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Italia-Libia, la storia vera

– L’Italia è riluttante, più di tutti gli altri Paesi europei, nel condannare la repressione di un dittatore criminale come Gheddafi? Non dobbiamo stupirci. Anche se dovremmo, perché i ribelli libici ci potrebbero liberare da un nemico giurato del nostro Paese. Se non il più pericoloso. Eppure le nostre relazioni con il colonnello Gheddafi possono essere riassunte e spiegate come un lungo rapporto sadomasochista. Con l’Italia nella parte della vittima consenziente.

Non possiamo sottovalutare il torto italiano originario. Nostra colonia, o “quarta sponda” sin dal 1911, quando fu strappata al controllo ottomano, la Libia fu terra di guerra per 20 anni. Dal 1921 al 1931 le truppe del generale Graziani uccisero circa 60mila persone, in gran parte civili. 100mila furono i deportati. Il capo della rivolta senussita, Omar el Muktar (il “leone del deserto”) fu impiccato in pubblico.

Di acqua ne è passata sotto i ponti. Il regno libico divenne indipendente, di fatto, dopo la sua completa conquista da parte delle truppe britanniche, nel 1943, terzo anno della II Guerra Mondiale. Divenne anche ufficialmente indipendente nel 1951. A seguito della risoluzione Onu n.388 del 15 dicembre 1950, l’Italia e il Regno Unito di Libia (retto allora dalla monarchia dei Senussi) conclusero nel 1956 un trattato (ratificato con legge n. 843/1957) con il quale l’Italia acconsentiva al passaggio di proprietà di tutte le infrastrutture costruite dagli italiani in Libia e inoltre si impegnava a ripagare all’ex colonia i danni dell’occupazione.

Il regime di Gheddafi, contrariamente a quel che la sua propaganda spaccia, non scacciò gli italiani, ma re Idris, con un golpe militare, nel 1969. E siccome Idris era un alleato di ferro della Gran Bretagna (che ne aveva liberato il Paese) e privilegiava gli interessi petroliferi inglesi, secondo un gossip molto insistente sarebbe stata proprio l’Italia a sostenere, per non dire pianificare, il golpe di Gheddafi. Questa tesi storica non è mai stata confermata, ma avremmo di sicuro fatto un pessimo affare. Perché Gheddafi, per “ringraziarci”, scatenò una campagna di odio contro gli italiani ancora presenti in Libia. Gli oltre ventimila connazionali furono espulsi dal Paese nel 1970 e subirono la confisca di tutti i loro beni, in violazione del trattato italo-libico del 1956. Subimmo una perdita valutata in 3 miliardi di euro attuali. Risposte concrete? Nessuna. Nei successivi trattati stipulati fra Italia e Libia, compreso quello di “Amicizia e Cooperazione” del 2008, non si menziona neppure la possibilità di recuperare la perdita subita.

L’ideologia anti-italiana di Gheddafi è sempre stata militante e persistente. Il 7 ottobre, giorno della nostra cacciata, è stato sempre celebrato in Libia (almeno fino all’accordo del 2008) come “Giorno della Vendetta”. Un’overdose di propaganda all’odio contro il Bel Paese durante la quale le tombe degli italiani venivano sistematicamente profanate, le ossa dei nostri connazionali gettate ai cani. Gli imprenditori italiani che cercarono, in buona fede, di investire nel Paese arabo, furono sistematicamente ingannati. Alle loro rimostranze per il sequestro dei loro beni, la risposta delle autorità libiche era solo una: “Paga Badoglio”. Gli imprenditori italiani in Libia, organizzatisi nell’Associazione Italiana Rapporti Italia Libia (Airil) vantano crediti per 620 milioni di euro attuali. Nemmeno di questi si fa menzione nei vari accordi italo-libici, neppure in quello del 2008.

Se è vero che i governi democristiani italiani non hanno mai realmente protetto i diritti di proprietà dei nostri connazionali in Libia, non hanno neppure fatto grandi sforzi per proteggere la vita degli italiani e dei nostri alleati della Nato minacciati dal regime di Gheddafi. Sebbene il colonnello rivoluzionario fosse esplicitamente schierato dalla parte dell’Urss nella Guerra Fredda e vantasse il sostegno fornito a tutti i gruppi terroristici che combattevano contro i Paesi Nato (dall’Olp all’Ira), la politica seguita dal 1970 al 1986 fu sempre quella della “moglie americana e dell’amante libica”, come viene ironicamente descritto l’appeasement italiano.
Appeasement perseguito e rispettato a tutti i costi.

