di LUCIO SCUDIERO – Ascoltare il capo del governo – tra una chiama e l’altra alle armi contro il nemico di turno –  parlare di affari di governo è, oltre che noioso come fare la fila alle Poste, ridicolo come ascoltare un idraulico che parlasse di astrofisica.

Ieri il presidente del Consiglio, intervenendo agli Stati generali di Roma Capitale, in un passaggio del suo discorso trovava il modo per intonare il solito refrain del premier privo di potere reale, inibito nelle riforme dall’ostruzionismo connaturato al nostro sistema istituzionale. Al netto della lista dei meriti della propria azione di governo, Berlusconi ne ha avuto per il Capo dello Stato, “reo” di possedere la prerogativa di controfirmare ddl e decreti legge, e poi per quel pleonasmo che è il Parlamento, capace, tra bicameralismo e commissioni, di annichilire la vis riformista del nostro rivoluzionario in servizio permanente effettivo. Dimodoché, chiosava il premier, ciò che dal Consiglio dei Ministri esce come un “focoso destriero purosangue”, passate le forche caudine del Parlamento è restituito al volgo come un “ippopotamo”, snaturato delle virtù originarie.

Non è la prima volta, e non sarà l’ultima, che il presidente del Consiglio usa l’argomento dell’agente ostruente esterno (ora le istituzioni, ora i giudici, ora la crisi economica, ora la speculazione internazionale) per giustificare l’inconcludenza politica sua e del suo governo. Ma ogni volta questa tiritera esercita una presa sul pubblico, che voglio prendermi la cura di demistificare.

Il Cav., checché ne dica, non è un politico di primo pelo. In 17 anni di saliscendi dagli scranni del potere ha avuto, da un lato, il modo di sperimentare che riformare si può, anche a sistema istituzionale vigente, dall’altro l’occasione di cambiare il sistema istituzionale vigente.

Non si capisce perché oggi il Parlamento e il Presidente della Repubblica sarebbero un impiccio insormontabile, mentre non lo sono stati al cospetto di misure politicamente molto divisive eppure approvate come piaceva e pareva a lui. Di questa legislatura, ad esempio, ricordo il lodo Alfano (benché poi cassato dalla Corte Costituzionale); del precedente quinquennio berlusconiano (2001-2006) invece ricordo una riforma di sistema, quella del mercato del lavoro (il che fornisce la cifra dell’involuzione di Berlusconi, che negli ultimi tre anni ha costretto il paese e le istituzioni repubblicane a occuparsi solo dei suoi affari personali invece che dell’agenda di governo). Insomma, nonostante le pastoie di un sistema democratico parlamentare certamente superato e spesso surrogato a colpi di fiducia e decreti legge, riformare non è impossibile se c’è volontà politica di farlo. La verità è che una tale volontà c’è stata, e forte, per approvare il salvacondotto giudiziario al premier ed è mancata per le liberalizzazioni necessarie all’Italia o la riforma del fisco, tanto per dire delle prime due che mi vengono in mente. Insomma, volere è potere.

Ma quel che è peggio, soprattutto per i danni che ha prodotto e produce, è l’idea delle riforme istituzionali necessarie che Berlusconi inocula nell’opinione pubblica italiana. Chi scrive è tra coloro che ritengono che la nostra Costituzione vada incisa, e a fondo, tanto nella prima quanto nella seconda parte, quella che disciplina la distribuzione dei poteri tra le istituzioni repubblicane. Mantenendo saldo però un principio, che è quello che ispira le carte fondamentali di tutte le democrazie liberali: tutelare la libertà degli individui limitando il potere dei Governi. Ove per limitare si intende distribuire, regolamentare, assoggettare alla legge. E’ lo stato di diritto, la rule of law, il gioco per cui le regole contano più degli uomini. E invece, ogniqualvolta Berlusconi declama la propria impotenza istituzionale, si ha l’impressione che non voglia riformare la Costituzione, ma che voglia proprio farne a meno. L’esaltazione plebiscitaria della propria legittimazione abbinata all’insofferenza per ogni sorta di contropotere rendono impraticabile, perché pericoloso, qualsiasi tentativo di riforma costituzionale e tengono costantemente all’erta le istituzioni di garanzia vigenti, intorbidendo per giunta il gioco politico ordinario. Milleproroghe docet.