– Anziché cominciare dal basso, la maggioranza (con l’avallo di Tremonti) intraprende la politica di emancipazione del lavoro femminile a partire da un provvedimento riguardante le sole donne in carriera ad alti livelli, con buona pace di quante chiedono con forza concrete misure per facilitare l’ingresso di tutte le donne nel mondo del lavoro. Infatti, è in esame presso la Commissione Finanze del Senato un provvedimento volto a introdurre le quote rosa nei Consigli di Amministrazione delle società quotate in borsa, in emulazione al modello scandinavo che ha riscosso successo in molti paesi europei. Tra le decine di soluzioni con cui è possibile incoraggiare l’assunzione di personale femminile da parte di un’azienda, come agevolazioni fiscali o sostegni economici, la proposta di legge in questione opta per il più intransigente e illiberale. Il testo, infatti, prevede che nella composizione dei CdA vi sia una rappresentanza del sesso in minoranza pari ad almeno 1/3 del totale. Qualora questi non si adeguassero a tale norma entro un tempo massimo di sei mesi, pagherebbero la negligenza con sanzioni rimesse alla deliberazione della Consob, che possono oscillare dalla multa all’invalidità dell’elezione dell’organo.

Piuttosto che intentare un processo alle reali intenzioni della maggioranza, che ciascuno reputa più o meno nobili a seconda dei punti di vista, occorre entrare nel merito di una proposta di cui non si riesce ad immaginare l’utilità sociale e che, anzi, potrebbe arrecare danni non solo alle aziende, ma all’immagine stessa delle donne che ci si prefigge di tutelare. Una legge che garantisce un incarico in base al sesso e non alla competenza è quanto di più lontano si possa immaginare dalla meritocrazia. Un ragionamento di questo tipo, inoltre, ignora le eventuali reazioni discriminatorie che potrebbe generare ai vertici delle aziende, che sarebbero inevitabilmente inclini a considerare le loro componenti femminili come “raccomandate per legge”, e di conseguenza a discriminarle e a sottovalutarne la competenza.

Tentare di risolvere la questione della partecipazione femminile alla direzione delle aziende, peraltro in modo piuttosto opinabile, si limita a prendere in considerazione soltanto una fetta molto minoritaria del mondo del lavoro rosa, che di certo non è quella che necessita le maggiori attenzioni da parte delle istituzioni. La croce del lavoro femminile nel nostro paese non è certo la mancanza di diritti, bensì la presenza di barriere, talvolta insormontabili, che le il gentil sesso deve abbattere per fare ingresso nel mercato del lavoro. Barriere costituite da servizi sociali, quali asili nido e scuole materne, pressoché assenti o del tutto inefficienti; il che, a fronte di una tassazione umiliante, impedisce di rivolgersi agli istituti privati in grado di badare ai piccoli durante l’orario lavorativo delle mamme.

L’esperienza insegna che l’introduzione di leggi con la presunta volontà di tutelare le minoranze, oltre a rivelarsi paradossalmente discriminatoria, è indice di uno Stato che non è in grado di tutelare gli individui in quanto tali e di garantire loro eguaglianza giuridica, a prescindere dalle categorie di appartenenza; nella fattispecie, il sesso.

Non è esagerato, inoltre, asserire che ci troviamo al cospetto dell’ennesimo provvedimento dirigista, acclamato in pompa magna dal ministro Tremonti e dal resto della ciurma statalista che non perde mai occasione per intromettersi nella gestione di quelle entità private che costituiscono il cuore pulsante dell’economia italiana.

La pratica ormai ricorrente della strumentalizzazione a priori proveniente da ambo gli schieramenti, ha egemonizzato il dibattito sulla proposta, ignorandone colpevolmente i contenuti. Se anche fosse vero che la maggioranza se ne è servita soltanto per dimostrare che, a differenza di quanto sostiene l’opposizione con le manifestazioni delle donne in piazza, ha a cuore l’emancipazione femminile, ciò non dovrebbe in alcun modo influenzare il giudizio sui contenuti. Giudicare una legge in base alle reali intenzioni dell’autore piuttosto che alle effettive ripercussioni che avrà sulla società, in questo caso del tutto negative, è un modo come tanti per ridurre il dibattito politico a tifo da stadio.