Nel 1980 un aereo passeggeri fu distrutto da un ignoto aggressore nei cieli di Ustica
. La tesi prevalente è che sia stato colpito per errore da un aereo francese o americano e questo spiegherebbe la volontà di insabbiare l’inchiesta in Italia. Ma potrebbe esserci anche una mano libica. Potrebbe essere stato un aereo libico, secondo una tesi ricorrente, ad aver violato lo spazio aereo italiano e poi ad aver usato quegli 81 passeggeri come scudi umani. Potrebbe essere stato un aereo libico (il Mig trovato distrutto nella Sila?) ad aver premuto il grilletto. Enrico Milani, siriano di nascita, cittadino italiano e interprete del controspionaggio militare, ha raccontato al giudice istruttore Rosario Priore di aver letto un messaggio trovato addosso al pilota, il 19 luglio 1980. Nel messaggio ci sarebbe stata un’auto-accusa: “Io sottoscritto pilota… colpevole dell’abbattimento e della morte di tanti…”. Queste testimonianze hanno portato al nulla. Ma è notevole la fretta con cui la pista di indagine libica è stata accantonata.

Se ci sono dubbi su Ustica, tutto è molto più chiaro nell’incidente di Lampedusa di appena 6 anni dopo. Gheddafi, nella metà degli anni ‘80, era in cima alla lista dei regimi sponsor del terrorismo internazionale. Il 5 aprile 1986 compì una mossa azzardata che avrebbe potuto costargli la vita. Attentatori massacrarono soldati americani in licenza nella discoteca La Belle di Berlino: 3 morti (2 dei quali sottufficiali statunitensi) e 230 feriti (fra cui 50 “yankee”). Gheddafi mandò un telex di congratulazioni all’ambasciata libica di Berlino. L’allora presidente americano Ronald Reagan ne ebbe abbastanza. L’Italia, evidentemente, no. Reagan decise di bombardare Tripoli. L’allora presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi salvò il dittatore. Giulio Andreotti lo confermò: “Sì, quell’attacco americano era un’iniziativa impropria” (sic!) – disse il 30 ottobre del 2008 partecipando a un convegno organizzato alla Farnesina – “e credo proprio che dall’Italia partì un avvertimento per la Libia”. L’ambasciatore Abdulrahaman Shalgam, in quella stessa occasione, confermò la storia: fu proprio grazie a questo avvertimento che probabilmente il leader libico

Muhammar Gheddafi si salvò. Craxi informò la Libia “due giorni prima del raid, forse l’11 o il 12 ci disse di stare attenti e che l’Italia non avrebbe permesso di usare il mare e il cielo” agli americani.
Il giorno dopo, 15 aprile 1986, Gheddafi ci “ringraziò” lanciando due missili Scud B contro l’isola di Lampedusa. Gli ordigni, fortunatamente (grazie allo scarso addestramento libico) caddero in mare. Gli esponenti del regime di Gheddafi non negarono mai di aver attaccato il territorio italiano. Il primo a rivendicarlo, 24 ore dopo, il 16 aprile 1986, fu l’ambasciatore libico a Roma, Abdulrahaman Shalgam: “I missili sono venuti dalla Libia, non abbiamo cercato di colpire l’Italia ma una base Usa”. La reazione militare italiana fu nulla. Niente più di un pattugliamento delle acque di Lampedusa (Operazione Girasole). Così commentava Andreotti, 19 anni dopo: “Di certo io non mi sono spaventato. La mia sensazione è che i missili furono lanciati, ma volutamente fuori bersaglio: non c’era nessuna volontà di causarci dei danni”.

