere con le proprie azioni, il proprio pensiero, gli insegnamenti di Cristo. Spesso abbiamo cristiani battezzati, che sono arrivati fino alla cresima e poi hanno rimesso piede in chiesa in occasione del matrimonio. Poi, naturalmente chiederanno i sacramenti per i propri figli, senza tuttavia essere loro d’esempio cristiano, perché comunque così fa più “chic”.
    Quindi il problema non è se dichiararsi atei o meno; è semmai la distinzione più o meno sottile che esiste tra l’essere e l’apparire.

  5. David Valentini scrive:

    Bellissimo articolo: la pura verità! E complimenti anche al signor Dalla Villa che ha azzeccato in pieno l’ipocrisia e l’assoluta incoerenza di milioni di cattolici italiani. Guardate le TV di Berlusconi che la domenica mattina ti fanno vedere la Santa Messa e il lunedì sera il….. “Grande Bordello”…. oops, pardon, volevo dire, il “Grande Fratello” (negazione di ogni valore cristiano e sociale autentico e puro!).
    Io sono un ragazzo cristiano e di sinistra, ma detesto la maniera con cui pseudo-religioni come cattolicesimo, ortodossia e islam radicale usano il nome sacro del loro Dio e manipolano ad hoc i loro testi sacri – quasi facendoli diventare leggi ad personam ante litteram – per arricchirsi e mantenere e acquistare consenso da parte di una massa popolare da loro “drogata” e resa così inconsapevole e sfruttata nella sua ignoranza (violando così, per quanto riguarda cattolici e ortodossi, il comandamento: “Non nominare il nome di Dio invano!”).
    Ora basta: la Chiesucola di Oltretevere ha stufato; è ora di formare un’alleanza a tema tra riformisti del PD, radicali, Vendola, socialisti, comunisti e le destre liberali come la vostra – cui auguro un giorno di diventare la rappresentante maggioritaria della destra italiana, così come già da sempre avviene nel Regno Unito, nel Benelux e in Scandinavia – fatta al solo ed esclusivo scopo di approvare leggi giuste e moderne sui temi etici e di vera e autentica riforma in senso moderno e libertario del nostro diritto delle persone, di famiglia e delle successioni, perché i primi due libri del nostro Codice civile che ne trattano hanno contenuti anacronistici, discriminatori e terzomondisti, (in)degni di uno stato religioso com’è l’Iran degli ayatollah, ma come è di fatto anche l’Italia del Cavaliere (e ciò che davvero conta è la sostanza, non la forma!)!

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