Gheddafi ha sistematicamente e platealmente violato le promesse. Dopo l’accordo Dini-Mountasser del luglio 1998, primo passo verso la normalizzazione dei rapporti italo-libici, è iniziata la politica dei ricatti sull’emigrazione. In Libia non si muoveva foglia che non fosse controllata dal regime. I cittadini non erano liberi di uscire dal Paese, né di spostarsi liberamente al suo interno. Eppure, tutti i giorni, migranti africani partivano dai porti libici alla volta dell’Italia. Era abbastanza chiaro l’intento di provocarci una crisi umanitaria. Il “fenomeno” è proseguito anche dopo i primi accordi fra Gheddafi e Berlusconi nel 2004.
Due anni dopo quel primo abboccamento, nel 2006 Gheddafi scatenava ancora una campagna d’odio contro l’Italia. Il colonnello, sedicente “laico”, usò toni da jihadista, perché il ministro Calderoli aveva indossato una maglietta con la famigerata “vignetta satanica” di Maometto.

Con l’accordo stipulato dal governo Prodi nel 2007 l’Italia cedette sei motovedette a Tripoli per il controllo dell’emigrazione clandestina. Quelle stesse navi (con le nostre Guardie di Finanza a bordo) spararono senza alcuna giustificazione e in acque internazionali su un peschereccio italiano, l’Ariete, nel settembre del 2010. Cioè: a soli due anni dopo la firma del trattato di “Amicizia e Cooperazione” del 2008. Anche nel caso del peschereccio mitragliato: nessuna reazione da parte del governo italiano, pago di aver ricevuto delle scuse formali.

L’atto di ostilità libico di sei mesi fa è ancor più inspiegabile se si pensa che il Trattato di Amicizia e Cooperazione è vantaggioso soprattutto per Gheddafi
. E’ che ormai non c’era più nulla da ottenere con le minacce. Non solo il Trattato non chiede il rimborso dei danni subiti dagli italiani, ma il nostro governo si è impegnato a realizzare infrastrutture in Libia per un valore di 5 miliardi di dollari, tramite un esborso di 250 milioni di dollari all’anno per 20 anni. La compensazione comprende la realizzazione di diverse infrastrutture tra cui l’autostrada da Ras Jdeir a Assaloum, collegando Egitto con Tunisia attraverso la costa libica. Duecento abitazioni. Il pagamento delle pensioni di guerra ai libici che vennero impiegati in combattimento dal Regio Esercito Italiano. La creazione di un comitato di consultazioni politiche e di un partenariato economico. Il finanziamento di borse di studio per studenti libici. La fornitura di un radar per il controllo delle frontiere meridionali della Libia realizzato da Finmeccanica. Il 30 agosto 2008 è stata inoltre restituita la Venere di Cirene.
Sbagliano gli israeliani quando affermano che il loro è l’unico Paese disposto a subire un costante bombardamento (su Sderot e le città del Sud) senza reagire: l’Italia ha dimostrato, con la Libia, quasi altrettanta capacità di sopportazione. Gli israeliani, però, reagiscono con bombardamenti mirati. Gli italiani pagano il loro aggressore.

Come si spiega tanto masochismo? E’ interessante ripercorrere le date degli accordi e delle attività dell’Eni in Libia a cavallo di quegli anni. Nel 1966 (dunque: prima di Gheddafi) venne raggiunto un secondo accordo per la ‘concessione 100′, dove nel 1968 venne scoperto il campo giant Bu’ Attifel entrato in produzione nel 1972, (dunque dopo la presa del potere di Gheddafi e la cacciata degli italiani) dopo un accordo di joint venture con la National Oil Corporation (Noc, del regime di Gheddafi) a cui Eni cedette il 50% di tutti i suoi diritti e obblighi relativi alle due concessioni. Nel 1974, quattro anni dopo la cacciata degli italiani, fu concluso un contratto ‘Exploration and Production Sharing’ (Epsa 74) riguardante aree onshore e altre aree al largo di Tripoli di cui era titolare la Noc.

L’Eni, contrariamente alle altre aziende italiane spogliate dei loro beni in Libia, ha continuato a fare affari d’oro sulla “quarta sponda” ed è la principale beneficiaria della nuova “Amicizia e Cooperazione”. E’ stata proprio l’Eni a costruire l’unico gasdotto che unisce la Libia con l’estero. Il 16 ottobre 2007 con la Lybian National Corporation ha firmato un accordo che prolunga la presenza della società energetica italiana in Libia fino al 2042 e al 2047 rispettivamente per l’estrazione del petrolio e del gas. La rete di interessi italo-libici riguarda anche altre grandi aziende e banche. La banca centrale libica e la Lybian Investment Authority (fondo sovrano) hanno investito 2,5 miliardi di euro per acquisire circa il 7% di Unicredit, divenendo il primo azionista del primo gruppo bancario italiano. Il 7,5% del capitale azionario della Juventus è detenuto da Lafico. Lafitrade, insieme a Fininvest, controllano il 10% di Quinta Communications, società di Tarak Ben Ammar. Cesare Geronzi, patron di Generali, ha accolto anni fa la Libia nel patto di società di Banca di Roma (poi Capitalia), così come in banca Ubae. Il 14,8% di Retelit, società di telecomunicazioni, è controllato dalle finanziarie libiche.

Anche questi sono interessi degli italiani. Ma sul piatto della bilancia cosa pesa di più? I nostri connazionali espropriati, minacciati, aggrediti per 42 anni da un dittatore spietato che odia il nostro Paese, o l’interesse di alcune grandi aziende nazionali che, comunque, ci consentono anche di avere forniture di luce e gas? La risposta dei nostri governi è sempre stata chiara. E lo si vede anche ora, quando il dittatore sembra sul punto di cadere sotto i colpi di una rivolta interna, dall’imbarazzo e dalla più o meno espressa solidarietà a Gheddafi del nostro governo attuale. La risposta dei libici sarà altrettanto chiara. Se il tiranno cadrà, il nuovo governo vedrà nell’Italia il complice del colonnello. Se non cadrà… Gheddafi ha già dichiarato, nel suo furibondo discorso televisivo, che lo abbiamo tradito, armando i rivoltosi.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

7 Responses to “Italia-Libia, la storia vera”

  1. filipporiccio scrive:

    Grazie per l’ottima panoramica su questa tragica situazione.

  2. Carmelo Palma scrive:

    Una ricostruzione chiara e meritoria, che ben smentisce la tesi per cui Gheddafi sarebbe stato o sarebbe ancora il male minore.

  3. Pippo scrive:

    Signor Magni
    non ha provato a chiedersi come mai la cosidetta rivolta democratica ha improvvisamente interessato uno dopo l’altro tutti gli stati islamici che si affacciano sul Mediterraneo?
    E se si trattasse, honni soit qui mal y pense, veramente dell’espansione dell’estremismo di Alkaida ?
    Sul canale di Suez hanno già le mani, e quanto manca, se non ce le hanno già, a metterle su Gibilterra e a chiuderci in quel mare che una volta era “nostrum”?
    Per evitarlo i nostri vecchi hanno potuto disporre dei Carlo Martello a Poitier, dei Marcantonio Colonna, degli Andrea Doria, dei Sebastiano Venier e dei Barbarigo a Lepanto, degli Aviano e degli Eugenio di Savoia a Vienna, ma a noi sono rimasti i Prodi, i Dalema, i Franceschini, i Fini, i Bocchino, i Bersani, i Flores D’Arcais, gli Eco, i Davanzo, i Santoro, i Travaglio, i Di Pietro, un editore svizzero e, in caso estremo, la Procura di Milano e la dott. Bocassini.
    Sarà, ma non è escluso che il futuro ci metta di fronte a situazioni che ci facciano rimpiangere i Mubarak e perché no perfino i Gheddafi.
    Pippo il vecchio

  4. Stefano Magni scrive:

    @Pippo, c’è una fonte più che autorevole che sostiene la sua stessa tesi: Muhammar Gheddafi.

  5. Pippo scrive:

    Non voglio sostenere alcuna tesi ma ventilare la possibilità che si verifichi per la terza volta, Gheddafi o non Gheddafi, un ben definito ricorso storico.
    Comunque caro signor Magni, come dicevano i nostri vecchi, chi vivrà vedrà.
    Pippo il vecchio

  6. sbugiardo scrive:

    Questo articolo dovrebbe intitolarsi: Italia-Libia, la versione italiana della storia.

  7. alice scrive:

    ottimo articolo certo, ma mi sapete dire dove posso trovare la cronologia delle conquiste libiche italiane? dovrei fare un esame:)

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